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Di cosa parliamo quando parliamo di odio

È vero che alcuni schieramenti politici, alcune visioni del mondo e alcuni personaggi sono meritevoli di odio? Una riflessione dopo le offese di un professore a Giorgia Meloni e la solita regressione dei social

Giorgia Meloni

Foto: Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images

Un docente universitario ha offeso Giorgia Meloni: “vacca”, “scrofa”. In molti si sono sentiti in dovere di esprimerle solidarietà, oppure di motivare le ragioni per cui non gliela esprimevano. “Perché”, questa la tesi più diffusa della seconda opzione, “chi da anni semina odio non può lamentarsi quando viene contraccambiato con lo stesso sentimento”. Sui social si è innescata la solita regressione all’infinito: “hai odiato prima tu”, “no, prima tu, “e prima ancora tu”, “e prima ancora tu”, ecc. Nel migliore dei casi tagliamo il nodo gordiano con la lama della frase fatta: “odio chiama odio”. E pensiamo così di avere messo fine alla discussione. C’è chi dice che alcuni schieramenti politici, alcune visioni del mondo, alcune categorie, alcuni personaggi pubblici siano meritevoli di odio perché per primi diffondono odio. Altri dicono che l’odio è in ogni caso sbagliato. Come sempre, parliamo senza sapere quel che diciamo. Perché manca una riflessione preliminare su che cosa intendiamo per odio. Ma solo dopo questa riflessione potremmo, forse, decidere su tutte le questioni che ne conseguono.

Così come l’amore è il sentimento che rivolgiamo a chi crediamo possa renderci felici, l’odio è il sentimento che rivolgiamo a chi riteniamo causa della nostra infelicità. Della nostra incompletezza, dello stato pietoso in cui versa la realtà nella quale siamo costretti a vivere. È il cattivo delle favole: eliminato lui, o lei, vivremo per sempre felici e contenti. Odiare non è soltanto possibile, non è una condizione eccezionale che colpisce qua e là gli esseri umani come una malattia degenerativa. Odiare è necessario quanto amare. La comunicazione di questo sentimento necessario può essere esercitata nelle forme previste dalla legge.

Eros, stando al Simposio di Platone, nasce dall’unione di Poros (espediente) e Penia (povertà): “sempre scalzo e senza casa, si sdraia sulla terra nuda, dormendo all’aperto davanti alle porte e per le strade secondo la natura di sua madre, e sempre accompagnato dall’indigenza”. L’amante ha bisogno dell’amato, manca di qualcosa che crede solo l’amato possa concedergli. Lo stilnovismo evidenzia questa condizione di inferiorità dell’amante rispetto all’amata. La dottrina cristiana predica di diventare inferiore all’inferiore per poter amarlo: la lavanda dei piedi. E, in ogni modo, è solo grazie all’amore per Dio che possiamo amare davvero il prossimo.

Non diversa è la natura dell’odio. Si odia il superiore, non l’inferiore. L’inferiore può provocare irritazione, rabbia, disprezzo. Mai odio. L’odio è un’implicita dichiarazione di dipendenza e sottomissione. Non si può odiare un cane, anche se ci ha morso. Possiamo provare rabbia nei suoi confronti, ma non possiamo dare al sentimento la profondità, la complessità e la durata che caratterizzano l’odio. L’odio non è un umore, più o meno passeggero, l’odio condiziona la nostra vita quanto l’amore. Difficile perfino odiare il virus che ha provocato la pandemia: siamo naturalmente portati a odiare le multinazionali responsabili del surriscaldamento, o quelle che si arricchiscono grazie al vaccino, o i cinesi che custodivano il microbo in un laboratorio, o i governi che sfruttano la minaccia, o Bill Gates, o il destino. L’odio è la nostra difesa contro il caso.

L’amore dà un senso alle cose: nel “per sempre” pronunciato all’altare riecheggia la scommessa di dare un senso all’eternità pur nel caos della nostra breve vita. “Almeno tu nell’universo/ un punto sei, che non ruota mai intorno a me”. Promettiamo – e pretendiamo una promessa simmetrica – di diventare un intero, invulnerabile al tempo.

L’odio ha un’inversa funzione rassicurante. Addita il responsabile della nostra incompletezza. Non possiamo accettare una disgrazia senza perché. Individuare un nemico ci libera dalla strapotenza informe e arbitraria del caso. L’odio ci rende vittime, condizione assai preferibile a quella di sfortunati. Perché la prima ha un senso, la seconda no. La prima è una contingenza che può essere superata da una campagna mediatica a colpi di hashtag o da una guerra a colpi di mortaio o da un’elezione a colpi di slogan; la seconda è una necessità inscindibile dalla nostra essenza di creature finite e destinate a soccombere. Tutti, prima o poi, soccombiamo: tutti siamo sfortunati. Quindi tutti avvertiamo prima o poi la necessità di odiare qualcuno o qualcosa.

Odiamo i politici che immaginano una società diversa da quella che immaginiamo noi. Odiamo le categorie che pretendono di rivoluzionare le nostre abitudini. Odiamo nazioni da cui ci sentiamo minacciati, odiamo il collega che ce l’ha fatta, il capo che ci sottovaluta, la moglie che ci ha lasciato, i genitori che ci hanno traumatizzato – nei figli che odiano i genitori si fa evidente la necessità vittimistica di trovare un’antagonista nel racconto, altrimenti lacunoso, della nostra infelicità. Basta scorrere i social: il vittimismo è l’ideologia degli odiatori. Odiamo Dio, e la bestemmia è la più fulminea dichiarazione di odio verso uno stato di cose che riteniamo ingiusto. L’archetipo dell’odio è il Diavolo, colui che individua nell’ingiustizia del superiore per eccellenza la causa della propria condanna all’infelicità.