In guerra con i Måneskin, in vacanza con Jovanotti (per tutto il resto c’è Ghali) | Rolling Stone Italia

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In guerra con i Måneskin, in vacanza con Jovanotti (per tutto il resto c’è Ghali)

Nella nuova puntata della rubrica/dialogo a due by Robertini & Piccinini per Rolling Stone: i mitomani dei dissing-talk sulla guerra, il metaverso di Ghali, i Pink Floyd e Mattia Santori, il veejay bocciato da Mtv

I Måneskin

Foto: Ilaria Ieie

A.P.: Hai visto che Putin ha invaso l’Ucraina? No, non sono pazzo. Una volta gli amici erano quelli che sul mondo la pensavano come te, più o meno. Adesso non si è più sicuri di niente. Metti che un amico non lo senti da due mesi. Metti che alla domanda su Putin risponda: «Sì, ma la situazione è molto più complessa di così». Che fai? Trovi una scusa dici che lo richiami e poi non ti fai sentire per altri due mesi? Oppure continui: «Eh, la guerra fa schifo». «La guerra fa sempre schifo», aggiungerà lui. Quel «sempre» deve farti scattare un campanello di allarme. È vero, ci mancherebbe. Qui non è in gioco la verità ma un senso più sottile dello stare al mondo. Quel «sempre» è la prova che il morbo del talk show si è impadronito del tuo amico, e se non vuoi essere un ospite del suo talk show farai bene a fingere che sia caduta la linea. Dammi retta. Oppure preparati. La Nato, i mercanti d’armi, i battaglioni nazisti, la geopolitica, le sanzioni, l’anima delle nazioni, la tempesta della Storia. Che palle. Drin. Pronto? Pronto? Pronuncia a freddo uno dei seguenti nomi: Alessandro Orsini, Toni Capuozzo. Una specie di nuovo tampone orale. Senti come reagisce. Se è positivo, oppure se si può continuare a parlare del campionato.

G.R.: Ma parliamo di Fallujah… no, dai scherzo. Davvero, non riesco più a prendere seriamente questo mixtape amatoriale e zeppo di dissing che è il talk h24 sulla guerra. Tipo Vacca e Fabri Fibra nel 2014. Che poi se ci pensi è quella la vera boomer gang, teppismo da vecchi mitomani, Orsini con il balaclava come un Rondodasosa di Rai Tre. Horror, Horror come canta Ghali in Walo, sempre un passo avanti agli altri: un tweet per Stefano Cucchi, uno spot per McDonald’s, arab muzak e sfilate di moda. Lui è già nel MetaVerso, non quello di Zuckerberg, ma una Terra Promessa virtuale con tanto di chiringuito, una Disneyland mistica. Cerco di prendere esempio, la butto sul karma e mi disintossico dall’opinionismo. Mi schiero, ma non lo dico.

A.P.: Ghali mi piace. Anche i Måneskin, va detto, sono sempre ben consigliati. Il video che alterna l’icona bianco e nero dei loro corpi nudi alle immagini della guerra è blobbistico un po’ della mutua, war-chic. Ma ci sta. “Ballando sulla benzina” come ritornello della canzone è un’idea intelligente. Ricordi le bottiglie molotov allineate a Kyiv nei primi giorni di guerra? Che fine avranno fatto? Ho visto su Instagram che i ragazzi ucraini hanno apprezzato molto la canzone. Anche i ragazzi russi, ma non so se usano una vpn o sono scappati. Comunque gasoline è rock’n’roll, è David Bowie (“putting on fire with gasoline”). Benzina fa subito dibattito italiano: Draghi, l’aria condizionata, i meme con i fornelli del gas accesi, la app che ti dice il distributore dove si risparmia. Inevitabile. La canzone dura poco, formato social, video verticale, fai in tempo a ricordartela che è già finita e devi ricominciare. “Come fai a dormire la notte?”, comincia. “Dormite voi che avete ancora sonno” te la ricordi? era Ligabue in Il mio nome è mai più, ho controllato. “Generali o voi che dormite / con le mogli sui letti di lana”, invece è il verso celebre di Gorizia tu sei maledetta, una delle grandi canzoni anarchiche della prima guerra mondiale. Più esplicito. Fino agli anni ‘60 chi la eseguiva si beccava una denuncia per vilipendio delle forze armate. Vabbè, le canzoni pacifiste dei giorni nostri non sono mai state tanto esplicite. Invece i Pink Floyd sono stati molto meno ben consigliati ma più generosi. La loro idea di usare un vecchio canto ucraino della prima guerra mondiale è più filologica, l’effetto è un po’ Al Bano e un tantino Cccp. Del loro Hey Hey Rise Up salvo la chitarra di David Gilmour. Non tanto l’assolo ma proprio lo strumento, la vecchia Fender scrostata, chissà che storia ha, un feticcio rock’n’roll offerto per la causa della pace come un capretto sull’altare di una città della Grecia antica. Guarda cosa vado a pensare.

G.R.: A proposito di Grecia, andiamo questa estate? Mi è salita la voglia ascoltando l’ultimo Jovanotti, il mini album Mediterraneo. Certo, mentre ti scrivo va in onda il doppio shout down di sistema, guerra e elezioni francesi, e pure Jovanotti sembra una distopia, una danza sirtaki sulle macerie delle nostre ferie europeiste low cost, tutti aggrappati alla nostalgia per il baretto di Koufonissi. A proposito di Francia, elezioni e distopia ti consiglio di guardare su YouTube il videoclip di Kary James, rapper intellò che con Marianne – pezzo monstre di dieci minuti, nuova tendenza dell’hip hop radicale raccolta in Italia da Egreen – immagina il mondo del 2024 con una Le Pen al potere, e tutto il male che ne segue. È la versione progressista e in quattro quarti di Annientare, l’ultimo romanzo di Houellebecq: se lo scrittore immagina la post democrazia del 2027, il rapper anticipa la catastrofe, e oggi sembrano entrambi in ritardo sul futuro, sorpassati da un presente che sembra il remake di Matrix, regia di Dario Fabbri ed Enrico Mentana, sceneggiatura della crew di Limes.

A.P.: La Francia mi fa abbastanza paura. Jovanotti l’ho visto domenica pomeriggio da Mara Venier e ammetto che alla “tasca piena di sassi” ci sono cascato di nuovo. Ognuno ha le sue debolezze. Ma Jovanotti è boomergang totale. Nell’1982 stava già sui piatti. Nel 1988 ha presentato i Public Enemy su Italia1. Che gli vuoi dire? Ti saluto con un sogno greco: Socrate entra nello studio di un talk show coi sandali il barbone e tutto, si siede e li annienta con la maieutica e le chiacchiere. Quando dormono tutti si avvicina all’unica telecamera rimasta accesa, saluta e se ne va.

G.R.: E sui titoli di coda ci metterei la versione Offlaga Disco Pax che ha fatto DeVecchys, un raffinato pusher di calambour situazionisti sui social, del discorso della sardina Mattia Santori al Consiglio Comunale di Bologna. Chissà se Santori, classe 1987, se la ricorda la campagna di MTV anni Novanta “No sense make sense”. Lui per me è il veejay bocciato ai provini, poteva essere sul palco di Trl al posto di Maccarini o al festone annuale all’Arena Parco Nord di Bologna. E invece. Comunque, fossi stato Cairo, l’avrei fatto doppiare a lui lo Zelenski di Servitore del Popolo. Ok Luca Bizzarri, ma Santori sarebbe stato più credibile.

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