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Il libro di Corona è merda d’artista

Un tempo se vendevi molti libri diventavi famoso, oggi vendi molti libri se sei già famoso. E il salotto letterario italiano sta al libro di Corona come i vertici del PD stanno al popolo italiano

Foto di Alberto Scarpinato / IPA

L’incipit del capitolo “Fighe” del libro di Fabrizio Corona ha invaso la mia bacheca Facebook, e purtroppo non è fotografico. Ogni condivisione è accompagnata da un motto d’indignazione. Esempi: il testo è orribile, è sessista, è settimo in classifica, ci meritiamo l’invasione. Visto che evidentemente non siamo proprio questo bocconcino prelibato per le potenze straniere e nessuno si dà pena di invaderci dai tempi dello sbarco in Sicilia, cerchiamo di capire perché mai sia settimo in classifica.

Un motivo è contingente, l’altro strutturale. Primo: Corona (ve lo ricordate il documentario su di lui?) o chi per lui sapeva che attaccando con “guardo una donna e dopo un secondo sono lì che me la faccio” tutti i colti da quotidiano sotto l’ascella e le anime belle d’Italia si sarebbero trasformati in un ufficio marketing gratuito, diffuso e strombazzante. Chissà chi, alla conta dei fatti, è più intelligente (dopo questo pezzo io almeno chiederò a Mondadori di essere rimborsato con le mutande dell’autore impregnate della sua volatile interiorità).

Secondo. Un tempo se vendevi molti libri diventavi famoso, oggi vendi molti libri se sei già famoso. Un testa coda di causa ed effetto. La percezione del che-cos’-è un libro è cambiata. Dal momento che, con George Berkeley, esse est percipi (l’essere corrisponde alla sua percezione), è oggi mutata l’essenza stessa del libro. Il fine del libro non è più la lettura. È il possesso per il possesso. Dubito che le biblioteche siano assediate da richieste per il prestito di autobiografie di chef e calciatori. I moderni lettori sono parenti dei cari vecchi bibliofili. Il confine tra collezionismo e feticismo è molto sottile. I lettori di testi che superino le dieci righe, quelli sì, sono in via d’estinzione.

Qualche anno fa Justin Bieber ha sputato dal balcone di un hotel sulla testa dei suoi fan. Non è difficile immaginare che le ragazzine tutte eccitate là sotto non si siano affatto spostate. Quello sputo è mio! No, mio! Cose così. Era pur sempre un pezzo, per quanto viscoso, del loro idolo. Stessa cosa avviene per plettri e fasce sudate ai concerti, per i palloni toccati dai piedi pelosi dei giocatori negli stadi di calcio. Morgan ha messo all’asta i suoi capelli sdruciti. È la Merda d’artista di Piero Manzoni, che da provocazione s’è fatta la regola.

I banchi delle librerie sono stracolmi di cagate fumanti e fresche di stampa. Orde di fan abituati a essere un like tra tanti sotto il post del personaggio famoso, spettatori da divano tra milioni di spettatori da divano, con un libro firmato da quel personaggio si sentono di inaugurare un canale comunicativo privilegiato. Sta parlando con me, posso piegare un orecchio, sottolineare la frase in cui dice “sei bella”. I post e i fotogrammi non li possiedi. Un libro invece puoi usarlo come fermacarte per la bolletta della luce, come poggiatesta sulla panchina del parco. Così guardiamo il faccione in copertina, rimestiamo qualche secondo nella cellulosa predigerita da un qualche ghost writer, più che altro per assicurarci che le pagine siano effettivamente riempite da un codice alfanumerico, e mettiamo il volume nella busta della libreria di catena insieme alla gomma-unicorno e all’agenda dei micini. E ci sentiamo un po’ parte di quella vita piena di like e di soldi che vorremmo per noi. Defecatio copertina bona tam quam medicina

Lo status d’artista, cioè di coloro i cui stronzi costano 14 euro e 36 centesimi su Amazon, è oggi facilmente quantificabile: più o meno dai 100 mila follower di Instagram in su, sei un artista. Il libro è un autografo lungo duecento pagine, un selfie con l’idolo di turno che dà un tono all’ambiente e che riempie i tuoi scaffali Ikea tra una testa di Buddha e un vaso di fiori finti. Come in certe culture tribali, mangiamo il corpo del grande guerriero. E se tutto il corpo non ce lo possiamo permettere, va bene anche una ciglia, una doppia punta, un’unghia porosa e giallastra che s’è staccata per l’onicomicosi. I romanzi erano risposte in forma d’esempio alla domanda “che cos’è la vita umana?”. Oggi sono risposte in forma di aneddoto alla domanda “che cos’è la vita divina?”.

Il salotto letterario italiano sta al libro di Corona come i vertici del PD stanno al popolo italiano. Ci si rifiuta di guardare la realtà in faccia – perché lampadata, botulinizzata, strafottente, o forse non si è proprio più in grado di capirla. Si fa strada l’idea – allusa, sussurrata, bofonchiata – che l’uno vale uno della democrazia fosse una speranza ingenua della contemporaneità nella sua fase adolescenziale, rivelatasi disastrosa alla prova dell’esistenza adulta. Ma, se per la politica l’alternativa non può che essere un’oligarchia illuminata, per la letteratura non può che essere che l’indice dei libri proibiti.

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