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Il divorzio di Kim Kardashian e Kanye West ci dice che è tempo di lasciare i social

Come loro nessuno mai: per corrispondenza totale tra vita vera e vita proiettata sui social. E perché ci hanno reso tutti mitomani “presso noi stessi”. Ecco perché, da adesso in poi, nulla sarà più come prima

Kim Kardashian e Kanye West al Met Gala del 2016

Foto: Mike Coppola/Getty Images for People.com

Il fatto che il divorzio di Kim e Kanye coincida con l’esplosione di Clubhouse non è un caso, ma non è da qui che partirò. Partirò dalla cosa che ho scritto l’altro giorno su Woody e Mia: mi cito da solo, fortuna hanno chiuso la paginetta Facebook “Io, professione mitomane” (nemmeno questa è una coincidenza, ma nemmeno da qui partirò). Woody e Mia sono stati protagonisti di un grande reality prima dei reality; un reality loro malgrado, o a loro insaputa; un reality che avrebbe preso una svolta crime, ma allora chi lo poteva sapere. La bolla – o come si chiamava allora – che spiava quella coppia, i suoi film, i suoi figli, i suoi buchi nei maglioni è rimasta senza niente. Quel modello era troppo difficile da imitare. Di certo noi non abbiamo avuto quei film e quei figli (visionari compresi). Abbiamo invece tantissimi buchi nei maglioni, ma non perché anche da noi i Ralph Lauren si portano lisi come nell’Upper East Side: solo perché siamo dei morti di fame.

Per parlare del divorzio di Kim e Kanye partirò da un’altra coppia ancora, la più bella degli anni duemila, la più bella di tutte punto. I Brangelina, che avrebbero brandizzato tutti i clan famosi a venire (Kimye inclusi), sono ciò a cui, bolla o non bolla, non avremmo potuto aspirare mai, e l’abbiamo saputo fin dal principio: troppo fighi entrambi; troppo dynasty hollywoodiana (lei di nascita per via di papà Jon Voight, lui per titoli meritatamente acquisti sul campo); troppo naturalmente impegnati, quando a noi fa fatica anche solo aggiungere la mancia per il rider all’ordine di Deliveroo. Soprattutto: troppo segreti, troppo nascosti, troppo antistorici. Brad e Angelina hanno girato Mr. & Mrs. Smith – e, dato più rilevante, si sono innamorati – nell’anno in cui nasceva Facebook e non hanno mai aperto un profilo social. Mentre noi ci impegnavamo a scrivere i nostri pensierini sulla depressione da lunedì mattina, loro facevano tutto in silenzio o quasi: se ho qualcosa da dire, lo farò in un discorso alle Nazioni Unite, di certo non con uno status per gli amici in bacheca.

E qui veniamo a Kim e Kanye. Keeping Up with the Kardashians è iniziato nel 2007, nel pieno della crescita esponenziale dei social. È la storia dell’uovo e della gallina: esisterebbero le nostre proiezioni virtuali senza il reality più incredibile di tutti i tempi, senza la famiglia più incredibile di tutti i tempi, senza l’influencer (è riduttivo, chiedo scusa) più incredibile di tutti i tempi? Esisterebbe, soprattutto, la mitomania relativa alla nostra immagine e al nostro posto nel mondo? Dicevo che è una fortuna, per molti di noi, che abbiano chiuso “Io, professione mitomane”. È anche un peccato, però, perché era uno dei migliori specchi in cui osservarci da vicino tutti quanti, noi che fotografiamo i nostri weekend a Celle Ligure come fossimo a Cabo San Lucas; noi che ringraziamo nelle storie di Instagram ristoranti che ci siamo pagati fino all’ultimo centesimo come fossimo ambassador della carbonara; noi che facciamo dirette, che postiamo la nostra beauty routine prima di andare a dormire, che tagghiamo i famosi (o presunti tali: l’importante è che abbiamo quel tot di follower in più che può sempre tornarci utile) facendo finta che siano i nostri amichetti del cuore.

 

 
 
 
 
 
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A ripensarci, forse sono (stati) Kim e Kanye la coppia più bella del mondo: perché il mondo come lo conosciamo oggi l’hanno inventato loro; perché sono stati una compenetrazione di universi, mezzi, bisogni: pure i nostri. È sempre la storia dell’uovo e della gallina. Probabilmente senza di loro, che hanno attraversato ogni pagina della nostra vita recente, non esisterebbe quest’epoca di dibattito sul gender (l’ex patrigno di Kim è oggi una signora), di showbiz che cede definitivamente all’internet (altra domanda: viene prima il Kanye genio della musica o il Kanye genio della comunicazione?), di convalida della politica-spettacolo (la Kim dell’era Obama dapprima reietta e poi invitata alla Casa Bianca grazie al marito; Kanye che, qualche tempo dopo, vuole candidarsi alla presidenza come un Joe Exotic qualsiasi; Kim che, in epoca Trump, diventa una studentessa di Legge e corre allo Studio Ovale a discutere di riforma carceraria).

Ed ecco che arriva Clubhouse. Nei giorni in cui già sapevamo che il marchio Kimye era in bancarotta, Elon Musk faceva un salto sul nuovo social delle chiacchiere del bar, rendendolo rilevante per sempre. Pure da noi star e starlette prendevano a fare la rassegna stampa del mattino e le tavole rotonde sull’essere star e starlette (io, virgola). Mentre Kim e Kanye si dicevano addio, molta gente, almeno per un momento, fuggiva là dove nessuno poteva vederla. Forse quello è il vero lascito collettivo di questo divorzio: finire dentro stanze (si dice così) sempre più piccole, fino a scomparire. Forse il nostro destino è tornare a telefonarci, ed è lì che eserciteremo la nostra mitomania come facevamo da ragazzini. Diremo a chi, a turno, ci ascolterà dall’altra parte se la nostra ex è diventata una pazza, se abbiamo in programma di adottare un altro figlio, se il nostro weekend al mare aveva la giusta vibe e il giusto tramonto nofilter. Dopo Kim e Kanye, del resto, non ci sarà più nessuno di così bello, così incredibile, così perfetto. Noi non potremo più tornare indietro, resteremo comunque mitomani: ma, almeno, soltanto presso noi stessi.

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