I giovani cercheranno sempre di morire, è questa la verità | Rolling Stone Italia
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I giovani cercheranno sempre di morire, è questa la verità

Rischiare tutto per qualcosa che non ne vale la pena non è un accidente della gioventù, è l’essenza della gioventù e finché non si nascerà a trent’anni suonati, i ragazzi saranno protagonisti di “tragedie che si potevano evitare”

La verità è che sopravvivere alla propria gioventù è soprattutto questione di fortuna. A prescindere dal genere musicale più popolare nella specifica epoca storica, a prescindere dalla droga più popolare nella specifica epoca storica, a prescindere dall’atteggiamento dei genitori: permissivi o inflessibili, poco importa. Serve tanta fortuna. Perché fare cose stupide, insensate, rischiare tutto per qualcosa che non ne vale la pena non è un accidente della gioventù, è l’essenza della gioventù. Non è giusto né raccomandabile: è la realtà. Il punto non è: da ragazzi non si conosce ancora il pericolo. Il punto è: da ragazzi il pericolo lo si ricerca consciamente. Così è sempre stato e così sempre sarà. Essere giovani vuol dire mettersi in pericolo.

Ai tempi della Grande Guerra si partiva tutti contenti per la trincea, ora in Occidente si combatte poco e tocca inventare surrogati dei mortai. Da giovani, una fregola nello stomaco che chissà da dove viene ci rende insofferenti alle proibizioni, e se tutto fosse permesso i giovani troverebbero comunque qualcosa fuori da questo tutto. Per esempio la morte. Perché la morte è il proibito per eccellenza, il grande tabù. Nulla è trasgressivo quanto adulare la morte, accarezzarla, sfiorarla, invocarla. Nulla è trasgressivo quanto morire. È tranquillizzante immaginare che un giusto calibro tra disciplina e libertà redima un giorno i ragazzi dalla ricerca dell’assurdo, è tranquillizzante vagheggiare un modello genitoriale capace di disinnescare la foga autodistruttiva. Ma è utopistico: finché non si nascerà a trent’anni suonati, i ragazzi saranno protagonisti di “tragedie che si potevano evitare”.

I miei genitori hanno provato prima con castighi e punizioni, poi con la fiducia. Prima e dopo, io di surrogati dei mortai me ne sono inventati a bizzeffe. Ancora bambino, inseguendo a testa in su un coleottero in un campeggio sono finito contro una rete di filo spinato: mi si è squarciata la faccia appena un paio di millimetri sotto la palla dell’occhio. Pochi anni dopo, in autunno, cercando di catturare una rana che poi si sarebbe rivelata una pallina da tennis marcescente, sono finito in una piscina dove galleggiavano topi morti: fu lì che sentii per la prima volta, per bocca del terrorizzato medico di famiglia, la parola leptospirosi.

Poi ho cominciato ad acquistare da sconosciuti e a ingoiare pastiglie dai colori assortiti, ognuna con un simbolo misterioso impresso sopra: scorpioni, tulipani, S di Superman, diamanti. Non avevo la minima idea di quali sostanze contenessero. Se non sono morto sbavando schiuma verdastra per un’intossicazione da veleno per topi è stata solo semplice, squisita fortuna. Diciassettenne, ad Amsterdam, mi sono mangiato tre porzioni di funghetti allucinogeni in due minuti. Se mi chiedono il perché ancora non so rispondere, credo che la risposta più sincera sia: proprio perché un perché non c’era. Dopo pochi minuti credevo di essere il diavolo, speravo di svenire, perfino di morire purché smettessero di formicolarmi il corpo e le viscere e l’anima, ma non sono morto nemmeno in quel caso.

Una volta un mio amico guidava verso la discoteca, abbiamo litigato per una sigaretta, io per ripicca gli ho girato di colpo il volante, abbiamo sfiorato un autocarro e poi abbiamo continuato a sentire il suo clacson per un chilometro. Un’altra volta dovevo guidare io, sempre di notte, il parabrezza era incrostato di brina, ho chiesto all’amico che era con me di scendere a pulirlo. Gli avevano rubato il maglione nel locale, era di cattivo umore, non ne aveva voglia. Gli ho detto: io guido, tu pulisci. Io non pulisco, ha ripetuto. E allora io parto. Alla cieca. Dopo cinquanta metri: frontale con un macchina, ferma.

Nei primi 2000, alla ricerca di pallette di cocaina, abbiamo seguito degli eroinomani italiani in una zona franca di Barcellona, Can Tunis, dove arrivava solo un autobus gratuito pieno di scheletri che si grattavano croste infette. Il quartiere era un tappeto di siringhe puntellato di roulotte, ci hanno chiesto soldi e orologi agitandoci aghi insanguinati davanti alle facce. Uno di noi, per una lunga serie di circostanze, è dovuto restare là tutta la notte, per partecipare a quello che gli abitanti della zona chiamavano party: il mio amico, seduto su un panno steso sulla terra sieropositiva, ha dovuto illuminare con l’accendino, per ore, gli invitati del party alla ricerca di vene ancora adatte a un buco.

Della mia compagnia non è morto nessuno, però due di noi sono stati internati con TSO. Uno aveva smesso di parlare per anni, ti guardava con occhi sgranati dal terrore come se tu fossi un licantropo. Un altro non faceva che gridare sempre una stessa frase: voleva la sua copertina con i coniglietti rosa. Ognuno a modo suo ha inseguito il proprio coleottero. Ad alcuni il ferro si è conficcato due millimetri sotto l’occhio, altri se lo sono preso in piena pupilla.