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Io, bimba di Conte pentita

Tra cretineria ed eroismo, abbiamo creduto a tutto. Ai meme, alla resilienza, ai Bat-segnali governativi. Ora ci siamo annoiati di colpo. Una (brevissima) ricerca del tempo perduto. Il nostro

Foto: Instagram @lebimbedigiuseppeconte

Ho veramente capito solo ieri, quando ho trovato una cacca di piccione sul sellino della mia bici in piazza Duomo, la cretineria del nostro tempo. E la mia. Ma alla cacca di piccione ci arriveremo. Ora torniamo indietro. Alla ricerca del tempo perduto, sprecato, ad essere una bimba di Giuseppe Conte. Lì, nel cuore non ancora sfollato di Milano, ho capito che lo siamo stati tutti (stat* tutt*). E che adesso è tutto finito.

Inteso: bimba di Conte non significa solo averlo votato (ma chi l’ha fatto) o aver messo like alla paginetta Instagram dedicata (il mio c’è e non lo levo: resta una magnifica installazione d’arte contemporanea, la ritroveremo alle Biennali future, se si potranno fare). Bimba di Conte è stato lo stato di uno Stato (pardon) per mesi, oggi terminato (forse) solo per stanchezza. È stato, il duemilaventi italiano, l’anno della cretineria, appunto, o dell’eroismo. Nessuna terza via. Cantare al balcone o leccarsi le ferite di guerra. Lievito madre o scena madre. Meme o resilienza. Divertirci o piangere, solo questo abbiamo saputo fare, qualcuno continua a farlo. Come diceva Julia Roberts a Jude Law nell’inarrivato Closer: «What are you, twelve?». Domanda retorica: sì, siamo tutti dodicenni.

E qual è l’età migliore, se non la preadolescenza, per diventare una bimba di Conte? Per ridere con niente, passarci le fotine nei gruppi WhatsApp, contrabbandare quel poco di lucidità rimasta (pochissima) con un cuoricino a un discorso di Casalino. Che sarà mai. Fuori c’è la guerra, consoliamoci con la nostra commedia, con il premier appunto mai votato (di un partito da me mai votato) che ci fa divertire e appassionare. È una citazione dai suoi discorsi gladiatori: così Conte parlava degli attori, alla prima legnata su cinema e teatri.

Noi dodicenni, quando tutto è cominciato, non abbiamo voltato le spalle al Presidente del Consiglio (e alla nostra cretineria; alla cretineria di tutto, di tutti). Ci siamo invece perdutamente innamorati (della nostra cretineria; della cretineria di tutto, di tutti). E poi, dopo averci creduto tantissimo, ci siamo annoiati. Come i dodicenni. Dateci un altro giochino (i dodicenni giocano ancora?). Non ci interessano più i meme: anche se l’“inoltra” in chat, nelle ultime settimane, è ripartito fortissimo. Non ci interessano le gif a lui dedicate, o lo “strega comanda color” delle zone di questi nuovi Jeux avec Frontières, o il Bat-segnale “il premier trasmetterà in diretta all’ora ics” che piomba sulle nostre Gotham City ora nebbiosissime per davvero. Non c’è importato del (finto) passaggio parlamentare dell’altro giorno, quando il nostro finalmente parlava di fronte alla gente (seppur scarsa) che abbiamo votato – e che dovrebbe poter discutere di certi decreti – e non solo davanti ai giornalisti di Tutto per la pesca collegati via Zoom.

(Martedì, compiva gli anni Monica Vitti, ho rimesso su La supertestimone di Giraldi, è su RaiPlay. Ugo Tognazzi, accusato da Vitti d’omicidio, fa la sua deposizione: «Scusi, ma batte a macchina lei, signor giudice?»; «In questo tribunale ci sono solo tre dattilografi, che cosa vuole che faccia…». Ecco, l’intervento alla Camera pareva ancora questa roba qua. Siamo l’eterna repubblica fondata sulle sceneggiature di Ruggero Maccari).

Però, subconsciamente, qualcosa è rimasto. Tra un meme e l’altro, abbiamo creduto così tanto allo storytelling di governo e giornali, a questo racconto della guerra, delle privazioni, delle medaglie all’onore per aver imparato a stendere i ravioli in casa; ci abbiamo creduto al punto che io ieri – teoricamente l’ultimo giorno prima che Milano si risvegliasse zona rossa – ho inforcato la bicicletta e son corso al solito negozio a cercare dei pantaloni della tuta nuovi, ed erano rimaste solo le XXL (a Milano siamo tutti magri), e son tornato mesto alla mia bicicletta, e sul sellino c’era una cacca di piccione. E lì, come Marcel quando, dopo tremila pagine, gli frana la terra sotto i piedi, ho compreso tutto il tempo perduto. Che non sarà migliore di quello che abbiamo davanti. E ho compreso, anche, che non ero più una bimba di Conte da un pezzo, o forse non lo ero stato mai. E adesso che ci bloccano di nuovo, e che solo dentro casa potrò stancamente celebrare questo funerale della cretineria e dell’eroismo, non ho neanche niente da mettermi.

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