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Insistere e dialogare, per Giulio e Stefano

I nuovi sviluppi del processo sulla morte di Stefano Cucchi dimostrano che la persistenza nelle richieste e nelle controdeduzioni a volte – purtroppo non sempre – può dare buoni frutti

Il flashmob di Amnesty International all’Università La Sapienza di Roma, 25 gennaio 2006

Quando leggerete queste pagine saranno passati due anni e otto mesi dalla morte di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano dell’università di Cambridge rapito, torturato e fatto rinvenire cadavere alla periferia del Cairo, la capitale dell’Egitto.

Io non so se, quando e come questa vicenda troverà lo sbocco di verità che tutti ci auguriamo. Impossibile stabilirlo visti i silenzi di questi anni, difficile farsi illusioni per chi conosce la struttura amministrativa chiusa e la politica securitaria del nuovo corso egiziano. So solo che insistere è l’unica possibilità che abbiamo per scoprire quanto è successo e provare a ottenere giustizia.

C’è un precedente recente, pur in un contesto del tutto diverso, che fa ben sperare: quello di Stefano Cucchi. I nuovi sviluppi del processo sulla morte del giovane romano dimostrano che la persistenza nelle richieste e nelle controdeduzioni a volte – purtroppo non sempre – può dare buoni frutti. In questi anni Paola e Claudio Regeni (i genitori di Giulio) e Ilaria Cucchi (la sorella di Stefano) hanno dato prova di una straordinaria tenuta personale, nonostante le avversità e la sensazione di dover lottare da soli contro tutti quanti. Questo è quello che hanno in comune i due episodi: la capacità da parte dei parenti delle vittime di superare i non pochi momenti di disperazione, per continuare a credere nell’esistenza di diritti che non si possono negare.

Non ho la palla di vetro e non so se anche al Cairo ci sarà lo spazio per aprire una breccia, come avvenuto nelle scorse settimane durante il processo per la morte di Cucchi. A tutti noi il compito di supportare umanamente e politicamente ogni singolo istante la famiglia Regeni, gravata dalla difficoltà di fare cadere un muro di omertà in un contesto particolarmente complicato, dove l’opacità degli apparati di sicurezza è un dato di fatto storico e dove vige un regime autocratico e impenetrabile persino agli stessi cittadini egiziani.

Allo stesso tempo non bisogna dimenticare che, per quanto la vicenda di Giulio Regeni sia una priorità assoluta per le istituzioni italiane, il nostro Paese ha interessi legittimi in ballo con l’Egitto e, soprattutto, ci sono cittadini che nel Paese vivono e lavorano. E che vanno a loro volta protetti.

Questo rimanda a un altro tema di grande interesse: la gestione dei rapporti internazionali durante i momenti di crisi e il mantenimento di relazioni anche con le realtà più “difficili”. Non è nella mia visione delle cose interrompere trattative o porre dei limiti alla diplomazia, anche se è necessario valutare le situazioni caso per caso e nessuna strategia è, ahinoi, garanzia di successo.

Non sono stata entusiasta quando, dopo l’omicidio di Giulio Regeni, fu presa la decisione di richiamare l’ambasciatore italiano dal Cairo. Allora il mio suggerimento fu di tentare di rendere internazionale la vicenda,
inviando il nostro diplomatico, che allora era Maurizio Massari, in giro per le capitali europee, per cercare di convincere gli altri Paesi dell’Unione che la morte del nostro ricercatore era un monito, e che tutti assieme dovevamo affrontare l’affare Egitto – e non solo l’affare Regeni –, ossia il rapporto con uno Stato in cui migliaia di persone sono in carcere senza diritti, o peggio. Quella strategia non fu attuata e la chiusura dell’ambasciata al Cairo non sortì particolari effetti, tanto che poco più di un anno dopo la nostra diplomazia tornò in Egitto.

Personalmente, nella mia esperienza come ministro degli Esteri, mi sono trovata a gestire una vicenda complicata come quella di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, che fu prelevata nella sua casa di Roma nel 2013 su mandato di cattura di Astana e portata contro la sua volontà nel Paese di origine. Anche allora mi fu chiesto di ritirare l’ambasciatore, invece io feci esattamente il contrario e rafforzai le nostre strutture in Kazakistan. Sono infatti da sempre convinta dell’idea che più profonda sia la crisi in corso, maggiore la necessità di tessere relazioni, proteggere chi rimane e, non da ultimo, avere occhi e orecchi presenti sul territorio.

Ci vollero quasi sette mesi per riportare in Italia la signora, ma ci siamo riusciti. Il caso Shalabayeva e il caso Regeni – così come quello di Giulio e quello di Stefano Cucchi – sono chiaramente diversi tra loro. Ma quello che voglio qui rivendicare è un metodo: seguire ogni strada possibile e non interrompere mai il dialogo con i propri interlocutori. Assieme al coraggio e all’insistenza di crede- re nelle proprie convinzioni fino in fondo, questo è l’unico modo per tenere sempre viva la speranza della giustizia.

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