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Gli intellettuali italiani sono una manica di preti

Il loro dio è la Cultura, un dio distantissimo che può essere decifrato soltanto da chi abbia preso i voti. È così che il tweet di Zingaretti su Barbara D’Urso diventa uno scandalo, come se il Papa gridasse “Viva la figa!”

Nicola Zingaretti

Foto: Salvatore Laporta/KONTROLAB /LightRocket via Getty Images

Per essere accettati in un gruppo sociale bisogna assumerne le abitudini identificative. Da adolescente, per entrare nella compagnia con le ragazze più carine ho dovuto cominciare con le canne. Oggi, per entrare nella compagnia con le persone più colte devi cominciare con le arie. Devi assumere l’atteggiamento di una persona molto, molto intelligente. Un atteggiamento pensoso, preoccupato dei grandi guai del mondo, che darebbe la vita per redimere il popolo rozzo se solo il popolo non fosse così rozzo da non lasciarsi redimere, e quindi tocca continuare a vivere, questa faticaccia – continui a farlo giusto perché puoi svagarti con Ingmar Bergman <3.

Qualcuno ha detto che lo scollamento tra massa e intellettuali è una conseguenza del cattolicesimo. Mentre nei paesi protestanti gli individui leggevano con i loro begli occhietti i testi sacri, nei paesi cattolici era il clero a tradurre la parola di Dio per le impreparate orecchie dei fedeli. Chissà. Di certo gli intellettuali italiani si comportano come un ordine di preti. Il loro dio è la Cultura, un dio ineffabile e distantissimo, che può essere decifrato soltanto da chi abbia preso i voti. La gente non ha questa gran voglia di prendere i voti, che suona tanto come una roba inutile e complicata, e allora dagli addosso alla pretaglia. E così l’abisso si allarga sempre più. I preti della cultura officiano soporifere messe per altri preti e i turni per aspergere l’incenso sono stabiliti a tavolino per squisito spirito di corpo e a un laico l’ostia non la danno manco se prega, perché prega male. Stabilire chi ha cominciato prima a non ascoltare gli altri – in questo Intellettuali vs Resto del mondo – sembra superfluo, se non demenziale. Fatto sta che da una parte c’è una massa popolare sempre più fiera della propria ignoranza, dall’altra una élite intellettuale sempre più sorpresa della propria ininfluenza.

Immaginiamo che per anni il papa di questo clero sia stato il segretario del PCI, con le sue successive derivazioni. Immaginiamo che oggi il papa sia Zingaretti. Immaginiamo che questo papa Nicola per mesi abbia puntato sul ritorno agli antichi valori, trainato da un’eresia pauperista e savonarolesca, immaginiamo che poi, di punto in bianco, una domenica si sia affacciato al balcone di San Pietro e abbia gridato alla folla di fedeli là sotto: “Viva la figa!”. Più o meno è stato questo l’effetto prodotto dall’affettuoso tweet di Zingaretti in difesa del programma di Barbara D’Urso. Scandalo nel clero.

Perché un altro atteggiamento che contraddistingue le persone colte è una straordinaria capacità di scandalizzarsi. Gli occhi, sempre bassi, ora su libri polverosi ed esoterici ora schiacciati dall’insopportabile peso del mondo, si alzano e spalancano solo se scandalizzati. Cioè ogni giorno, come da prescrizione oculistica. Per esempio quando è stata nominata sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni, che ha detto: “Non leggo un libro da tre anni”. Non è una bella cosa, no, non lo è per niente. Un giorno i colti si accorgono che la cultura in Italia è del tutto ininfluente, poi se ne scordano l’indomani, e poi se ne ricordano di nuovo il giorno dopo ancora. Un movimento respiratorio, due respiri a settimana e rotti, quasi un’iperventilazione.

I voti si prendono collezionando un curriculum certificato dal clero: lauree, premi, riconoscenze, incarichi, retweet. Per qualche anno abbiamo sperimentato dove porti l’esaltazione dell’incompetenza: nel baratro. E per un tecnico il curriculum è molto, forse tutto. Ma adesso, col nostro consueto equilibrio, ci dimostriamo già ossessionati dai curriculum: i più pii ostentano la loro fanatica conversione declinandolo al plurale, curricula. Il curriculum è l’elenco delle organizzazioni che sei riuscito a convincere del tuo valore: università, aziende, istituzioni. Un così detto intellettuale non dovrebbe convincere nessuno del proprio valore, se non il popolo: cioè la platea di potenziali ascoltatori, lettori, spettatori. Lauree e premiucci sono mera aneddotica. Visto lo stato in cui versa la società, visto che circa il 60% degli italiani non legge neanche un libro all’anno, visto che il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni è composto da analfabeti di ritorno, ecco, allora il curriculum degli intellettuali italiani è a conti fatti pietoso.