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Elezioni europee, la passione civile non è mai troppa

Siamo cittadini europei prima ancora che italiani. Per questo il voto del 26 maggio è noi o loro, chi vuole stare assieme e chi guarda solo indietro. Bisogna mobilitarsi, essere protagonisti delle nostre scelte

Un'attivista per il clima davanti al parlamento di Dublino il 10 maggio 2019

Foto Artur Widak/NurPhoto via Getty Images

Se dovessi spiegare a un ragazzo, alle sue prime Elezioni Europee, quali sono i motivi per dare fiducia all’Europa, gli direi una cosa tanto semplice quanto vera: “Tu sei nato quando il Muro di Berlino stava per cadere o era già caduto e il sogno europeo affascinava milioni di giovani come te, che, dall’altra parte della Cortina di ferro, identificavano nell’Europa un’ideale di libertà politica e di felicità personale. Tu sei già nato in Europa, prima che in Italia, dentro una costruzione politica, come quella europea, che ti garantisce tutte le libertà che conosci e che consideri ‘naturali’, quelle che concorrono a definire la tua identità e le tue opportunità di vita, di lavoro e di conoscenza”.

Oggi questa Europa è in pericolo, minacciata dai nazionalismi che per oltre mezzo secolo è riuscita a neutralizzare. Il 26 maggio si giocherà il destino di questa Europa e ciascun voto sarà decisivo per stabilire quale strada prenderà la storia del nostro continente. Non si tratta di scegliere un simbolo o un altro sulla scheda. Le opzioni saranno solo due: andare indietro o avanti, rimanere chiusi in se stessi o aprirsi alle opportunità e allo stare insieme.

Il vento del nazionalismo, che soffia un po’ ovunque, non ha nulla di nuovo. “Prima gli italiani”, “prima i francesi”, “prima i tedeschi”. Semplicemente non esiste, perché chi ve lo dice sa bene che poi c’è sempre qualcuno di più minaccioso, che lo dice più forte. E i secoli di guerre che il nostro continente ha attraversato avrebbero dovuto insegnarci che lo scontro tra egoismi non finisce mai bene.

Sono convinta, ora più che mai, che gli Stati Uniti d’Europa sono in prospettiva l’unica risposta all’altezza della sfida sovranista. L’Europa federale, però, non si “decreta”, si costruisce a partire da una chiara visione, con un lavoro politico che parta dal presupposto che indietro non si può e non si deve tornare, ma si deve continuare ad andare avanti. Sono convinta che solo chi ama l’Europa può cambiarla. Io penso, come pensava Jean Monnet, che la costruzione europea debba procedere passo passo, creando meccanismi di integrazione economica e politica, che rendano evidente per tutti i cittadini degli Stati membri i vantaggi di un’Europa comune, per allargare poi questa logica comunitaria a ulteriori ambiti di intervento.

L’Europa che c’è è un’Europa efficiente. La politica commerciale, la tutela della concorrenza, gli standard sanitari e ambientali, la tutela dei consumatori sono esempi di “buona Europa”. La “cattiva Europa” è semplicemente quella che non c’è, quella dei capi di Stato e di governo. Proprio questo, mentre i sovranismi e i nazionalismi hanno rialzato la testa, è il momento per allargare le competenze dell’Unione a materie storicamente assegnate alla competenza degli Stati, ma per cui gli Stati nazionali sono chiaramente inadeguati: dalla difesa alla sicurezza, dall’immigrazione a una politica fiscale e di bilancio in grado di finanziare interventi per la competitività e la coesione economico-sociale. Trovo abbastanza ridicole le accuse di chi dichiara di temere un Leviatano, o un superStato europeo, se pensiamo che questa federazione avrebbe un bilancio di 4 o 5 volte inferiore a quello federale americano.

Serve guardare avanti e non lasciarci intimidire. Quante volte ci hanno detto di lasciar stare, perché era meglio rimanere in disparte, non esporsi, perché tanto le cose vanno come devono andare. Beh, non è così. Nella mia vita sono stata tante cose e sempre troppo per alcuni. Troppo donna per fare politica. Troppo ribelle per essere una donna. Troppo giovane per fare sul serio e poi di colpo troppo anziana per essere presa sul serio. Troppo radicale per piacere a tanti, troppo amata per essere votata. Sempre troppo, sì. E ne sono fiera. E sono convinta che non è mai troppo tardi per sforzarsi di dire la cosa giusta e soprattutto di fare la cosa giusta. Serve l’impegno e la mobilitazione di ciascuno di noi e di voi per cambiare in meglio le cose, rendere migliore questo sogno chiamato Europa. Non potrei esserne più convinta.

Fate il possibile, a casa coi familiari, nel luogo di lavoro, sui mezzi pubblici e al bar. Responsabilizzate chi crede solo alle bufale. Io, grazie all’intuizione di Carlo Pastore – direttore artistico del Festival –, che ha ben compreso la sfida che ci troviamo ad affrontare, sarò al Mi Ami nella giornata di apertura del 24, proprio per parlare ai ragazzi dell’urgenza di agire subito, ora. Chi dice che i giochi siano fatti non sa quanto potente possa essere la passione civile, quando si risveglia per essere protagonisti e protagoniste del proprio futuro. Lo ribadisco: ogni voto conta e il vuoto non esiste. Se non lo riempi tu con la tua scelta, sarà qualcun altro a riempirlo e tu ne subirai le conseguenze. Mobilitiamoci allora. Facciamolo per il nostro futuro.

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