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I vip sono più convincenti quando si ammalano che quando lanciano gli hashtag

Di solito, quando i vip appoggiano cause giuste via social, la gente li lincia. Quando si ammalano, però, generano consapevolezza: chiudiamoci in casa, la pandemia c’è per davvero

Tom Hanks, in 'The Post'

Milioni di seguaci su Instagram. Gente che li idolatra, che ne copia pettinature e tatuaggi, che piange per i loro fidanzamenti e per i loro divorzi, che porta i loro selfie dal chirurgo plastico per trasformarsi in un esercito di cloni. I vip. Però, appena questi si mobilitano, appena si schierano, appena appoggiano le cause buone e giuste con hashtag à la page – i Democratici, gli antisovranisti, gli ambientalisti, i vegani – la gente nel migliore dei casi si gira dall’altra parte e nel peggiore li lincia sui social. È come se dicesse: vivetevi la vostra vita celeste ma non venite a spiegarci come arrangiarci qua giù nel mondo sporco e cattivo. I divi restano divi finché non scendono dall’Olimpo. Qui, si tramutano in impostori. Nulla fa imbestialire il popolo quanto il sospetto d’inautenticità. Il privilegio è tollerabile solo fino a quando rimane amorale. Se il sogno si fa predica, la gente si sveglia.   

In queste settimane si sono avvicendati con rapidità sconvolgente, più o meno sugli stessi profili,  due hashtag: #milanononsiferma e #iorestoacasa. Nel momento del loro lancio, chi se ne faceva promotore li riteneva di volta in volta il messaggio più giusto da diffondere. Un messaggio giusto, se comunicato dai vip, diventa un messaggio cool. E un messaggio cool viene apprezzato solo da chi considera cool pure se stesso. Mentre chi si reputa sopraffatto dalle ingiustizie, socialmente inferiore per crudeltà divina, relegato per sempre nella dimensione delle bollette e dei mutui, pensa: “la fai facile, tu”. Il che si traduceva, nel primo caso in: “nonostante tutti i quattrini che hai già fatto, per farne altri rischi di propagare il contagio”; e nel secondo in: “tanto se tu non lavori campi lo stesso alla grande”.

Due cose sono invece percepite incontrovertibilmente autentiche: i soldi e le malattie. E infatti, da che mondo e mondo, queste due cose hanno sempre ossessionato il popolo: i soldi e le malattie. Se la morale è accompagnata dall’offerta, è accettabile. D’accordo, giustissimo, ma intanto sgancia qua. E così influencer, stilisti e presentatori si sono comprati a peso d’oro – grazie al cielo, sia chiaro, e grazie, di cuore, a loro – la possibilità di predicare urbi et orbi senza suscitare l’indignazione della maggioranza.

E poi Tom Hanks, calciatori e scrittori, politici e giornalisti si sono ammalati. Crediamo più al volto famoso se nell’articolo è appaiato alla gigantografia tentacolare del coronavirus che se lo è alla luccicante statuetta dell’Oscar. È più convincente una corsia d’ospedale che un red carpet. Un pensiero sta strisciando adesso in tutto l’Occidente: se i vip sono una percentuale irrisoria della popolazione, se già decine di loro si sono ammalati…quanti cazzo saranno davvero questi malati? Loro, i vip, hanno i tamponi, loro sono controllati, loro se lo possono permettere. Certo, la gente pensa anche questo. Ma il brusio dell’invidia è ora sopraffatto dal frastuono della consapevolezza.

Negli anni ’80 Freddie Mercury e Rudolf Nureyev hanno svolto una funzione analoga. Di AIDS si muore, ce l’hanno in tanti, ce l’hanno perfino loro. Ci ricordiamo che, anche se godono di innumerevoli privilegi, i vip non godono di quello dell’immortalità. E di colpo tutti gli altri privilegi ci sembrano meno ingiusti. È così che nascono i miti: quando la strapotenza della fama viene compensata dalla stradebolezza dell’umanità. Una brutta morte ci fa perdonare perfino un buon conto in banca. Ci avevano messo almeno un decennio, quelle stelle, per dimostrarci con le loro cadute la gravità dell’epidemia da HIV. Terribile, ma lenta, come lo scorso millennio. Questo è un millennio che non ammette lentezze, e il coronavirus è l’epidemia che ci spetta.

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