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I figli unici sono una condanna per loro stessi e per il mondo

"È per te ogni cosa che c’è", direbbe Jovanotti, sintetizzando uno standard di vita che, dalla paghetta da non spartire con nessuno, ha portato ai social network e alla mania di credersi insostituibili nell'Universo, anche se, in realtà, di te l'Universo se ne strafotte

Foto di Gaelle Marcel

È per te ogni cosa che c’è. Anche senza il ninna na ninna e, resta una frase terribile. Non per forza pronunciata, è il non detto in ogni carezza di mamma e papà. Che condanna il figlio unico a un futuro di frustrazione. Perché “ogni cosa”, e cioè l’Universo, in realtà di te se ne strafotte.

Incontrerai nella vita 80 mila persone, ne conoscerai decentemente non più di 150. Di queste, a dir tanto due o tre sarebbero capaci di un gratuito gesto d’amore nei tuoi confronti (mentre tu, figlio unico, non ne sarai capace con nessuno, finché, forse, non concepirai figli a tua volta). Per lo più, morti i genitori, la galassia diventa un quasi-nulla freddo e largo 100 mila anni luce, puntellato da 200 miliardi di inferni atomici detti stelle, dove papà, sulla superficie di un pianeta trascurabile e moribondo, abitato da creature nemiche o indifferenti, ti ha però lasciato un trilocale con doppia esposizione. Niente fratelli o sorelle con cui condividere l’eredità e il terrore di esistere, l’argenteria e l’ultimo capezzale di chi ti ha dato la vita.

Sarebbe logico diventare un prete, nella solitudine assoluta chi altro ti resta se non Dio, capostipite supremo della stirpe dannata dei figli unici, ma lui tace, e allora tu riempi il vuoto di preghiere e preghi e preghi e preghi; oppure uno stalker, all’ossessiva ricerca di altri pezzi di carne calda parlanti e accarezzanti che non ti abbandonino nemmeno per cinque minuti; o ancora un social-dipendente, che ribadisce con continue, ticchettanti trovate la propria insostituibile unicità. Infinite declinazioni, verbali e fotografiche, di uno stesso identico concetto: “ehi, guardate qua, sono io, Marco, l’essere più importante del mondo, me l’ha assicurato la mamma!”.

Niente vestiti del fratello più grande che ti aspettano nell’armadio. Ogni vestito è per te. Niente paghetta da spartire. Ogni moneta è per te. Niente discussioni sulla pietanza della sera: chiedi e ti sarà dato. Ogni giorno, il messaggio più importante dei genitori è per te, ogni apprensione dopo ore di silenzio, ogni loro chiamata in astinenza d’affetto, ogni loro sguardo triste per la tua cameretta vuota da anni, ogni orologio e anello di famiglia, ogni goccia del loro sangue da donatori e ogni consiglio, ogni loro rene e sogno di vecchiaia, ogni loro tentativo di capire un tempo nuovo. È per te ogni cosa che c’è. Per te, che nonostante la loro dedizione totale sei destinato alla sofferenza e alla morte. Come può accettare la morte chi è stato cresciuto come centro dell’universo? Come potrà l’universo esistere senza il suo centro? Come può accettare la vita chi non ha mai lottato per l’ultimo frollino della confezione?

I genitori di figli unici dovrebbero quantomeno dotarsi di un bambolotto, per l’infanzia, e poi di una bambola gonfiabile, per la pubertà. Accomodarli accanto al figlio vero a tavola e sopra di lui sul letto a castello. Una cucchiaiata di pappa alla bocca di carne, e poi ahm!, una a quella finta (se cola per terra, chi se ne importa). Dieci euro al ragazzino, dieci a quello gonfiabile. Un bacio della buona notte sulla guancia, uno sulla plastica. Dividere beni e affetto con un oggetto inanimato mostrerà al bambino quanto lui sia insignificante. Una rivelazione precoce: il mondo ti preferirà manufatti made in China. Basta uno spillo, una disattenzione, per bucarti irreparabilmente: i genitori se ne stanno lì a guardare la plastica afflosciarsi, e non possono farci niente.

Oggi metà delle famiglie italiane orbitano attorno a un figlio unico, e in genere l’Occidente democratico è sempre più basato su una famiglia monarchica: un sovrano coperto prima di bava e poi di brufoli comanda, chi gli sta attorno sarebbe pronto a sacrificare la propria vita soltanto per lui. Quale fratello i tuoi genitori butterebbero giù dalla torre? No, niente di tutto ciò. Ci sei tu, non c’è altro. Non c’è niente di minimamente paragonabile a te, con la tua cicatrice da varicella e il tuo herpes sul labbro e la tua balbuzie cronica, in tutti i miliardi di miliardi di multiversi.

I social network hanno allargato la smania d’insostituibilità a enormi strati della popolazione. Ti danno l’illusione di essere unico anche se provieni da una nidiata conigliesca. Facebook tratta ciascuno di noi come se fosse il suo unico figlio. Ci mostra le diapositive dell’anno appena trascorso, ci suggerisce quali sono gli amici più fidati. Soprattutto ci incoraggia a esprimere l’essere unico che siamo: il mondo, là fuori, non potrà che adorarti come lo fa lei, Facebook, la grande mamma senza faccia.

Chi altro avrebbe mai pubblicato una storia di Instagram con la stessa combinazione tra filtro e adesivo? Chi altro avrebbe sfoderato una foto profilo con un cappello da procione? Chi altro avrebbe sintetizzato in un tweet tanto brillante la sua contrarietà al vaccino per il morbillo? Io io io io! Forse la diffusione dei figli unici ha contribuito a quella dei social, che adesso contribuiscono all’ulteriore incremento della mentalità da figlio unico. Sei tu il protagonista indiscusso del Natale e dei regali, del primo giorno di scuola, del filmato delle vacanze. Chi altro dovrebbe dire la sua sulla prossima legge finanziaria e sulla fusione fredda, se non tu? Uno vale uno perché oltre all’uno c’è nessuno.

Se le cose andassero alla grande, al di là di ogni più rosea previsione, se assicurassimo al pianeta intero i nostri standard di vita occidentale, i figli unici saranno gli unici figli al mondo. Tiepido antidoto contro il sovrappopolamento, bollente tonico per l’egoismo. Per Nietzsche l’uomo era una corda tesa tra la bestia e il superuomo. In realtà l’uomo è un account aperto tra la bestia e il figlio unico.

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