Home Opinioni

Il lungo viaggio verso la notte

Le camminate lungo il corridoio di 'Dolor y gloria', Sean Connery, 'Goldfinger', il grande pittore Antonio López e soprattutto l'immensa Chavela Vargas

Pedro Almodóvar

Foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images

Pedro Almodóvar si è messo a scrivere. Dal suo appartamento di Madrid, lo stesso di Antonio Banderas in Dolor y gloria, il grande regista spagnolo racconta la quarantena per eldiario.es. Il risultato è un’escursione altamente poetica sulle stagioni della sua vita, i film che lo hanno accompagnato, le persone che ha incontrato, i ricordi.
Per chi non leggesse lo spagnolo, ecco la traduzione della sua prima rubrica.

Finora mi ero rifiutato di scrivere. Non volevo lasciare traccia scritta delle sensazioni scatenate dai primi giorni di isolamento. Forse perché la prima cosa che ho scoperto è che la situazione per me non è molto diversa dal solito, abituato come sono a vivere da solo e quasi in stato d’allarme, il che non è una scoperta piacevole. Per i primi nove giorni mi sono rifiutato di scrivere anche un solo appunto. Ma stamattina è uscita una notizia che sembrava il titolo di una rivista di umorismo nero: “Pista di pattinaggio convertita a obitorio di fortuna”. Sembra un giallo italiano, e invece sta accadendo a Madrid, è “una delle notizie macabre del giorno”.

Con oggi, i giorni di confinamento sono undici: mi sono isolato venerdì 13 marzo. Da allora, mi organizzo per affrontare la notte, l’oscurità, perché vivo come un selvaggio, al ritmo scandito dalla luce delle finestre e della terrazza. È primavera, e le giornate sono davvero primaverili! È una delle sensazioni meravigliose di tutti i giorni, qualcosa di cui avevo dimenticato l’esistenza. La luce del giorno e il suo variegato periplo fino ad arrivare alla notte. Il lungo viaggio verso la notte, inteso però non come qualcosa di terribile, ma di gioioso. (O perlomeno, mi impegno affinché sia così, voltando le spalle all’agonia dei dati).

Ho smesso di guardare l’orologio, lo consulto solo per sapere quanti passi ho fatto su e giù per il lungo corridoio laterale di casa mia, il corridoio in cui Julieta Serrano rimproverava Antonio Banderas per non esser stato un buon figlio, riferendosi a me. Il buio fuori mi indica che è arrivata la notte, ma sia il giorno che la notte sono tempi senza orari. Ho smesso di avere fretta. Di tutti i giorni, oggi, 23 marzo, i miei sensi mi dicono che le giornate si sono allungate. Posso godermi più ore di luce.

Non sono abbastanza motivato per mettermi a scrivere una storia – ogni cosa a suo tempo – anche se ho in mente varie trame, alcune di natura intima (sono sicuro, quando sarà finito tutto questo ci sarà un baby boom, ma sono altrettanto certo che ci saranno molte separazioni – l’inferno sono gli altri, diceva Sartre –, e che ci saranno coppie che dovranno affrontare le due situazioni al contempo, la rottura e l’arrivo di un nuovo membro in una famiglia divisa).

È più facile comprendere la realtà attuale come narrazione fantastica, piuttosto che come parte di un racconto realista. La nuova situazione globale e virale sembra essere uscita da un racconto di fantascienza degli anni ’50, gli anni della guerra fredda. Film dell’orrore che contenevano la più becera propaganda anticomunista. La serie B americana, film che, in generale, erano eccellenti (in particolare quelli basati sui romanzi di Richard Matheson, Radiazioni BX: distruzione uomo, Io sono leggenda, Ai confini della realtà) nonostante le subdole intenzioni dei loro produttori. Oltre a quelle citate, penso a Ultimatum alla terra, Due ore ancora, Il pianeta proibito, L’invasione degli ultracorpi, e a qualche film sui marziani.

Il male arrivava sempre dall’esterno (comunisti, rifugiati, marziani) e serviva da pretesto ai populismi più beceri (nonostante questo, raccomando fortemente tutti i film che ho citato, continuano ad essere stupendi). In effetti, ci ha già pensato Trump a far sembrare quello che stiamo vivendo un horror degli anni ’50, definendo il virus “virus cinese”. Trump, un’altra delle grandi malattie del nostro tempo.

Decido di intrattenermi. Di solito improvviso (ma questo non è un weekend, giorni di solitudine e isolamento), invece ora mi faccio una programmazione di cinema, telegiornali e letture per i vari momenti della giornata. Casa mia è un’istituzione e io il suo unico abitante. Ultimamente includo anche un po’ di esercizio fisico domestico; finora mi sentivo troppo abbattuto e l’unico esercizio che facevo era passeggiare per il lungo corridoio, quello di Julieta Serrano e Antonio Banderas in Dolor y gloria.

Scelgo il film del pomeriggio, Un flic (Notte sulla città) di Melville, vado sul sicuro, e per la sera stupisco me stesso scegliendo un film di James Bond, Agente 007 – Missione Goldfinger. Per giorni come questi (ecco cosa ho pensato) la cosa migliore è l’intrattenimento puro, la pura evasione.

Mentre guardo Agente 007 – Missione Goldfinger, mi compiaccio della mia scelta, più che una scelta mia è stato lui – il film – a scegliere me. Sean Connery l’ho conosciuto, siamo stati gomito a gomito ad una cena a Cannes; rimasi colpito dalla sua cultura cinematografica, ma soprattutto mi stupii che la mia opera potesse minimamente interessargli.
Lui non viveva già più a Marbella, ma adorava ancora la Spagna. Facemmo amicizia e ci scambiammo i numeri di telefono che, ero certo, nessuno dei due avrebbe utilizzato. E invece, qualche mese dopo, era la stagione 2001/2002, mi chiamò al telefono approfittando del fatto che era appena uscito dalla proiezione di Parla con lei. Non sono feticista, né mitomane, ma ascoltarlo parlare del mio film mi lasciò sbalordito. E sentire la sua voce, una voce profonda, di attore talentuoso e uomo attraente. Pensavo a tutto questo mentre la sera guardavo Agente 007 – Missione Goldfinger. La quarantena, la notte, io e Sean Connery, con salti e interruzioni.

Tra una sessione di cinema e l’altra, passo alla televisione per un attimo e scopro che Lucia Bosè è stata spazzata via da questo tornado di cui conosciamo solo il nome. E cadono le prime lacrime del giorno. Lucia mi affascinava come attrice e come persona. La ricordo in Cronaca di un amore di Antonioni, una donna di una bellezza inaudita, rara per l’epoca, e quel modo di camminare, androgino e animale, che, tra le altre cose, Miguel Bosè ha ereditato. Programmerò il film di Antonioni per domani.

Sono solo uno tra i tanti amici di Miguel ad essere rimasto ammaliato dall’incantesimo di quella donna tanto potente da sembrare eterna. Insieme a Jeanne Moreau, Chavela, Pina Bausch e Lauren Bacall, Lucia faceva parte dell’olimpo/podio della donna moderna, libera, indipendente; tutte donne, queste, molto più maschie degli uomini di cui si circondarono. Scusate la cascata di “nomi”, ma ho avuto la fortuna di conoscerle tutte quante e di essere loro amico. Il brutto di essere costretti in casa è questo, si diventa prede facili della nostalgia.

Riesco a rintracciare Miguel a Città del Messico e parliamo per un bel po’. Erano anni che non chiacchieravamo, e nonostante la situazione di lutto, l’ho voluto ringraziare per la quantità di orchidee bianche che non ha mancato di inviarmi per i miei ultimi trenta compleanni. Dovunque mi trovassi, quasi mai a Madrid, ogni 25 settembre ho ricevuto un mazzo di orchidee bianche che mi durano mesi, insieme al biglietto firmato MB.

La cosa positiva del non avere orari durante il confinamento è che la fretta scompare. Scompaiono la pressione e lo stress. Pur essendo ansioso per natura, non ricordo momento in cui l’ansia mi abbia assalito così poco come adesso. Sì, lo so che la realtà, al di là delle mie finestre, è terribile e incerta, per questo sono stupito di non provare angoscia, e mi aggrappo forte a questa nuova sensazione di vincere la paura e la paranoia. Non penso alla morte e nemmeno ai morti.

L’occupazione principale, altra cosa nuova per me, visto che in generale ho il brutto vizio di rispondere poco o mai ai messaggi, è rispondere invece a tutti quelli che mi scrivono mostrando interesse per me e la mia famiglia. Perché, per la prima volta, la lingua non è una banale convenzione, e le parole hanno significato. Prendo molto sul serio il rispondere, e ogni sera faccio un giro di messaggi per controllare come stanno i miei amici e la mia famiglia.

Quando ormai dalla finestra non entra più luce, inizio a guardare Agente 007 – Missione Goldfinger, torna ad affascinarmi la canzone di Shirley Bassey, e la breve apparizione di un’altra Shirley, Shirley Eaton, la bella attrice che pagò caro l’essere caduta tra le braccia di Bond. Il suo corpo ricoperto di vernice dorata, nel letto, senza nemmeno un poro libero da cui respirare, continua ad essere per me una delle immagini più potenti con cui la saga è riuscita a rappresentare il desiderio/l’avidità/l’erotismo e la follia dei superpotenti malvagi che aspirano a distruggere il mondo affinché sopravvivano solo i loro sudditi.

Devo interrompere la visione perché mi chiama mia sorella Chus per dirmi che mi sta vedendo in un documentario sul canale La 2. È iniziato da un po’, passo dal video al secondo canale e trovo il documentario su Chavela di Daresha Kyi e Catherine Gund. Tutto quello che vedo e sento mi emoziona fino alle lacrime. Mi coglie di sorpresa, anche se lo avevo già visto a suo tempo. Il momento attuale è diverso da tutto quello che ho vissuto finora, non posso fare paragoni. So soltanto che sono confinato e allo stesso tempo sto fuggendo, ogni giorno che passa guardo le notizie sempre meno. Cerco di tenere a freno il panico e l’angoscia. La fuga di cui parlo (attraverso l’intrattenimento e l’evasione) è tutto meno che monotona. Anche se l’ho già visto, il documentario di Chavela mi suscita un’emozione che non posso né voglio controllare. Piango fino all’ultimo fotogramma. Mi invadono di colpo i ricordi di tutte quelle serate in cui l’ho presentata alla Sala Caracol e al Teatro Albéniz (il primo teatro che ha calcato in veste di cantante; il maledetto maschilismo messicano non le aveva permesso di esibirsi in teatro vestita con pantaloni e poncho, perché chi si conciava in quel modo non era una donna vera).

La presentai a Parigi, all’Olympia. Non fu facile, ma riuscimmo a riempire il teatro. La mattina, durante il soundcheck, Chavela chiese a uno dei tecnici dove era solita mettersi la Signora Piaf quando si esibiva nel locale. E da quella stessa posizione cantò Chavela. Da quella sera in poi, come parte del mio rito personale in cui Chavela era la mia Piaf, iniziai ogni presentazione baciando i centimetri del palco che poco dopo lei avrebbe calcato.

Venendo dall’intrattenimento di James Bond, non ero pronto a sentire di nuovo la voce, cantata o parlata, della Grande Sciamana, né tantomeno ero pronto a rivedermi mentre canto insieme a lei Y vámonos e condividiamo tanti momenti a Madrid e in Messico.

Ricordo quando la chiamai da Tangeri nel 2007, nel periodo di Natale. La sua voce, l’articolazione delle poche parole che mi disse, mi allarmarono. Una delle molte qualità di Chavela era la sua meravigliosa pronuncia del castigliano, nella sua bocca le parole suonavano complete, non scompariva nemmeno una lettera. Al telefono riuscì solo ad articolare: “Ti voglio tanto bene” e “Il tempo passa”. Mi preoccupai molto, e due settimane più tardi mi presentai alla Quinta La Monina, in Tepoztlán, dove era stata accolta da un’amica di gioventù. Ero preparato al peggio, sapevo che tre giorni prima era stata ricoverata in ospedale. Ma quando venne a sapere che la sarei andato a trovare, volle essere dimessa la sera prima – era impossibile dire di no a Chavela – e la trovai lì, ad accoglierci nella sua casetta di Tepoztlán, come uno di quei fiori della stella di Natale, raggiante, lucida e con la sua voce di sempre, che non smise di parlare per tutte le tre ore della nostra visita.

Nel pomeriggio ce ne andammo, e lei rimase da sola, confinata con se stessa. Una donna del luogo l’avrebbe assistita fino alle cinque del pomeriggio. Dopodiché, sarebbe rimasta sola fino al giorno successivo. Chavela non voleva che la assistesse nessuno durante la notte. Mia madre era uguale negli anni precedenti alla sua morte; per qualche ragione incomprensibile, le donne forti diventano avare e irrazionali, non c’è modo di metterle in guardia su quanto siano lunghe le notti, anche perché lo sanno molto bene, ma hanno una resistenza sovrumana.

Parlammo di malattia e morte, e da buona sciamana mi disse: “La morte non mi fa paura, Pedro. Noi sciamani non moriamo, trascendiamo”. Non ho mai dubitato che avesse ragione. Mi disse anche: “Sono tranquilla”. E aggiunse: “Una notte, poco a poco, mi spegnerò, da sola, e mi godrò quel momento”.

Il giorno dopo ci accolse in piedi, voleva che la portassimo a mangiare fuori. Chavela era un’esperta di resurrezioni. Del tutto guarita, si prestò a mostrarci con piacere alcuni posti di Tepoztlán, iniziando dal colle Chachiptl, proprio di fronte alla casa dove viveva (in quella zona John Sturges aveva girato I magnifici sette). Secondo la leggenda, quando arriverà la prossima apocalisse, il colle aprirà le sue porte nascoste da rocce e cespugli, e solo quelli che riusciranno a entrare al suo interno si salveranno, mi racconta Chavela. La guardo, ancora una volta sorpreso. Lei si stava già preparando per la prossima apocalisse, e non posso evitare di pensare a quella in cui ci troviamo adesso.

Con le guance ancora bagnate, prendo un respiro prima di tornare a James Bond, ma La 2 di RTVE stanotte è implacabile. Dopo quello di Chavela, mandano in onda un altro documentario che ha la luce anche nel titolo: La luz de Antonio. Antonio è il pittore della Mancha Antonio López, e la luce dei suoi occhi è la moglie Maria Moreno, grande pittrice realista che si mantenne sempre ai margini, dietro ad Antonio e a quella banda di giganti che formavano il gruppo dei pittori realisti degli anni ’50. Consiglio vivamente il film, e già che ci sono, anche il canale La 2 per la squisita programmazione.

Maria Moreno è morta da poche settimane, la ricordo come un essere angelico, l’opposto di Chavela, la sua pittura trasuda questa atmosfera gentile, gradevole, misteriosa, così diversa dai quadri di Antonio López, con il quale condivideva, pur rimanendo qualche passo indietro, gli stessi temi. Il documentario affronta anche il suo lavoro come produttrice improvvisata del film di Victor Erice Il sole della mela cotogna, altra pellicola, forse la migliore, che parla del miracolo della luce naturale sugli oggetti che compongono il nostro mondo. La luce, sempre la luce del lungo viaggio verso la notte, attraversata dalle diverse stagioni dell’anno.

Nel capolavoro di Erice vediamo Antonio López nel suo studio, mentre spazza per terra e prepara la tela sulla quale inizierà la sua nuova opera. È un rituale bellissimo. Antonio esce nell’umile patio di casa sua con in mano un bicchiere di vino, e lo vediamo osservare estasiato i frutti gialli di un cotogno, un albero scheletrico, bassissimo e quasi malconcio. Le cotogne, di un giallo intenso, vivono circondate da foglie color verde scuro. È mattina, Antonio fa il giro dell’albero e si concentra sulla pelle ruvida delle cotogne, le guarda affascinato, sottomesso. E si propone di dipingerle pur sapendo che è impossibile trasportare sulla tela l’immagine che sta contemplando, perché i frutti sono vivi e cambieranno col passare dei giorni, e anche la luce non rimarrà la stessa. Il film parla di questa battaglia dell’artista per catturare la luce del sole sul cotogno, una battaglia persa in partenza.

Nell’anno ‘92 del secolo scorso il film fu presentato al Festival di Cannes, un’edizione mediocre in cui facevo parte della giuria. Il film ricevette, giustamente, il Premio della Giuria. Dovetti quasi litigare con Gérard Depardieu, che era il presidente: a lui il film non era piaciuto affatto e lo aveva definito un documentario. Per fortuna, il resto della giuria mi appoggiò.

È già molto tardi quando stacco La 2, ma fa lo stesso, il tempo del confinamento è rotondo e non voglio fare brutta figura con James Bond. Non voglio andare a letto prima che Sean Connery abbia scombinato i piani del grasso e machiavellico Goldfinger e ci abbia salvato.