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La moda dell’Iqos ha trasformato la sigaretta in oggetto eversivo

Un tempo spacciata dai divi del cinema, oggi ridotta a vergogna catarrosa davanti al vizio fighetto e digitalizzato. Ecco perché la bionda è diventata il vero gesto rivoluzionario contro le bowl di avocado

Foto di Fox Photos/Getty Images

Nel dopoguerra Hollywood ha affascinato mezzo mondo con la sua fumo-propaganda: aspiravano boccate tenebrose Cary Grant e James Dean, Marlon Brando e Humphrey Bogart. Gli spettatori li hanno imitati, l’industria del tabacco s’è arricchita. A chi voleva elevarsi di un semitono sul chiacchiericcio sociale toccava avere la voce arrocchita. Se non sapevi dove mettere le mani quando gli altri stavano lì a guardarti e a interrogarti, se non sapevi dove metterle neppure quando nessuno aveva la minima voglia di guardarti e ti sentivi fuori luogo come un elettrone spaiato, allora le mettevi su un filtro arancione.

Per fissare un momento, fosse la sosta su uno scoglio o i minuti dopo l’amore, ti accendevi una sigaretta: i mozziconi come tacche su un tempo altrimenti informe. Quando si beveva un bicchiere e i primi fremiti di sterile entusiasmo attraversavano il corpo, appoggiavi le labbra sul cilindro e convogliavi in gola la tua agognata vittoria sull’angoscia. I così detti fulmini a ciel sereno – una brutta notizia, una sorpresa felice – scintillavano sulla pietra focaia: tu avvicinavi alla fiamma la punta bianca, piena di tabacco pressato, e…fuuuuuh. Certo che ti facevi del male, che cazzo, era il prezzo da pagare per quel gesto tanto stupido, gratuito, insensato, godurioso. Proprio come la vita.

Da un paio di decenni a questa parte non è più vero niente. L’America ha detto basta. Troppi morti, troppi cancri, troppa puzza, troppo catarro, troppi tombini intasati. Il trucco è sempre lo stesso: farti sentire uno sfigato. In USA ti guardano come uno che si scaccola a tavola. Si fuma dietro l’angolo, in penombra, in castigo. Dopo qualche anno, come sempre, sta arrivando l’Italia. Ormai fumano solo i campioni di scala quaranta dei bar di paese.

In principio furono le foto di disastri fisici a commento dei pacchetti. Necrosi, gengiviti, infarti, malevolenza cosmica. Tanto che ancora oggi non è raro sentire dal tabaccaio: “Mi dia quello con l’impotenza”. Perché lì si vede giusto un verme umano, che si tiene la testa su un letto disfatto, nell’atto di maledire il suo pisellino pigrone. Te lo immagini mugugnare “accidenti, ho fumato troppo e ora mi resta solo il ditaculo”, però l’immagine è in fin dei conti innocua.

Dopo gli impacciati tentativi delle sigarette elettroniche, in genere così ingombranti e antiestetiche da venire estratte in pubblico con la circospezione che meriterebbe un vibratore, è stata proprio Philip Morris a rinascere dalle proprie ceneri. Con un prodottino che sta alle vecchie sigarette come l’iPhone sta al telefono a gettoni: l’Iqos. Fighissimo. Il vizio digitale. Stay hangry, stay smokish. Dà dipendenza come le bionde di una volta, ammette Philip Morris, ma non genererebbe fumo: nessuna combustione, appena il riscaldamento dello stick. Sapremo con certezza quanto faccia o non faccia male solo tra qualche decennio. Ma già oggi si può affermare con ragionevole sicurezza che puzza di scorreggia (corretta da un aroma di sigaretta tostata, come quando dovevi caricare il cilum). E che chi la usa guarda i fumatori analogici con la condiscendenza di un cecchino della U.S. Army davanti a un indios armato di cerbottana.

Ebbene, per chi si ostina a farsi del male, sarebbe proprio questo il momento di tornare a fumare le care vecchie sigarette tradizionali. Proprio ora che fumare una paglia è socialmente condannato e universalmente riconosciuto come dannoso, il gesto riconquista la propria carica eversiva. Proprio ora che i fighetti d’Occidente lustrano i propri Iqos con salviette comprensive di iniziali, vantandosi dei propri risultati allo spirometro e delle proprie bowl con avocado, la sigaretta ci ricongiunge con il potere rivoluzionario dell’antico proletariato.

Un posacenere stracolmo di mozziconi schiacciati e bruciacchiati, con tracce di bava e rossetto, con quell’odore così schiettamente malsano, per i borghesotti benpensanti è oggi più dirompente di una molotov. Una sigaretta old school ti avvicina ai muratori moldavi, ai vecchi da Festa dell’Unità, agli abitanti delle fabbriche-città cinesi, a chi vive nei catarrosi margini di questo progresso dagli angoli smussati come un tostapane della Braun. Proprio oggi che chiunque si avvinghi all’arrugginito montacarichi sociale battezza i propri figli Ginevra e Niccolò, tu chiamali Maria e Pino (là dove, per i più avventurosi, Kevin corrisponde al toscanello).

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