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Il novembre più triste della nostra vita

Siamo abituati al novembre in cui il mondo muore senza fretta. Questa volta, però, è diverso: non aspettiamo il primo vento tiepido, ma una multinazionale farmaceutica e i suoi miliardi di fialette



Foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

Tutti i mesi felici si somigliano; ogni mese infelice è infelice a modo suo. Di solito novembre è malinconico, il novembre 2020 è paranoico. Misura la distanza tra una tranquilla disperazione e una disperazione agitata, tra la filosofia e l’ipocondria. Tra la disillusione e l’angoscia. La prima conosce il suo male, la seconda tira a indovinare.

La noia, la letargia, il naso chiuso, l’eterno ritorno alluvionale ci sembrano all’improvviso una benedizione perduta. Vecchie, care malattie, dolci e tediose, di cui sappiamo il decorso. Ma oggi non seguiamo lo spettacolo della morte alla finestra, con la nebbia che sale piano dalla terra umida e nasconde le forme delle cose, con gli alberi che si svuotano del superfluo, segnaposto di vita. Oggi seguiamo l’agonia dell’anno dallo schermo del cellulare, mangiucchiandoci le unghie e passandoci le mani tra i capelli. Come rassegnarsi a una condanna di cui non conosciamo neppure il nome? Aspettiamo il prossimo dpcm, i risultati delle elezioni americane, le variazioni della curva. Beviamo un bicchiere, poi un altro, rifiutiamo la ciclicità dell’autunno perché non riusciamo a immaginarci la primavera. Le variazioni climatiche non intaccano più solo i metereopatici, ma la tenuta polmonare della popolazione boreale. L’autunno è diventato una cosa seria. Le marmotte vanno in letargo e i coronavirus escono dalle tane.

Siamo abituati al novembre in cui il mondo muore senza fretta. Di questa agonia arancione possiamo prevedere gli stadi e gli effetti. Il buio che arriva sempre prima, e grazie al cielo, perché meglio il nero del grigio. Questo novembre è diverso, questo novembre è esponenziale. Non sappiamo quanto ci metteremo a soccombere. Non sappiamo quanto ci metteremo a rinascere. Né come rinasceremo, né se rinasceremo. Non sappiamo che cosa cadrà a terra: foglie, genitori, cachi, libertà, guadagni, rami, vip, lavori. Davanti non vediamo campi secchi, ma deserti. E hai voglia, poi, a splendere e riscaldare e innaffiare. Da lì non spunterà più un solo germoglio.

Cosa hai fatto negli ultimi cinque anni? Ho sprecato tempo. Ci voleva così poco per perdere tutto, e ora è successo. Non ne possiamo più di – come si dice – reinventarci. Ci siamo inventati e reinventati così spesso da esserci scordati come in origine avremmo desiderato vivere. Abbiamo maneggiato l’impasto della nostra quotidianità tante di quelle volte che ormai non c’è più verso di dargli una forma, si sbriciola. Le Torri Gemelle, Lehman Brothers, la pandemia. Dice: e allora quelli che andavano in guerra? Ma a noi c’avevano detto di essere nati nell’aprile del mondo, e scoprire di essere nati in ottobre è seccante. Arrivati a novembre passa la voglia di lottare. Per dirla con una semplificazione da bambini viziati, quali siamo sempre rimasti: ne abbiamo davvero le palle piene.

Non aspettiamo il primo vento tiepido, il cambio dell’ora, le viole, le ciliegie. Aspettiamo che qualche multinazionale farmaceutica distribuisca milioni di fialette piene di panacea. La nostra primavera è un’iniezione. Nemmeno i tossici…

Fioriranno eccipienti, sbocceranno embrioni di pollo, pulluleranno formule chimiche sul genere di MF59. Usciremo nel disgelo e non avremo scelta: ricostruire tutto daccapo, un’altra volta. Sempre più stanchi, delusi, intimoriti, spietati. Non c’è mestiere più faticoso di quello di sopravvissuti. Sopravvivere non ci rende più forti, ci rende più biecamente attaccati alle nostre poche certezze superstiti, ai nostri piccoli organi molli. Torneremo a passeggiare sotto il sole di maggio, tra corpi immunizzati, come campionari ambulanti di ferite. Non tutti ne avranno la forza. A furia di sopravvivere, si muore.