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Dai Mudhoney a Manuel Agnelli passando per Alberto Ferrari: tre nomi per tante riflessioni, salutando il 2020

Agnelli ci ha insegnato come uscire dalla conventicola del rock alternativo, scrive nel suo nuovo 'Elzevirus' Cristiano Godano. Che in un'altra vita vorrebbe più paraculaggine, spirito imprenditoriale e costanza

Cristiano Godano

Foto: Guido Harari

Ricordo che ne Il meglio del giorno su Rolling Stone di giovedi 3/12, newsletter che ricevo periodicamente, due articoli in particolare mi avevano stuzzicato. Il primo è un’intervista ai Mudhoney. Sapete chi sono i Mudhoney? Sono certo che c’è chi lo sa benissimo, ma non ho dubbi: c’è anche chi non lo sa. Sono una band di Seattle, e questo dovrebbe accendere fulminea una lampadina. Sì, sono una band fra le tante dell’epopea grunge, quella dei Nirvana, dei Soundgarden, degli Alice in Chains, dei Pearl Jam, dei Tad, dei Green River, dei Melvins, degli Screaming Trees, degli Skin Yard, dei My Sister’s Machine, dei Mother Love Bone… e dei Mudhoney per l’appunto, nati dallo scioglimento dei Green River. Uso il presente perché esistono ancora, a differenza dei molti gruppi non più attivi, come ovviamente i Nirvana e i Soundgarden.

Loro non hanno mai raggiunto i clamorosi successi commerciali di questi ultimi, e nemmeno dei Pearl Jam, e nemmeno degli Alice in Chains. Sono rimasti dei fottuti del rock’n’roll, per usare un termine che penso possa piacere a chi si professa fan verace del “vero rock” (impossibile per me non mettere le virgolette: certe sentenze e certe sicumere mi mettono sempre un po’ in difficoltà). Tutto ciò che è la loro immagine e tutto ciò che fanno come musicisti è fottutamente rock’n’roll: musica, dichiarazioni, attitudine, rifiuto del compromesso (concetto che andrebbe approfondito però…), pose, sberleffi, distorsioni fuzz, sporcizia del sound, pochi soldi, eccetera.

L’articolo si intitolava Le disavventure dei Mudhoney nel mondo delle major e del fisco, e già il titolo suffraga quanto detto, poiché lascia a intendere dei musicisti naïf cazzoni. In quella intervista appare questo passaggio: “Ci sono tanti che hanno perso il loro lavoro e comunque uscire è pericoloso. Anche perché in America, in particolare, ci sono tantissimi idioti che non vogliono indossare le mascherine protettive che eviterebbero il diffondersi del contagio: proprio non ce la fanno a capire… Ho visto l’altro giorno un’intervista a un’infermiera del South Dakota: diceva che ci sono persone che, anche mentre stanno esalando l’ultimo respiro, in punto di morte, si ostinano a dire che il Covid non esiste e negano l’evidenza. Purtroppo in questo paese c’è una grandissima percentuale di idioti che la pensano così”.

Leggendola mi è venuto in mente l’articolo che scrissi io, in cui, senza dare degli epiteti a nessuno, esibivo il mio sdegnoso fastidio nei riguardi del negazionismo e del complottismo. (Al giorno d’oggi, per attualizzare il discorso, si aggiunge il “novax-sismo” a oltranza). Venni “shitstormizzato” da un po’ di irascibili illuminati da verità a me sconosciute. E mi è venuto in mente quello che mi scrisse a commento un mio caro amico musicista jazz, che dall’Italia è scappato qualche anno fa per andare a suonare in Francia. Mi scrisse questo via WhatsApp: “Solo chi è portatore e promotore di cultura ed è visibile al pubblico ha un grande dovere e una grande responsabilità, esattamente come stai facendo tu promulgando il tuo punto di vista di persona sensata e coerente. L’idiota pensa che un musicista sia un drogato che magari si ubriaca e urla contro un governo ladro, poi si risveglia dal delirio e scopre che il più delle volte è gente di cultura e rimane deluso. Ma vadano affanculo, per citare Vasco”. E quindi niente: tralasciando tutto ciò che si potrebbe scrivere per prevenire i soliti risolini fragorosi che sento in sottofondo, mi vien da dire che forse il rock è (stato) spesso frainteso da molti. O forse in molti casi ha bluffato troppo, e troppi beoni ci sono cascati, felici del loro personale tonfo. O forse ancora, al contrario, non è all’altezza delle menti più sagaci, ingenuo e tonto com’è.

L’altro articolo è questo e il titolo (Non rompete le palle a Alberto Ferrari) è eloquente. Si tratta della sua comparsata a X Factor, contestata dai fedelissimi. Non mi sono imbattuto nei rimbrotti a cui si allude, nei borbottii, nei lamenti, nel vociare malmostoso e molesto, e in quella esclamazione (“che tristezza!”) che detesto con tutto il cuore e che tante volte ho dovuto leggere anche io nei miei social, ma erano talmente prevedibili da non aver provato nessun tipo di stupore al venirne a conoscenza.

Quello che scrissi nei miei due Elzevirus a proposito dello stato della musica al giorno d’oggi sarebbe proprio destinato al tipo di persone come quelle che, citando il titolo, hanno rotto le palle ad Alberto Ferrari, e che in tutta onestà non riesco davvero a immaginare se possano essere tante o poche. Di sicuro so che sanno succhiare energie ai musicisti che provengono dallo stesso mondo da cui provengono loro: un mondo fatto di forti convinzioni ideali, passione smodata per la musica (in primis quella alternativa), famelico desiderio di avere al riguardo un sacco di nozioni, senso di appartenenza esclusivo, predisposizione innata a innamorarsi perdutamente dei propri beniamini, fiducia cieca e profonda nei propri gusti esclusivi.

Quando ho scritto quegli articoli mi sono chiesto chi me lo facesse fare e cosa sperassi di ottenere: pensavo forse di far saltare il sistema delle piattaforme? Pensavo di impietosire così tanta gente da far tornare una qualche moltitudine a acquistare i cd e i vinili anziché – come ormai ho imparato a dire guardando l’edizione di quest’anno di X Factor – streammare compulsivamente? Oppure ancora volevo ingenerare un senso di colpa per l’innocente concorso di colpa di quasi tutti? (“quasi” perché c’è chi i cd li compra ancora, e non si può non amare con commozione queste persone). Niente di tutto ciò. Credo che volessi semplicemente ottenere l’empatia di quel popolo che ho appena descritto, che è lo stesso di quel mondo da cui provengo anch’io e che dunque a esso mi affratella. Della serie: signori, qui la cosa si è fatta pesa e siamo in difficoltà (il riferimento sono i miei due articoli citati sopra). Non ci stiamo più guadagnando un cazzo e fatichiamo a fare la nostra musica al meglio, dedicandoci con la passione di sempre. Potete per favore non stressarci coi vostri guaiti e le vostre critiche, le vostre derisioni, le vostre pressioni, le vostre gogne? Potete per favore, e semplicemente, e al limite, e semmai, supportarci e capire che non siamo eroi? E invece niente: Alberto Ferrari va a suonare in piena pandemia un suo pezzo a X Factor (un suo pezzo!), quando tutto il resto della musica intorno tace e lentamente muore, e c’è chi si arrabbia perché non lo vuole vedere lì. Questa cosa, al giorno d’oggi, al giorno dello 0,005 euro lordi a stream, è purtroppo fuori luogo, fuori dal mondo, fuori da tutto, inveterati rosiconi o puri ascoltatori che siano i presi male. Questi atteggiamenti altro non fanno che contribuire alla morte di un comparto a cui siamo tutti affezionati, quello del rock “di un certo tipo” (mettiamola così) costretto alla ghettizzazione.

Di queste cose mi affanno a parlarne dal 2001 circa, quando scoprii Internet, ma non è mai servito a niente. E non mi posso nemmeno prendere il lusso di stupirmi. Quando i Radiohead andavano al Letterman Show erano anche loro da rimproverare? (I Radiohead sono una band che, detto di passaggio, non ha mai abbassato il capo ai soprusi della rete). È forse il Letterman Show un programma nato per la musica di qualità e basta? Anche fosse (e non è, visto che il Letterman Show è un varietà) non credo ci si potrebbe mettere d’accordo neanche in un milione di anni su una definizione univoca di musica di qualità che valesse per tutti, se non accettandone una talmente larga da dover contenere parecchie musiche contraddittorie e divisive. La musica di qualità è forse quella che ascoltano in pochi? Quanti possono essere questi pochi prima che li si giudichi molti e dunque troppi? È un parametro che dobbiamo assolutizzare o lo dobbiamo relativizzare in rapporto al Paese di riferimento? La musica di qualità è solo il rock? La musica di qualità è solo il jazz? La musica di qualità è solo il blues? È forse l’elettronica? O il post punk? La musica di qualità è quella che non ammicca? La musica di qualità è quella che è “contro”? È quella fatta con l’anima? È quella dei cantautori impegnati? La musica di qualità non si fa vedere in televisione? (Ah sì? E i Grizzly Bear in tv? E i Pearl Jam? E St. Vincent? E Tom Waits? E Lucio Dalla? E chi volete voi?).

So bene che il problema è X Factor più che la televisione, e ammettiamo pure che quello sia il luogo del demonio (fatico a essere d’accordo, a meno che non si convenga che tanti sono i demoni là fuori… Anzi, uno è proprio qua dentro in verità, e si chiama rete, e secondo me ha fatto molti più danni alla musica di X Factor. Pensate a un mondo senza rete ma con X Factor: riuscite a immaginare lo stesso scempio universale di ora?). Ammettiamo pure, dunque, che quello sia il luogo del demonio, e allora si torna all’altro punto: perché mai si dovrebbe preferire il lento illanguidire di un gruppo che si ama piuttosto che lasciargli modo di andare a farsi notare, per riprendere vigore e energia, in uno degli unici luoghi dove poter provare a catturare l’attenzione di qualcuno che ancora non ti conosce? Quale pretesa è mai quella di volere i propri amori musicali votati a un eroismo perdente? Cosa ci vuole per capire che il problema è reale? Recentemente Rolling Stone ha riportato lo scazzo di Jimmy Page, dei Radiohead, degli Elbow, di Nadine Shah, dei Gomez e di Zucchero: la musica che ci piace tanto potrebbe fare una brutta fine (leggetevi il mio articolo, è tutto spiegato), e noi le vogliamo impedire di lottare impedendole di andare a farsi conoscere? Ma perché?

In realtà questo tipo di discorsi e queste domande retoriche farebbero sorridere (e forse ridere proprio) un sacco di persone, di sicuro tutte quelle che pur amando la musica non l’hanno a cuore in maniera così viscerale da farla diventare il luogo speciale di cui ho parlato sopra, e probabilmente qualcuno ha appena finito di sorridere o ridere. E di base la cosa farebbe ridere anche me, se mi potessi mettere nei panni di una persona non coinvolta come invece Cristiano Godano è, perché è vacua, stolta, puerile e isterica. Eppure, in uno slancio empatico, posso provare a comprendere il senso dell’esclusiva che si prova nei confronti dei propri beniamini, e posso dunque arrivare a comprendere la delusione che si può patire a vederli in un contesto che si detesta (comprendere non vuol dire giustificare). Si rendesse merito allora a questo generoso slancio con un cambio concreto di atteggiamento, e si risparmiasse ai musicisti responsabili di tanta passionalità le cattiverie social: venissero dette fuori dalla rete, magari con una bella telefonata fra complici congiurati, o in privato sui messenger e sui direct, o ancora scrivendo gli sfoghi sul diario personale o sul moleskine, approfittandone per fare un buon esercizio di scrittura che potrebbe risultare stimolante. I musicisti non le vedrebbero (occhio non vede, cuore non duole) e… vissero tutti felici e contenti. Detta così pare facile, ma ovviamente non accadrà mai.

Anche Manuel Agnelli sa che non accadrà mai, e lui ha trovato le giuste contromisure da tempo. Da superman vincente e non da eroe perdente ha impostato tutta la carriera all’insegna di un’ambizione smisurata come probabilmente non si era mai verificato prima in Italia nell’ambito del rock non mainstream, e si è posto un obiettivo straordinario: portare la sua musica ai piani alti o medio-alti del potere, scalino dopo scalino, concerto dopo concerto, con un senso del business ben chiaro in testa. Senza mai dover passare per un cambio di impostazione musicale e dunque senza mai accondiscendere a una radicale virata verso l’attitudine pop volta a cercare un pubblico più ampio (in astratto cercare un pubblico più ampio è una delle cose più ovvie, giuste e lecite del mondo, sia ben chiaro), accettando il compromesso di produzioni patinate capaci di sconfessare la propria indole (è questo che non va bene). E attenzione, o voi che sbalordite a queste mie parole: il senso del business ce l’hanno molte delle band internazionali che amate. E più sono famose e più ce l’hanno, che abbiano accettato qualche compromesso nella vita o meno, e se dovessi dare un consiglio a un giovane che inizia a suonare gli direi di sviluppare un talento imprenditoriale (ma ora che ci penso: la musica sta diventando sempre più un fatto di marketing e comunicazione, e la maggior parte dei ragazzi di oggi, quella che ce la fa, ne ha così tanto, di quel talento, che potrebbe tranquillamente tenere dei corsi di apprendimento, ai quali potrebbe addirittura essere che mi iscriverei. Faccio per dire…)

È questo aspetto che ha fatto la differenza fra Manuel e tutta la scena alternative rock nazionale di ieri e di oggi. Una differenza innovativa, perché tutti i musicisti che come me appartengono a questa scena, o che a essa sono appartenuti, tra new wave, rock progressive, post-punk, punk, indie (secondo la vecchia accezione), e tutte le diramazioni dei sottogeneri che potete immaginarvi (per brevità tutto ciò che è alternative, anche qui secondo una accezione ormai desueta, in allergica distanza da tutto ciò che è pop patinato), non hanno mai saputo o voluto osare tanto: avvezzi a un modo di essere alternative, fra “nerdismo” e introversione, appartenenza di genere e chiusura al mondo esterno, spesso (ma non sempre) più per assimilazione di una sorta di codice est-etico deontologico che non per vera e propria indole, sono rimasti nell’alveo rassicurante del proprio mondo di riferimento, quand’anche latente fosse il desiderio sottaciuto di espandersi come accaduto a centinaia e centinaia di band rock dell’universo nel corso della storia del rock. Una conventicola, quella del proprio mondo di riferimento, che ha però i pessimi difetti che ho descritto sopra, e che in Italia è piccina e prima o poi ti abbandonerà comunque, tra disamore fatale e senso critico pervicacemente ottuso, assecondando in modo istintivo le regole non scritte di un giochino impalpabile, che è consustanziale a questa vacua, puerile, crudelmente giocosa appartenenza.
Manuel, in definitiva, stufo di patire le provocazioni succhia-energie della conventicola, ha voluto andare oltre questi steccati (cosa sacrosanta e desiderata da almeno il 70% per cento dei musicisti alternative del pianeta), e ha voluto per la sua musica (in verità questo fin dagli inizi della sua carriera) una remunerazione sempre crescente, osando dove nessuno della stessa scena rock alternative italiana, disastrosamente provinciale, ha mai osato, esibendo una stratosferica sicurezza in se stesso. (Mi ha confessato recentemente che mi era capitato tempo addietro di dirgli che non mi piaceva molto il suo modo sempre più urlato di cantare. Un modo che, per inciso, piace molto agli italiani. Sapete cosa mi rispose? «Proprio perché mi dicesti così io mi sono messo a urlare sempre più». Beh, se non è stratosferica sicurezza in se stessi questa… )

Quindi, a un certo punto, dopo essere arrivato al limite con la sua musica (più di così non avrebbe potuto ottenere, esattamente come tutti noi del rock alternative), è debordato a X Factor per andare a prendersi il potere (parole sue in una intervista su YouTube). Una scelta difficilissima, perché aveva le stesse chance che gli andasse bene come male, e in questo secondo caso avrebbe fatto consistenti danni alla sua carriera. Eppure ha saputo farla diventare vincente con questa capacità necessaria e fuori dal comune di credere in se stesso in un luogo “nemico”, fatto di altri parametri e di altre regole rispetto a quelle a cui siamo abituati noi rocker alternativi. Ha sdoganato le sue skills (qualsiasi esse siano) e le ha imposte al mondo ignaro. Ora il suo rock non mainstream bazzica nel mainstream italiano, e egli sorride felice e orgoglioso. Ha fatto il suo personale capolavoro per se stesso, molti hanno abbaiato e ululato («So bene che mi stanno massacrando nella rete», disse in una intervista alla sua prima volta al talent), e/ma non saperlo riconoscere è da provinciali.

È stata una generazione cazzuta la nostra, quella degli anni 90: portammo la cultura rock a una platea immensa e sembrava che l’Italia stesse cambiando il proprio DNA. Non ho mai creduto che il rock sia la sola “vera musica”: non sono così manicheo. Ma c’è stato qualcosa nel rock, ogni volta che è stato verace, che ha acceso in modo speciale, profondo e formativo, l’immaginazione della gente, migliorandola. È questo ad averla resa “vera musica”. Quella che va adesso, intendo il modello vincente e unico remunerato, a me non piace, e dal mio punto di vista non è “vera musica”, non nel senso in cui sto ragionando provando a farmi interprete di un pensiero diffuso che in alcuni tratti è anche il mio. Se da una parte è pieno di eroi che ne fanno di ottima in tutto il mondo, e il 2020 lo ha dimostrato, quella che è destinata a diventare l’unica protagonista in grado di vedersi pagato il proprio lavoro mettendo all’angolo e poi fuori dal ring poco per volta i suddetti eroi ha preso una piega detestabile. Competitiva, performativa, plastica, muscolosa, piena di lifting, accondiscendente, uniformata, conformista anche quando apparentemente ribelle, rinnegatrice delle sfumature e delle zone d’ombra, ammiccante, priva di profondità e tensione, rassicurante, ostentatrice spudorata della ricchezza, priva di attitudine e di indole idealisticamente artistica, fighetta, sempre più pop (di quel pop che è brutto nelle intenzioni, fatto com’è per essere massivo a qualsiasi costo e aderente ai canoni, senza sbavature). E anche quando contiene creatività, come può ovviamente accadere, tale valore positivo viene schiacciato e obnubilato da tutto il fastidioso resto suesposto. In un mondo perfetto ci starebbe questa come tutte la altre, in un mondo che sta prendendo una brutta piega potrebbe diventare l’unica. (Esagero? Leggete questo estratto da un articolo autorevole uscito su Il post: “Al giorno d’oggi un artista solista deve accumulare alcune centinaia di migliaia di riproduzioni al mese per arrivare a uno stipendio da salario minimo negli Stati Uniti, e per una band ovviamente sono molte di più, visto che si devono dividere gli introiti per il numero dei membri. Su YouTube i ricavi sono ancora più bassi”. Letto bene? Non sto parlando di me e dei Marlene, sto parlando di più del 90% della musica del pianeta. I grossi dinosauri e i nuovi arricchiti se ne faranno una ragione sbadigliando ai bordi della loro piscina, con un piccolo sussulto interiore di scazzo e dispiacere, ma tutti gli altri, no, fra circostanziate preoccupazioni, timori crescenti e angosce laceranti.)
Queste affermazioni andrebbero contemperate da approfondimenti e precisazioni, ma per sommi capi, al di là dei gusti miei personali, è un fatto che ho ribadito spesso: tutto ciò che non è mainstream è sempre più destinato alla gratuità dalle svilenti piattaforme, fino a scomparire. 

E dunque fummo cazzuti, e se il nostro piccolo mondo di riferimento la smettesse di “rompere le palle” (cito l’articolo) sarebbe un gesto benvenuto e opportuno. 
E cazzuti lo siamo tuttora. Abbiamo preso tanti colpi e altri ne prenderemo, noi come tutti gli eroi là fuori, ma su quel ring ci siamo e la lotta sarà strenua fino all’ultimo colpo. Chi vivrà vedrà.
 
(Se mi venisse concessa un’altra vita, e se mi venisse concesso di parlare a Dio per esprimere tre desideri, gli chiederei tre cose facili facili: di donarmi un talento imprenditoriale, di darmi un po’ di paraculaggine, e di darmi molta più costanza nell’applicazione creativa quotidiana. Per il resto che mi facesse fare la stessa già fatta, perché fare il musicista con un pubblico che ti vuole bene e che è disposto a seguirti fino alla fine… è bello di una bellezza abbacinante).

Auguro un anno migliore di quello appena passato, e spero vivamente che al mondo sia concesso un po’ di sollievo e un po’ di respiro (fossero anche inganni apparenti), tra sovranismi, frustrazioni sociali, pandemie, global warming e minacce di guerre nucleari (lo sapete che questo è il pericolo più urgente che incombe su di noi? Scelgo un link a caso, l’ultimo per questo mio articolo. A proposito di “mezzanottI” speciali…). Poi, per carità, è pur sempre bello dirsi che dalla tragedia di oggi si deve cercare di uscirne migliori, ma finora di certi miglioramenti del genere umano se ne son visti pochi… Continuiamo pure a dircelo comunque: “Dobbiamo uscirne migliori”. Meglio così? 

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