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Il matrimonio fa soffrire centinaia di persone per il narcisismo della sposa

Le nozze sono una burocrazia sentimentale a cui nessuno sembra in grado di sottrarsi. Ma qui la catena di soprusi non inizia dalla volontà del Partito, ma dall'ego della sposa

Foto: Zoriana Stakhniv per Unsplash

Non c’è nulla di meglio di un bel matrimonio per rovinare un weekend estivo. Tutti lo sappiamo, tutti lo bofonchiamo, tutti sospiriamo, tutti soffriamo, eppure tutti ci adeguiamo: ci imbustiamo in completi da far sudare una statua di gesso, annodiamo al collo papillon e cravatte urticanti, calziamo vergini di Norimberga per i piedi, sorridiamo per otto ore anche quando cominciamo a pensare che in fondo la morte ha i suoi porci vantaggi, assicuriamo un “sei bellissima” perfino alla racchia del liceo conciata da confetto alla mandorla per l’occasione, auguriamo felicità eterna ai nostri aguzzini.

Le nozze sono un meccanismo che supera e schiaccia la volontà dei singoli, una burocrazia sentimentale a cui nessuno sembra in grado di sottrarsi con le sue proprie forze, una schiavitù collettiva da apparato totalitario, Kafka in tight. Con l’invio delle partecipazioni si innesca un effetto domino devastante che non può essere interrotto se non a costo della unanime e sempiterna condanna sociale: è una lettera di reclutamento vergata in corsivo su carta anticata. “Non vieni? La sposa ci rimarrà malissimo”. Se ci rimane male la sposa, quantomeno per paura di rappresaglie e malumori ci rimarrà male pure lo sposo, e quindi anche gli amici dello sposo non potranno disertare, e a loro volta trascineranno, con ricatti morali e promesse di diversivi, ulteriori invitati fino ad allora recalcitranti…

E quindi ognuno tira la leva, firma il documento, comunica la delazione, giura pubblicamente fedeltà a questo orrore glassato. Diventa un ingranaggio del sistema: “Ho solo eseguito un ordine”. Ma qui l’inafferrabile e strapotente primo motore immobile della catena di sofferenze e soprusi non è la volontà del Partito. È il narcisismo della Sposa. Decine e centinaia di persone chinano il capo e si apprestano a massaggiare quel trionfante ego bianco-velato nella canicola di un comune scalcinato o di una chiesa di periferia. Al termine della cerimonia si mettono addirittura in fila – le mani raccolte, gli occhi ispirati, le labbra già umilmente protese – per baciare la pantofola di Stalin.

Gli sposi hanno sempre qualcosa da farsi perdonare. E, quando non hanno nulla da farsi perdonare, dovranno farsi perdonare proprio il fatto da non avere nulla da farsi perdonare: “Sei così noioso”. Così calcolano che qualche mese di tedio e tensione valga un futuro di serenità (naturalmente questi calcoli sono paragonabili a quelli degli ingegneri di Chernobyl nella notte del 25 aprile 1986). La scelta della “location”, delle bomboniere (incarnazione, per altro non sempre tascabile, del concetto universale di Inutilità), di un menù dove l’originalità non può che capitolare al cospetto di potenziali fisime e minacciose intolleranze, la delicatissima selezione degli invitati – i sommersi e i salvati: “se invitiamo Tizio allora dobbiamo invitare anche Caio”, “eh, sì, ma se invitiamo Tizio e Caio non possiamo non invitare anche Sempronio”. Che poi, Sempronio, con tutta probabilità, avrebbe preferito far pipì fischiettando tra i flutti marini piuttosto che lavorare ogni volta per cinque minuti su quel gioco di incastri e cerniere, con le mani sudate, in un bagno affollato da chi è ricorso all’unico anestetico capace di alleviare la sofferenza del ricevimento: l’alcol.

Perché è questo che si fa ai matrimoni: si beve. Si beve fino a obnubilarsi. C’è quel momento, dopo le due ore trascorse attorno al buffet degli antipasti, le due ore in cui abbiamo speso equamente gli argomenti tra i semi-sconosciuti fratelli di sventura, le due ore in cui abbiamo mangiato fino a saziarci, e poi abbiamo continuato a mangiare, dopo quelle due ore c’è un momento in cui, la pancia a cocomero e gli occhi a susina, ci domandiamo: e adesso, a tavola, che cazzo faccio? Per quanto gli sposi, con tutta la loro buona fede, abbiano cercato di comporre tavolate armoniche e sensate, ci si ritroverà sempre in un gruppo che ha l’imprevedibile arbitrarietà dei compagni di cella. Però, man mano che la lingua si ingrossa, le interazioni tra i commensali si fanno più frequenti. E poi l’acme: a esclusione di qualche pioniere o lacchè o gran burlone che ha già urlato la propria gioia appena finita la cerimonia con raffiche di riso caricate nel pugno, la maggior parte delle felicitazioni e dei brindisi suoneranno in fine così: “Evvuiva glif spuozi!

E là in fondo, a contraccambiare le urla con un sorriso fresco di pulizia dentale, a irradiare di fiabeschi sogni d’infanzia i presenti, ecco la Sposa. Lei, il moloc dispensatore di bouquet. Per quanto goda della propria irripetibile condizione di astro centripeto, di nana bianca, la sua più grande soddisfazione l’ha già avuta: quando ha comunicato, prima alle amiche fidate, con una nota di rivalsa a solleticarle il palato, e poi urbi et orbi: “Mi sposo!”. Gli occhi che la analizzano con più attenzione, dal momento che nulla acuisce la vista quanto l’invidia, appartengono alle non-ancora-sposate. “Perché lei sì, con quel naso storto e quel gusto pacchiano nello scegliere i portatovaglioli, e io no!”, si chiedono mentre le lanciano baci con la manina. E i non-ancora-sposati, lì accanto, con la coscienza e la camicia sporche, abbassano lo sguardo e ruminano l’ennesimo boccone di timballo vegetale (chi è così gastro-nazista da contestare un menù con il timballo vegetale?).

Certo, le donne parlano di uomini entusiasti all’idea di organizzare il matrimonio. “Non sono tutti insulsi e gretti come te”, dicono. Ma questi uomini sono come gli yeti. Abominevoli uomini delle chiese che nessuno ha mai visto dal vero, di loro circolano soltanto fotografie sfocate e lontane che li ritraggono mentre si ritirano tra nebbie di candeline e vette di panna montata.

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