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Da Matrix a Zuckerberg: il virtuale è il nostro presente

«In Matrix c’è la realtà virtuale, ma c’è anche una resistenza che si organizza per riportare il mondo alla realtà. Esiste ancora una scelta tra la pillola rossa e la pillola blu. Noi non vogliamo più opporre resistenza.»

C’è una nuova foto che rischia di diventare iconica perché riassume e spiega il nostro presente più di un trattato di sociologia. Al Mobile World Congress di Barcellona, Mark Zuckerberg è arrivato a sorpresa alla presentazione del nuovo smartphone Samsung. La sua presenza non era casuale. Il nuovo Samsung monta, anziché una normale cinepresa, un software oculus, prodotto dal gruppo Facebook. L’immagine mostra Zuckerberg in piedi, accanto a una platea di utenti irriconoscibili, perché celati dietro la maschera del visore di realtà virtuale. Il messaggio è forte. Il virtuale, l’immaginario, la fiction non sono più il futuro, ma il nostro presente. E a questo presente conferiscono senso.

Da sempre filosofi, utopisti, religiosi si interrogano sul senso della vita. C’è la risposta religiosa giudaico-cristiana per cui il senso della vita non è in questo mondo, ma in una vita successiva. E c’è la risposta politica, tipica della nostra generazione, per cui il senso della vita è cambiare il mondo. Ma, come ha fatto notare un pensatore francese, anche questo modello utopistico si rifà al modello giudaico-cristiano, perché subordina l’atto del godimento all’avvento della rivoluzione. Infine c’è il modello pragmatico americano che si è affermato in Europa dagli anni ’80, per cui il senso della vita sta nell’esibizione di capitale economico. Questo modello consumistico che voleva trasformare il paradiso delle religioni e l’utopia delle fedi politiche in un emporio da godere qui e ora, è tutto incentrato sui consumi materiali. Noi tendiamo a pensare che questa forma di consumismo rappresenti ancora il nostro presente, ma non è così. Il consumo di beni materiali presuppone beni reali e alti salari per trasformare i lavoratori in consumatori. La crisi che stiamo vivendo si è manifestata tagliando i salari e introducendo la precarietà nelle nostre vite. In un mondo in cui la ricchezza non si genera più con la produzione di oggetti, ma come ricchezza finanziaria, il consumo non ha più alcuna utilità. Resta il problema di conferire nuovo senso alle nostre vite impoverite. La foto simbolo della realtà virtuale a cui facevo riferimento è stata letta dai più come la realizzazione di Matrix, la grande illusione informatica del film dei fratelli (ora sorelle) Wachowski. Ma noi siamo più avanti di Matrix nel nostro cambiamento radicale. In Matrix c’è la realtà virtuale, ma c’è anche una resistenza che si annida nei sotterranei e si organizza per riportare il mondo alla realtà. Esiste ancora una scelta tra la pillola rossa e la pillola blu, tra il godimento immediato e l’impegno possibile. Noi non vogliamo più opporre resistenza. In un mondo in cui i consumi decrescono fino alla pura e semplice sopravvivenza, c’è un unico genere di prodotti che non conosce crisi e a cui non è necessario neppure fare pubblicità. Questo prodotto è l’immaginario in tutte le sue espressioni, dal telefilm americano alla rinascita del cinema, al videogioco con cui i bambini crescono, trovando riparo dalla pesantezza della vita quotidiana. E parimenti cresce il mercato di quelle tecnologie, smartphone, tablet, computer, console, schermi che, pur essendo materiali, ci permettono l’accesso all’immaterialità dell’immaginario. Impariamo da piccoli ad avere due vite, l’alunno sfigato, vittima del bullismo quotidiano, vive la sua riscossa sulla PlayStation, dove la velocità dei riflessi fa di lui un eroe.

Più che in Matrix ci muoviamo nello scenario fantascientifico di Total Recall-Atto di forza (di cui ho già scritto il mese scorso, nda), due volte portato sugli schermi da un racconto di Philip K. Dick, Ricordiamo per voi, dove un operaio, non avendo soldi per un viaggio reale, si compra un viaggio virtuale che lo trasforma nell’eroe nazionale di Marte. E se proprio vogliamo paragonarci a Matrix, noi non tifiamo più per Neo, il messia mandato a riscattare l’uomo dalle macchine, ma per Cypher, il traditore, che vende i suoi compagni, non in cambio di un beneficio reale, ma per essere ricondizionato a credere in Matrix. Gli manca la dimensione dell’immaginario, del godimento virtuale. La realtà, da combattente e resistente è piena di sacrifici e priva di soddisfazioni. Matrix no. Se non è reale è perché è migliore della vita reale. E la bistecca che consuma nel ristorante virtuale, mentre si accorda con il nemico, è più tenera e succosa di qualsiasi bistecca possibile.

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