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I locali dove si fa musica dal vivo rischiano di chiudere, lo vogliamo capire o no?

Contro le reazioni piccate al flash mob 'L'ultimo concerto?'. Uno shock è necessario per non dimenticare che il sistema-musica è in crisi. O vi piace l'idea che i club siano sostituiti dai supermercati?

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Foto: Elly Contini

Non sono mai stato un fan di Adriano Celentano, e so di essere dalla parte del torto. Di certo non un torto riprovevole o aspramente condannabile, ma tant’è. Lui è un grande interprete della canzone italiana, e ha una gran voce. Direi che può bastare.

In questi ultimi due giorni (ora che scrivo è lunedi, sono le 12) mi sono arrovellato con crescente fastidio su alcune cose legate all’evento di sabato, quello di L’Ultimo Concerto? (qui dovreste tutti sapere di cosa si tratta giusto?): leggere certe reazioni di quello che si autodichiara “nostro pubblico” (nostro nel senso di tutti i gruppi che hanno partecipato all’iniziativa), è stato demoralizzante. Rinfrancante è stato per contro realizzare che un’altissima percentuale delle persone che sono state coinvolte dall’evento-non-evento (una stragrande maggioranza per fortuna) ha compreso e in moltissimi casi si è intristita perché quello che è stato chiamato “pugno nello stomaco” ha fatto loro comprendere qualcosa in più del grave problema in corso (ci sono parole bellissime di una nostra fan che vi riporto, e spero che non ne abbia a male: «Senza dubbio la voglia di andare ai live cresce a dismisura, ma ammetto che l’aspetto dei locali in cui vengono organizzati i concerti non l’avevo considerato come merita sino a ieri, mi soffermavo solo sui miei bisogni di spettatrice tralasciando tutto ciò che invece dovrebbe essere messo in primo piano. Per questo penso che ciò che è stato fatto ieri è stato necessario e ci ha resi partecipi della drammatica situazione e ci ha fatto sentire un po’ colpevoli e un po’ incapaci di evitare di arrivare a questo punto. Ora abbiamo il dovere di rendere quante più persone partecipi»). Sul senso di colpa ingenerato spero di ricordarmi di tornarci dopo, perché è veramente un abbaglio di molti quello di aver pensato che i locali e i musicisti volessero ingenerarlo (quante volte ho letto: “avete sbagliato bersaglio”…).

Nel Ragazzo della Via Gluck, canzone che mi è venuta in mente stamane in un momento di fermento particolare dei pensieri ancora scossi dal ciarpame di cattiverie lette, il tema predominante è il rammarico nello scoprire che ciò che tanto ci piaceva (nella fattispecie l’erba e i prati divelti delle ruspe che riempiono di cemento l’eden perduto) non c’è più. Un rammarico che tira dentro, in un sottinteso non troppo nascosto, l’assenza di lungimiranza della razza umana. Un tema di drammatica evidenza questo, che ci contraddistingue e che quando poi il danno arriva ci fa versare lacrime di coccodrillesca compunzione (vogliamo attualizzare? Pensiamo a tutti i danni che stiamo continuando a fare alla natura, disboscando e distruggendo habitat naturali e, per farla breve, favorendo di conseguenza il proliferare di quelle macchine biologiche dette “agenti patogeni” che quando ci attaccano in qualità di nuovi virus a noi sconosciuti fanno i danni che abbiamo imparato a conoscere… Continuando ad alterare questi habitat per la lussuriosa avidità del genere umano altri virus arriveranno, e nuove forme di sconcerto e “andrà tutto bene” riempiranno le menti innocenti dell’umanità).

Io provengo da una cittadina che si chiama Fossano, in provincia di Cuneo. È “famosa” perché ci è nata Paola Barale (da giovincello ho sfiorato alcune volte la compagnia che bazzicava lei, che puntava a Madonna mentre io facevo guitar air coi Killing Joke), e perché si producono i panettoni Balocco (il signor Balocco è un mio amico, con lui ho condiviso tutte le scuole, dall’asilo all’università, sempre nella stessa classe: poi lui ha ereditato una azienda enorme e io ho sgomitato per fare il rocker nella vita). Wikipedia inserisce anche me fra i personaggi ragguardevoli della cittadina. Questa cittadina dista una ventina di chilometri da Bra. A Bra esisteva un locale (Le Macabre) che fu il sacro tempio in cui per almeno due decenni e mezzo (ma credo di errare per difetto) generazioni di giovani alternativi, fra punk, dark, poseur, rocker, new waver si sentivano accolti per glorificare se stessi e le loro passioni, ascoltando musica che cercava di accontentare tutti (Cure, Wall of Voodoo, Violent Femmes, Talking Heads, Denovo, CCCP, Diaframma, R.E.M., Siouxsie, Lloyd Cole and the Commotions, Guadalcanal Diary, Jason and the Scorchers, Smiths, Gun Club e insomma avete capito) e assistendo a concerti che per molti erano pura e insostituibile ragione di vita (le cose più emozionanti che porterò nel cuore con me sino alla tomba furono Nico – proprio lei – e i Thin White Rope, poi ricordo i White Zombie – proprio loro – i Camper Van Beethoven, i Fleshtones, e una band in cui militava il bassista dei Violent Femmes, più decine di altre cose). Quel locale regalava quel tipo di brividi che molti di voi qua conoscono bene, e se qualcuno di quei brividi vi sta tornando alla memoria, e forse addirittura viene anche a far visita fisicamente alla vostra spina dorsale, non posso che esserne felice, perché so di aver procurato una gran bella emozione.

Parafrasando Celentano, “là dove c’era il Macabre ora c’è un supermercato”. Quel brivido che per più di due decenni centinaia di ragazzi accesi da una vitalità idealistica emozionante vivevano, e di cui si nutrivano, venne infatti soppresso da logiche di ben altra natura, dove il business del più forte scaccia il business del più debole.

Potrei costruire lo stesso tipo di pathos parlando di una doppia realtà che ho vissuto solo di riporto, e che i romagnoli conoscevano bene: a Rimini ci fu lo Slego e poi ci fu il Velvet, entrambi schiacciati dalle logiche di cui sopra e da una crisi dei concerti (nel caso del Velvet) che stava cominciando a emergere. “Là dove c’erano lo Slego e il Velvet ora c’è…”.

L’iniziativa di sabato scorso (lo riscrivo: L’Ultimo Concerto?) è stata ideata da una aggregazione di gestori di quel tipo di locali che ho appena nominato: sono i locali che frequentate tutti voi quando andate a vedere i concerti che vi piacciono tanto (di queste cose ho parlato di sfuggita anche nel mio ultimo Elzevirus). Hanno chiesto a una serie di musicisti di avere il coraggio di metterci la faccia per contribuire a accendere i riflettori su una realtà drammatica.

La lungimiranza è quella cosa per cui ti rendi conto che c’è un problema e desideri prevenirlo: nella fattispecie di questo articolo il problema si chiama “la possibile morte dei locali in cui si va a vedere i concerti che tanto ci piacciono”. Stando alle parole di quella gentilissima fan di cui sopra, sono certo che molte persone in fondo non abbiano mai soffermato la loro attenzione più di tanto su uno dei vari aspetti del grosso problema legato alla musica. La tristezza che ho provato fra me e me dopo aver letto certe cattiverie al nostro riguardo, era (ed è ancora, addì 1/3, ore 13.19) connessa alla constatazione che tutte le parole che ho speso con inaudita generosità, spiazzante trasparenza e cocciuta lucidità nei miei vari articoli qua e nelle decine di interviste rilasciate negli anni sullo stato di difficoltà in cui operiamo noi musicisti rock nell’era della rete e delle piattaforme in un Paese mica tanto ricettivo come l’Italia (il ladrocinio perfetto) paiono in fondo, per certe persone, non esser servite a nulla (oh tranquilli; non tutti mi avranno letto, lo so bene. Ma so anche bene che qualcuno ha letto eccome). E quando accadono certe cose, dentro di me si agitano spettri: intanto mi chiedo perché, da 25 anni a questa parte, io mi lasci distruggere frammenti di esistenza (quantificabili, per ogni episodio funesto come quello di sabato, in parecchie ore che, moltiplicate per 25 anni di social, fanno mesi e mesi e mesi di vita vissuta male e fatta viver male alle persone che nei rispettivi frangenti condividevano la temperie con me: le mie compagne, mio figlio), mi chiedo perché io mi lasci distruggere frammenti di esistenza, dicevo, da un latrato virtuale che nella testa di chi lo ha prodotto dura, nella sua veemenza di pancia, il tempo della sua messa on line fino al giorno dopo, quando al risveglio un nuovo giorno è pronto a riportare la normalità. E poi l’altro spettro: il grosso, ineludibile rammarico di non esser nato paraculo. Sono le volte in cui percepisco con stordente precisione che il mondo è dei paraculi.

Voglio evitare di entrare nel merito delle varie accuse che ho letto: si passa dall’«avete sbagliato bersaglio» a «mi vado a vedere i Mogwai in streaming che almeno loro suonano per davvero», da «avrei pagato anche 10 euro per vedervi e avreste potuto devolverli ai locali se tanto ci tenevate» (una elemosina insomma) a «ci avete preso per il culo, noi che vi supportiamo da sempre», da «avete solo ottenuto il risultato di aumentare la nostra delusione dopo quella dei live che tanto ci mancano» (eccerto, perché a noi invece sono venuti a noia) a «avete sbagliato tutto: per voi sarà stata una mossa intelligente per protestare, per noi è stata l’ennesima beffa», e il florilegio sarebbe lunghissimo, credetemi. Avrei da ribattere a ognuna della panzane o delle cattiverie lette, con molto pacato realismo e efficacia definitiva. O con una ferma rabbia annichilente. (E intendo dire: li avessi tutti in faccia, tutti insieme, agnellini diventati di colpo mansueti e quasi pentiti). E d’altronde voglio solo accennare molto di sfuggita all’egoismo inqualificabile e mortificante che promana da questo coro di isteria collettiva. Evito però, e resto sul focus: i locali sono in grave sofferenza. Hanno spese vive da sostenere e che non stanno più riuscendo a sostenere, perché sono locali di ampie metrature (in certi casi ampissime) con una serie di costi ineludibili. Non sono peraltro minimamente tenuti in considerazione dalle istituzioni come entità rispettabili (al pari dei teatri), e vengono semmai visti come luoghi strani in cui accadono cose strane: dunque zero possibilità di immaginare di avere dei privilegi (che ne so, agevolazioni fiscali o cose simili) o accortezze legate al concetto di “cultura”.

Dai fatti di Torino in avanti (due coglioni sparano dei petardi mentre una piazza intera guarda la Juventus e si sparge il panico) organizzare un concerto è diventato in realtà una via crucis di spese per garantire standard di sicurezza abnormi in grado di spazientire un Budda aggraziato dal suo nirvana personale. Dice… «ah, ma io queste cose non le sapevo…»: bene, con il flash mob di sabato ora le sai. A fine pandemia si stima che metà dei locali ancora in vita non ce la farà. Ovvero scomparirà. Potete dunque prepararvi a prefigurare nella vostra mente questa bella immagine: un bel nuovo supermercato fiammante, con tanti bei prodotti per fottere il vostro portamonete con beni di inavvertibile necessità, al posto del vostro locale di riferimento, dove vi siete sempre andati a cibare, con palpitante necessità, di cultura (io nel frattempo mi prefiguro le lamentele postume, gli accorati sussulti, la tristezza, eccetera).

Ma se così stanno le cose e dunque questa immagine del supermercato al posto del locale vi sta leggermente disturbando (sempre che mi stiate leggendo non con astio ma con la minima dose di neutra attenzione richiesta), dovete ora immaginarvi un altro scenario piuttosto deprimente: a fine pandemia una pletora inimmaginabile di band e musicisti vari avrà il bisogno vitale di tornare a suonare (posso ridirlo per la centocinquantamilionesima volta che dai dischi e dalla piattaforme non ci guadagniamo nulla?) e ci sarà un esubero di offerta di musica tale che neanche in condizioni normali e ideali di mercato nessuna domanda sarebbe in grado di soddisfare (a meno di non pensare che siate tutti disponibili ad andare a vedere due concerti al giorno per sette giorni su sette, uno alle 20 l’altro alle 22.30, per almeno un mese di fila: in tal caso i gruppi potrebbero star tranquilli che il pubblico sceglierebbe anche loro per un po’ di respiro). Ora, in realtà a fine pandemia le condizioni per molti motivi non saranno per nulla ideali: un tot di gente non si sarà voluta vaccinare (e da quel che ho sentito dire fra le prerogative per tornare a suonare al chiuso ci sarò l’obbligatorietà del vaccino), ci saranno molti meno soldi a disposizione (e quindi molta gente si indignerà per un biglietto ritenuto esageratamente caro, a seconda del proprio gruppo di riferimento), e ci sarà la metà dei locali di un tempo (dunque i concerti da vedere ogni giorno, se voleste supportare la scena, sarebbero minimo tre, a partire dalle 18 circa… ah, pagandoli tutti e tre sia chiaro). Queste sono le prime criticità che mi vengono in mente, ma ben altre ve ne sono.

Quindi la sorte dei locali riguarda tutti noi musicisti in primis, o perlomeno tutti quelli che sono abituati a suonare lì dentro e non negli stadi o nei palasport: se muoiono loro, noi, feriti a morte da internet e dalle piattaforme, non potremo nemmeno più contare appieno su quei luoghi che ci permettono di andare a prendere la parte rimasta possibile di remunerazione del nostro lavoro. Ora, se io devo pensare a una persona di normale dotazione empatica, penso a un senso di compassione prender vita nei gangli vitali del suo essere, che inizia a deglutire amaro per la presa d’atto di una difficoltà lampante che (mi sto rivolgendo a gente che ama la musica, giusto?) lo dovrebbe acquietare e render solidale, ben oltre l’esserci sempre ai concerti dei propri amati (se ami un gruppo credo tu vada a vederlo innanzitutto per te stesso e per la tua gioia personale, quindi è un po’ disonesto e disorientante venirmi a urlare in faccia «io che ti ho sempre supportato venendo ai concerti»). Pensaci, tu che hai scritto o pensato queste cose: perché arrabbiarti con me/noi per un flash mob e non invece continuare a solidarizzare? Perché pensare alla mia disonestà nel prenderti in giro e non alla mia difficoltà legata a un comparto che in Italia è finanche miracoloso che esista? Il tuo “dolore” per un concerto non visto dal divano di casa tua, gratis – di questo si sta parlando: del “dolore” per un concerto gratis non visto, non del disagio per, che ne so, un taxi introvabile mentre corro di fretta verso la stazione per non perdere il treno – vale davvero il dolore di quella gente di cui ti cibi quotidianamente e dei suoi collaboratori, in una reciproca e leale condivisione di emozioni, gratitudine e gioie, che sta sempre più impaurendosi per il proprio futuro? (Oh per favore, non mi dire che c’è tanta gente che ha le sue preoccupazioni per la crisi in corso: la mamma di mio figlio lavora nella più grossa azienda di turismo da anni. Turismo. Uno dei settori più bastonati di tutti. E teme per il suo futuro. E dunque? Non ne sono forse al corrente? C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, e anche per chi come noi non ha un lavoro remunerato da tempo c’è un sacco di gente nel mondo che vive in condizioni pietose, tra fanghiglia invernale finanche sullo zerbino della propria catapecchia e arsure estive senza condizionatori, e un device per vedere un concerto gratis se lo sogna la notte. E ancora: e dunque?).

E infine la sorte dei locali riguarda voi, perché se i locali muoiono muore sempre un po’ di più la musica che amate, messa in difficoltà da tutte quelle cose che (non voglio vergognarmi della mia ripetitività autoreferenziale) ho espresso con “inaudita generosità, spiazzante trasparenza e cocciuta lucidità” in almeno tre articoli qua su Rolling Stone. Li avete qua indicati: sarei felice della vostra onestà intellettuale nei miei riguardi se li leggeste o li ri-leggeste.

Una sola domanda, nel marasma letto, aveva senso: “cosa ne possiamo noi”? Ma noi l’avevamo prevenuta, e nel nostro post di accompagnamento chiudevamo in questo modo (perché la gente non legge? Possibile che si tratti davvero di analfetismo funzionale?): «Vi invitiamo a tenere alto il livello di guardia, continuando a non dimenticarvi che la musica che tanto vi e ci piace sta subendo danni che potrebbero risultare irreparabili. Anche una empatia partecipata e costante potrà quantomeno servire a non lasciar prevalere una sfiducia definitiva: se la musica e i concerti vi mancano per davvero, non dimenticatevi mai di questa situazione al limite, e tenetene sempre vivo e insopprimibile il desiderio». Non ne potete niente infatti, ma potete empatizzare, potete prendere atto, potete recepire queste informazioni e, appunto, tenere alta la guardia, gridando con noi contro la politica sorda, agitandovi con noi, perorando la causa, facendo proselitismo, informando gli amici, avendo presente il fenomeno sempre, curandolo con l’affetto e la premura necessari a regalare a tutti noi la sensazione che c’è un mondo là fuori che “sa” e che farà di tutto per non far morire questa bella avventura chiamata “musica alternative in Italia”. E invece no, e a questo punto è inutile ri-sottolineare come qualcuno ha reagito.
Tanta delusione, davvero tanta.

Voglio chiudere con tre cose.

1) Dopo questa iniziativa di sabato mi dicono che Franceschini abbia accettato un incontro con le rappresentanze dei club. Non so se è vero oppure no, è una notizia che apprendo ora, 1 marzo, ore 16.47: basterebbe questo a incattivirsi a mia volta e mandare a… Ma restiamo calmi, e ricordiamo che sono usciti dei servizi su alcuni TG nazionali. Ecco che se sarà vero sarà bello che dimostrato che una azione di forza ha ottenuto quello che un concerto in streaming non avrebbe mai ottenuto (se non soddisfare il divertimento casalingo di qualcuno, esattamente alla Conte, coi suoi musicisti che tanto ci fanno divertire). In un mondo ideale non dovrebbero servire altre parole, e per un frangente mi cullo nella illusione farlocca di star scrivendo da e per un mondo ideale.

2) Non sono voluto entrare nel merito delle varie accuse ricevute, ma lo faccio fare a un giornalista musicale di particolare valore e di cui ho sempre apprezzato lo stile e i contenuti (ricordo di averlo conosciuto a un concerto dei Subsonica a Milano, e gli ho fatto i miei complimenti): si chiama Damir Ivic, scriveva per il Mucchio, è particolarmente esperto in musica elettronica (quella cool, quella “avanti”). Sarebbe molto bello vi prendeste il tempo di leggere questo suo articolo. È scritto bene, è molto intelligente, va al cuore della faccenda, non le manda a dire a nessuno. In una parola: illuminante.

3) Voi non potete avere nessuna idea di quanto possa costare un concerto in streaming. Escludiamo l’ipotesi che una band dalla sua sala prove registri con due o tre iPhone un po’ di pezzi (resa sonora e visiva squallida, quella a cui vi siete abituati gratis per tutto questo tempo della pandemia in cui i musicisti vi hanno regalato di tutto abituandovi alla gratuità come standard), decidendo di ingaggiare alcuni ragazzi che coordinino quei due o tre iPhone per una regia posticcia, perché in tal caso le 10 euro generosamente elargite non ce la darete mai più, dato lo squallore dello spettacolo visto: io vi posso dire che, restando bassissimi, una operazione che coinvolga tante band in sincrono in una piattaforma organizzata dai gestori, non possa costare meno di parecchie decine di migliaia di euro (e non certo per avere il risultato elegante e costosissimo di Nick Cave in solo o la lussurreggiante esplosione di vitalità di Dua Lipa). E, vi posso anche garantire, conoscendo il popolo italiano, che non molti avrebbero speso volentieri i loro soldi per sostenere… Sostenere cosa? Che l’evento non andasse troppo in perdita. Vi pongo una domanda fatta per una riflessione volenterosa (mettete dunque a riposo il cervello, fate un lungo respiro, e seguitemi con l’intelligenza che avete): secondo voi, perché qui in Italia non uno fra i big ha ancora fatto un bel concertone in streaming, dove tutto appare bello e perfetto come in un bel mondo fatato, facile facile da idealizzare, sognare e raggiungere?