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Ella Fitzgerald, Lady ‘Tre Ottave’

Nelle classifiche per cui gli americani vanno matti, la signora del jazz vince quella dell’estensione vocale. Che le ha permesso di regnare incontrastata in qualsiasi genere, dallo scat ai duetti col sodale Louis Armstrong

Ella Fitzgerald a Londra nel 1963

Foto: Ronald Dumont/Express/Getty Images

È conosciuta l’attitudine degli americani per le classifiche e per i primati. Stiamo alle donne: la più sexy, la più premiata, la più longeva, la più amata, eccetera. Ella Fitzgerald (1917-1996) è primatista di una qualità primaria, decisiva del canto: la sua voce vantava un’estensione che andava oltre le tre ottave. Significa che poteva permettersi tutto. Questo suo dono lo seppe estendere a molti registri, e a invenzioni che appartenevano solo a lei. E questa lunga potenza vocale le permise di essere la regina di un virtuosismo particolare, il cosiddetto scat, che ai tempi d’oro del jazz era considerato una capacità che potevano permettersi pochissimi cantanti.

Lo scat era un virtuosismo che permetteva l’imitazione vocale degli strumenti dell’orchestra. Non prevedeva parole, ma solo suoni adattati al momento, con improvvisazioni senza regole, in chiavi ritmiche senza disperdere la melodia. Negli spettacoli, spesso lo scat era il momento finale. Era allegro e divertente. Poteva essere l’imitazione di qualche artista in chiave grottesca e caricaturale.

La Fitzgerald nacque a Newport News, città della Virginia. Quello stato del Sud, in quegli anni, non era il luogo più propizio per chi era di colore. La famiglia si trasferì a New York, ma Ella rimase orfana a quattordici anni e finì in un orfanotrofio. Non poté fare studi regolari, cercava di sopravvivere con lavoretti saltuari. Si svolgevano allora, a New York, delle serate dedicate a cantanti dilettanti, si chiamavano Amateur Nights. Ella vi partecipò nella serata giusta, perché fra il pubblico c’era Chick Web, batterista che faceva parte di una band di musica swing in voga. Web era uno che contava, colse le potenzialità della ragazza e le fece incidere alcune canzoni di successo, tra cui A-Tisket, A-Tasket, Undecided e soprattutto Mister Paganini, che sarebbe stato uno dei titoli eroici della cantante. Quando Webb morì, nel 1939, l’orchestra continuò a vivere col nome di Ella Fitzgerald and Her Famous Orchestra. Quella piattaforma era perfetta per permettere a Ella di sperimentare e perfezionare tutti i suoi stili. Nel 1941, a 24 anni, era ormai matura per una carriera da solista. Era la più completa cantante americana, padrona dei più svariati repertori musicali: swing, bebop, blues, samba, gospel, calypso.

Da allora furono grandi successi, spesso trionfi. I riconoscimenti li ebbe tutti. A cominciare dal Grammy Award, il più prestigioso premio dell’ambito della musica. Fitzgerald se lo vide assegnare ben 14 volte. Sono più di settanta i suoi album e oltre quaranta milioni le copie vendute. Ella era trasversale. Nel 1956 si esibì in una tournée europea, accompagnata dall’orchestra di Duke Ellington. Fu un trionfo. Era amatissima dai grandi della sua epoca. Frank Sinatra, Louis Armstrong, Dean Martin, Nat King Cole e altri: se la contendevano. Ma il suo compagno privilegiato, il suo grande, per certi versi, omologo, fu Louis Armstrong. I due crearono un sodalizio che entra nell’antologia nobile della musica. Si esibirono nei vari generi, ogni volta improvvisando con momenti, di voce e di espressione, irresistibili. Interpretarono lo stile alto di George Gershwin in Porgy and Bess e rivisitando quello stesso Gershwin con incisioni di standard jazz.

La memoria della musica e degli appassionati rimanda a decine di canzoni, con Ella solista o con Armstrong. Alcuni titoli: Cheek to Cheek, Summertime, The Lady Is a Trump, They Can’t Take That Away From Me, I Want to Be Happy, Love Is Here to Stay. Come si dice, la punta dell’iceberg.

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