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Il Victoria’s Secret Fashion Show è stato cancellato: ma è davvero una conquista?

La sfilata di lingerie più famosa del mondo è passata di moda e si è arresa davanti alle critiche e all'evoluzione del concetto di bellezza. Gli Angeli non volano più, ma forse non sono solo loro il problema

Adriana Lima e Alessandra Ambrosio in uno dei momenti più celebri del 'Victoria's Secret Fashion Show'

«Oh, grazie a dio, adesso è tutto finito»: titola così The Cut l’articolo in cui annuncia la cancellazione del consueto Victoria’s Secret Fashion Show, che da quest’anno non si terrà più. Il CFO della casa madre L Brands, Stuart Burgdoerfer, spiega che le ragioni di tale decisione sono legate alla necessità di evolvere il messaggio di Victoria’s Secret: il marchio continuerà a comunicare ai suoi consumatori attraverso i social e altri canali, ma quel tripudio di lingerie, piume, lustrini e top model fisicatissime è arrivato al capolinea.

Il Victoria’s Secret Fashion Show non era tanto una sfilata, quanto un vero e proprio evento mediatico seguito a livello mondiale grazie a scenografie da sogno e alle Victoria’s Secret Angels, gli ‘angeli’ del brand che negli anni hanno annoverato nomi del calibro di Alessandra Ambrosio, Lily Aldridge, Tyra Banks, Gisele Bündchen, Heidi Klum, Adriana Lima, Doutzen Kroes, Karlie Kloss e Sara Sampaio. Essere chiamate a rappresentare il marchio di intimo costituiva un traguardo, nonché una svolta nella carriera: le Angels erano tra loro diverse, ma accomunate da corpi che rasentano la perfezione, adeguatamente (s)vestiti per calcare una delle passerelle più importanti del fashion world. Inaugurato per la prima volta nel 1995, lo sfavillante spettacolo è riuscito a macinare ascolti record fino al 2013: dai 9,7 milioni di spettatori incollati allo schermo sei anni fa, si è arrivati ai 3,3 milioni della scorsa edizione. E il gioco a iniziato a non valere più la candela.

Un po’ di responsabilità l’ha avuta il Chief Marketing Officer Ed Razek, che – intervistato da Vogue America – alla domanda sul perché in passerella non ci fossero modelle LGBTQ o taglie forti, ha replicato addentrandosi in un campo minato: «Dovremmo avere transessuali nello show? No, non credo, perché lo show è una fantasia, è un speciale di intrattenimento di 42 minuti e basta». Indipendentemente dalle dichiarazioni infelici di Razek, molti contestavano già da tempo che l’intero baraccone venisse messo in piedi a uso e consumo di maschi etero arrapati e celebrasse una sorta di ‘strapotere del sexy’, reo di causare frustrazione nelle donne impossibilitate a ritrovarsi negli stili, nei modelli e (soprattutto) nelle modelle scelte per rappresentare il colosso di lingerie.

Su un dato di fatto tutti possiamo essere d’accordo: negli ultimi cinque anni l’idea di bellezza è radicalmente cambiata, si è evoluta, è diventata inclusiva, positiva, svincolata da standard e stereotipi predefiniti. La moda – e con ‘moda’ s’intende l’intero settore, dall’abbigliamento agli accessori, passando per l’intimo – s’è adeguata di conseguenza: alcuni brand hanno iniziato a cavalcare l’onda in tempi non sospetti; altri hanno messo le pezze a eventuali ritardi con operazioni furbette e piuttosto false; altri ancora, come Victoria’s Secret, hanno risposto con uno spericolato e un po’ strafottente je m’en fous, che viene fatto pagare a caro prezzo. S’è trattato di una scelta di campo, sia chiaro: in un momento in cui chiunque, in passerella o nelle campagne pubblicitarie, celebra la diversità, io decido di continuare a venderti un sogno alimentato a suon di facce da angelo, gambe chilometriche, tette che sfidano la forza di gravità, chiappe marmoree e perfette. Al di là del singolo vissuto che ogni donna ha con le top model (sono davvero offensive? Essere belle nel senso canonico del termine e riuscire a lavorare in virtù di quest’avvenenza pazzesca dev’essere oggetto di vergogna?), cantare vittoria e salutare la conclusione del Victoria’s Secret Fashion Show come una conquista del genere femminile temo sia talmente fuori luogo da risultare quasi ridicolo.

In primis, ciò che gli spettatori (uomini, sì, ma pure tantissime donne) vedevano era per l’appunto uno spettacolo: esagerato, colorato, divertente, talvolta un po’ cafone, scenografico, glitterato, gioioso. Spesso i completi faraonici che sfilavano manco erano in vendita, per i restanti l’intento era di costruire un immaginario sì aspirazionale, ma anche accessibile: chi se ne frega se ‘sto push up non mi sta come a Gigi Hadid, l’ho visto addosso a lei, mi piace e me lo compro, punto. Era la moda che non si prendeva troppo sul serio, era l’opportunità – se la si voleva cogliere – di incantarsi di fronte alla celebrazione della figaggine più incredibile su piazza. Sarebbe stato un problema se il Victoria’s Secret Fashion Show fosse rimasto l’unica alternativa di identificazione per tutte le donne del mondo, sia chiaro: con l’arrivo di ThirdLove, True & Co., Knix, Savage x Fenty e via discorrendo, chiunque è in grado di abbracciare filosofie e standard di bellezza più in linea con la propria visione e personalità. La vera domanda di fondo è: non possono forse coesistere entrambi gli approcci?

Nonostante il recente successo del movimento #NoBra, Victoria’s Secret venderà ugualmente tonnellate di mutande, perizomi, bralette e pigiami, con o senza la sfilata delle sue Angels, con o senza boicottaggi da parte di frange estremiste. E ci ritroveremo comunque le varie Adriana Lima, Taylor Hill, Stella Maxwell e Lily Aldridge davanti agli occhi, a sgambettare per un Versace, un Dolce & Gabbana o un Saint Laurent. Personalmente, nello sfogliare le pagine e pagine esultanti dei magazine americani, non riesco a non pensare a una bizzarra analogia: chissà cosa succede a questi indignati quando vengono invitati a cena a casa di amici che possiedono case bellissime, arredate benissimo e cariche di quadri, soprammobili e oggetti di valore. Chissà se s’infastidiscono, chissà se rosicano e se poi gridano allo scandalo sottovoce, protetti tra le loro quattro mura, mentre fissano la copia dei barattoli di Zuppa Campbell in una cornice Ikea appesa in cucina. «Oh, grazie a dio, adesso è tutto finito», mormoreranno stizziti, slacciandosi quel reggiseno Victoria’s Secret, che meno male che m’ha regalato una taglia in più, ma non ti sto manco a raccontare quanto mi stringeva. Ché mica sono Gigi Hadid, io.

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