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La bestemmia è un trattato metafisico travestito da maiale

La bestemmia è sfida, martirio, rivelazione, preghiera, sfoggio, punizione. In genere si compone di due parole, una sacra e l’altra d’offesa. Altare e bettola, incenso e birra, un cortocircuito tra ciò che c’è di più alto e ciò che c’è di più basso. Un polo negativo e uno positivo, è energia verbale

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Il mio professore di filosofia morale era prete, poi si ammalò di cancro, sentì il vicino di letto d’ospedale imprecare “d… boia”, si disse “in effetti ha ragione”, quindi si spretò. Massimo Fini mi spiegò, quando già ci vedeva male, che nella sua condizione bestemmiare era ancora più importante, perché gli dava forza: “In piscina dei ragazzini mi hanno rubato il costume, io smanacciavo. Ridatemelo, ho detto. E loro niente. Ridatemelo, e loro sghignazzavano. Ridatemelo porco d..! E me l’hanno ridato”.

In Aspetta primavera, Bandini, John Fante scrive: “Bandini bestemmiava a ogni piè sospinto. La prima espressione inglese che aveva imparato era stata God damn it. Andava molto orgoglioso delle sue bestemmie. Ogni volta che s’arrabbiava, si sfogava bestemmiando in due lingue”. La bestemmia è sfida, martirio, rivelazione, preghiera, sfoggio, punizione. In genere si compone di due parole, una sacra e l’altra d’offesa. Altare e bettola, incenso e birra, un cortocircuito tra ciò che c’è di più alto e ciò che c’è di più basso. Un polo negativo e uno positivo, è energia verbale.

Chiunque abbia giocato a calcio sa che dopo aver sparato la palla tra i fossi a due metri dal gol o dopo averla lisciata a centrocampo non si può commentare con acciderbolina e neppure con maledizione. Oltre allo sport, anche la forza di gravità è una grande propiziatrice di bestemmie. Un piatto che scivola dalle mani, un dislivello per terra che non avevi visto, una moneta che rotola in un tombino e…pluf. Potresti urlare porca gravità!, ma non lo fai. La gravità non ha volto, non dà soddisfazione insultare un’equazione matematica. E poi ci sono gli spigoli, gli oggetti acuminati e, in generale, tutto ciò che è convesso. Che si scontra fortuitamente con ginocchia, tempie, gomiti, mascelle. Ci sono i litigi. Quando l’offesa diretta all’interlocutore non è più sufficiente, s’ha da mirare più in alto, da allargare il campo: all’universo e a tutto ciò che esiste. Dio è la sintesi più efficace: mandare al diavolo trilioni di stelle con tre lettere. La bestemmia non è una considerazione ponderata. Non è che contempli il creato, ti dici che a Dio è venuto male, e quindi, massaggiandoti il mento con aria pensosa, lo accosti a un animale che grufola nel fango. Se sei ammalato non è la tua generica condizione di malato che ti fa bestemmiare. È la fitta che quella condizione ti provoca a farti bestemmiare, o magari adesso non riesci più a raggiungere il bicchiere d’acqua sul comodino, ti sporgi per quanto puoi, ma proprio non ci arrivi, riprovi, ansimi, e quindi bestemmi.

La bestemmia è una fulminea rivelazione di un dato di fatto: le cose non vanno come dovrebbero andare. La bestia non bestemmia, perché la bestemmia presuppone l’astrazione, l’istintiva intuizione di un universo parallelo: le cose sono andate in un modo, ma avrebbero potuto andare in un altro. Immaginare un vero ateo che bestemmia è come immaginare un evirato che stupra. La bestemmia di un ateo fatto e finito ha le polveri bagnate, è un intercalare come tanti, tutt’al più uno sfoggio di emancipazione, ma non procura piacere né dolore – le due sensazioni nella bestemmia si danno insieme –, non ci si può sfogare sul serio senza provare un penetrante brivido di trasgressione. Più credi, più la tua bestemmia è psicologicamente efficace. La bestemmia è una sfida, e una manifestazione di impotenza: se io non riesco a fare questa cosa, o se questa cosa, che io non vorrei, però c’è, allora non dipende da me. Dipende da…Te. Che dunque sei un…

Secondo San Giovanni Crisostomo, “per la bestemmia vengono sulla Terra le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Il bestemmiatore attira il castigo di Dio su se stesso, sulla sua famiglia e sulla società: Dio, per la bestemmia, spesso punisce gli uomini in generale, ma a volte punisce anche il singolo in particolare. Pur se nel corso della vita ci sono dei bestemmiatori che non vengono puniti dalla giustizia di Dio, alla fine della vita nessuno sfuggirà alla sua sentenza”. Anche chi non è superstizioso prova un vago malessere nel vedere la saliera ribaltata sul tavolo e magari abbassa una mano sulla patta, ben nascosto dal banco del check-in, se in aereo dovrà sedersi al posto 17. Allo stesso modo pure gli agnostici non possono essere certi che non esista una qualche entità superiore tendenzialmente contraria all’essere accostata a un porco, non possono essere sicuri al di là di ogni ragionevole dubbio che il loro motto di ribellione non avrà conseguenze. Ed è proprio per questo che bestemmiano. Siamo disposti a sacrificare noi stessi e quanto abbiamo di più caro pur di dimostrare alla forza che governa il mondo che noi, a quel governo, il nostro consenso non glielo diamo, dovessimo crepare. È come se ci scoprissimo il petto e dicessimo: avanti, mira qui, adesso vediamo un po’ se le palle ce le hai. Pretendiamo il posto 17, lanciamo come coriandoli granelli di sale tra i piatti.

La bestemmia è una punizione inflitta all’universo e a tutto ciò che contiene, noi compresi. Anche noi facciamo parte di quell’universo che disattende in continuazione le sue promesse di bellezza, quell’universo che sempre devia dal proprio corso, che cade, si frantuma, che scivola e che scarta, che manca ogni volta il bersaglio, quell’universo che condanniamo. In questo senso la bestemmia è una forma di martirio. Ci esponiamo a ritorsioni metafisiche, ma con un grugnito di poche sillabe vogliamo dimostrare a Dio che la nostra idea di giustizia non corrisponde alla giustizia da lui realizzata in terra. Ed è per quell’idea di giustizia che siamo disposti al martirio. La bestemmia, consolatrice di gnostici e maldestri, è un trattato metafisico mascherato da maiale, il dover essere alla portata delle osterie.

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