L’Eurovision, il rap della mutua della Kalush Orchestra e i ‘Moldova City Ramblers’ | Rolling Stone Italia

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L’Eurovision, il rap della mutua della Kalush Orchestra e i ‘Moldova City Ramblers’

Nella nuova puntata della rubrica/dialogo a due by Robertini & Piccinini per ‘Rolling’: Eurovision 2022, islandesine nashvilliane iperrealiste, la new wave napoletana di Liberato e il nuovo album di Kendrick Lamar

Foto di Stefania D'Alessandro/Getty Images

AP: Ovviamente, appena è partito il micidiale meccanismo di voto dell’Eurovision che secondo alcuni esperti è una delle cose più spettacolari mai viste in tv, mi sono addormentato secco. Nel dormiveglia ho capito che l’orrendo vichingo inglese e la Bonnie Tyler svedese se ne tornavano a casa, non ne sentiremo parlare mai più. Evviva. Pure la debacle italiana tutto sommato ci farà bene. Non si vive di soli stylist. Torniamocene a Rozzano, a Marechiaro, a Torpigna, la vita vera è altrove. Perdiamo pure Damiano per infortunio nella sera in cui abbiamo recuperato Spinazzola sulla fascia. E comunque io stavolta tifavo est. Quelli della Kalush Orchestra, col loro rap della mutua, il folk stilizzato d’era sovietica e il turbo folk più gangster e festaiolo, non erano malaccio. Avevano un sapore anni ’90, di remix coi sample delle voci bulgare. Isola Posse, Onda rossa, proprio. Est Sound System. O no?

GR: Ma sì, Zulu Nation come Afrika Bambaata, con tanto di break dance in scarpette Puma come nella prima edizione di Yo Mtv Raps!, evviva i Kalush. L’inizio del rap, su quel beat da tastierina Casio, mi ha ricordato Fight The Faida di Frankie Hi-Nrg «Padre contro figlio/fratello su fratello/partoriti in un avello come carne da macello». Nostalgia delle posse, di “un altro mondo è possibile” senza il cinismo di Twitter, o l’ironia degli Elii che nel loro spot a puntate per Costa Crociere durante tutto l’Eurovision giocavano con la retorica del folklore reinterpretando La Terra dei Cachi in salsa metal scandinavo, rap francese, techno tedesca. Ma il folklore è una cosa seria, roba da Limes, ci avrei visto più Caracciolo che Malgioglio a fare la voce off della manifestazione. E invece ci siamo dovuti sorbire la sprezzatura della sala stampa che dava le sue inutili pagelle, io per abitudine leggo il Corriere ma non se ne esce, erano disastrose ovunque: “baracconata”, “circo”, demenziale” tra le parole di commento più usate per i pezzi in gara. Lodi e cuoricini solo per Mahmood e Blanco, il resto era solo un grande LOL.

AP: Ma i punk Moldavi ultraboomer col duo di turbo fisarmonicisti, tipo “Moldova City Ramblers”, erano buffi davvero. E il trio di islandesine nashvilliane iperrealiste? Comunque un po’ frastornato da tutto il can can di quest’anno sull’Eurovision sono tornato alle basi e ho riletto Note sul camp di Susan Sontag. Decima riga: «Parlare del Camp è tradirlo. Se posso difendere il tradimento è solo per la cultura che ci regala». Sante parole. Malgioglio scansati. Io poi tifavo l’est anche per sfrenato orientalismo. Da sempre per noi il confine d’Europa tra la Turchia, i Balcani, la Grecia è un luogo di sfrenate fantasie primitivo-vacanziere. Per dire: Pasolini ci aveva girato Medea, Demetrio Stratos e Mauro Pagani cercavano l’ispirazione per il dopo progressive italiano. Hai visto Andromache, la bellissima odalisca di Cipro nella conchiglia? E il reggaeton balcanico del rumeno Wts e dell’albanese Ronela Hajati, ingiustamente eliminata, che gli vuoi dire? Mi fa venire in mente il geniale claim della nuova campagna Alpitour: «Io in un villaggio? Mai!». Che minaccia di eguagliare il turista fai da te no Alpitour, ricordi? Altro cultissimo anni ’90.

GR: Già, prossimo appuntamento tra un anno a Mariupol, chissà. Certo, Zelensky ci chiede le armi per la resistenza e noi gli rifiliamo il vincitore di Sanremo, sa un po’ di truffa, anzi già che ci siamo potremmo trasferire lì pure la nostra kermesse, Teatro Ariston compreso, altro che voto della sala stampa e giuria demoscopica. Giuria cecena e basta. L’importante adesso è che a Eurovision 2023 ci arriviamo preparati: ripassiamo le vecchie edizioni del Concertone del Primo Maggio – attenziò, concentraziò come cantava la Bandabardò –, mettiamo negli armadi sia gli abiti fichetti che i loro stylist e alleniamoci tre volte alla settimana sgranando come un rosario tutte le canzoni di Manu Chao…onore alla patchanka, madre illegittima di tutti gli Eurovision, simbolo di pace e amore! Piccola nota di guerra a margine della manifestazione canora: ho letto una storia di Iosonouncane in cui ringrazia Francesca Mannocchi per l’utilizzo che sta facendo delle sue musiche nella sonorizzazione dei reportage di guerra. Bello, no? Però io in montaggio proverei a usare anche qualche brano dell’estone Stefan, country epico da vodka western…

AP: Cambiando discorso ti aggiorno sul mio osservatorio borsette nell’hip-hop. Kendrick Lamar esorta a una nuova sobrietà ai tempi della ripresa dopo il Covid: «Toglietevi lo Chanel/ Toglietevi Dolce/ Toglietevi la borsa Birkin/ quelle stronzate da designer/ e cosa vi resta?». Come tanti critici musicali bianchi del pianeta ho passato il fine settimana a decifrare il nuovo album, Mr. Morales and Big Stepper, uscito a tradimento dopo cinque anni di silenzio e un blocco creativo. Diciotto pezzi, sampling da Marvin Gaye, afrofunky oscuro, pianoforti jazz. Una decostruzione del maschio cis nero da mettere nello scaffale accanto all’Autobiografia di Malcolm X e Soul on ice di Eldridge Cleaver. In We cry together mette in scena la litigata di una coppia a male parole: «Fuck you. No, fuck you tu». Notevole. Lei accusa lui di essere complice di Harvey Weinstein e R Kelly. Lui le risponde: «Allora perché le donne dell’R&B non si fanno mai i featuring tra loro?». Boh. C’è anche la lunga storia di una zia e di un cugino, transgender ma accettati con amore. E Il video deepfake in cui Kendrick prende il volto di OJ, Kanye e Will Smith perché «la vita è un punto di vista» e in America se sei nero te la fanno pagare. Più o meno. Ne sono uscito esausto. Come giocare a basket al campetto da solo per un’ora.

GR: Sarà per sta botta di caldo dell’anticiclone, ma più che borsette e sneakers questa settimana sentivo voglia di costume e ciabatte, e ho approfittato di quell’ultimo spazio di tempo che ci separa dall’arrivo dei tormentoni estivi per concentrarmi sui dischi nuovi di Liberato e Nu Genea, la new wave napoletana. Ma è una Napoli sempre più astratta, mellow dream ‘ngopp a Vesuvio. Liberato tiene botta confermando che quel Frankenstein tra canzone neomelodica e clubbing colto europeo funziona, è artigianato di lusso, e l’originale si fa bene riconoscere dalle imitazioni anche a costo di sembrare un po’ ripetitivo. Ma in un’epoca di cantanti mascherati l’hype rimane tutto in mano ai videoclip del bravo Lettieri. Su Nu Genea sospendo il giudizio, difficile sbagliare col funk, per emergere dall’immensa library di groove, percussioni e synth analogici ci vuole qualcosa di più di un’ottima ricostruzione filologica. Tipo lo scudetto, o un’estate memorabile.

AP: Facciamo finta che The Smile di Thom Yorke e Jonny Greenwood l’abbiamo già sentito? Non lo diciamo a nessuno e via.

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