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Conglomerandocene: Tre Capodanni possibili

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, Graziano, Viola e Joseph: racconto immaginario (o forse no) degli ultimi (mancati) veglioni

Foto: Kai Dahms on Unsplash


GRAZIANO
Hello galli!
Vi rullo sul papiro per mettervi in guardia a tutti quanti, dai burghini ai geronti. Vorrei fonarvi per swattarvelo di persona, ma non ho gettone. Il 1986 che tira le cuoia per me è stato veramente un anno del calfort. Ero fuori di cotenna per una sfitinzia iperwere di Lambrate very very arrapation conosciuta al Karisma. L’ho slumata su Wild Boys e le ho fatto il vinavil per ore, tanto che me la stavo intagliando very original. Alla fine ha talmente capitolato al mio ipertacchinaggio al brucio che mi ha appiovrato lei. Diceva che amava l’uomo cedro, ma puffoso al momento giusto… ma però senza esagerare! Così ci siamo inforrati sulla mia Zundapp 175 e abbiamo manzito come ricci. Vi dico solo che le ho suggellato lo zillo con la slandra!
Poi la memory mi tradisce, ricordo solo che mi ha passato la Brooklyn e poi mi sono svegliato ore dopo in un sottoscala in San Babila, solo come un bulldog e very very nudo. Ero stato privato dei jeans Americanino, la felpa Best Company, il Moncler d’ordinanza, le Timberland nuove di pacca, i calzini Burlington a rombi, il tic-tac Winchester 1886 e la cassetta degli Spandau. Che momento ram! Ma la cosa che mi ha cipponato di più è stata la mancanza di un rene dalla mia attrezzatura biologica. In compenso ho guadagnato una candida albicans very very menosa, che prego San Charro non sia segno di una paccosissima AIDS. Caule, la tipa mi fondeva la calotta cranica e mi son lasciato fregare come un amburghese. Dovevo avere più genza! È stata davvero una Pearl Harbour!
Ma quel che è peggio è che ho rivisto giorni dopo la sfitty all’asfittico Leonca, tutta vestita Upim, fusa fra le ginone e appiovrata a un cinese gaggio. Caule, era una cinghios in borghese! Troooppo tapira! Vai a fidarti delle sfitinzie di Lambrate.
Meditate galli, meditate.

VIOLA
Regà, veramente, aboliamo sto Natale DEMMERDA e soprattutto sto Capodanno in casa de’ nonna per il DPCM della serie #nseponnovede. Non ne posso più. Sono trincerata in un cenone (demmerda) coi familiari e vi dico, fateme un favore, chiamate Marco Cappato porc***o. Ipocrisia a profusione, cecità oltre il loro patetico orticello, opinioni politiche che PORC*******A! “Ma il fidanzato ce l’hai?”. “Quando ti sposi?”. “Ma i figli?”. MADIOC**E!!! E non sanno un cazzo di noi giovani e non gliene frega un cazzo de capì, non sanno del poliamore, del no strings attached, non sanno dei money slave, dee bottigliette d’allumigno invece daa prastica demmerda. Gente da only penis policy e mentre lo dico sto piangendo come na stronza e mi sto a sfonnà de shottini di vodka (hugs please). Gli ho detto che ho avuto uno stupro consensual not consensual e m’hanno guardato come se m’avessero stuprata. E sapete il bello? Alla fine ho intuito che i “sacrifici” che i miei hanno fatto per famme laureà non erano fatti per me MA PER SENTIRSI MEGLIO LORO PATETICHE TESTE DI CAZZO CHE NON SANNO I MEME, LA CLASSE DISAGIABAT E MANU CHAO. Veramente auguro l’estinzione a questa gente qua. Siete da calpestare, punto. Morti siete, morti. Noi nel 78 rapivamo Moro DIOC**E!!! Ecco mo’ arriva questa qua co le tartine. Ma io voglio il gender fluid PORC***OOOOO!!!

JOSEPH
Il capodanno non è proprio roba per me. Mi sono sempre chiesto come si faccia ad amare una festa che scandisce – senza ambiguità o scuse – il consumarsi dell’unica gita in questo mondo che abbiamo. Mi domando se per farlo bisogna essere più arroganti, ottimisti o stupidi. Si ammazza il Duemilaventi come fosse una pratica da sbrigare. Un lavoraccio fatto, archiviato e non passibile di revisione. Come dire, sollevati: “Uno in meno!”.
È sui cocci dei piatti vecchi sull’asfalto che puoi leggere tutta l’isteria di un’umanità di impenitenti buontemponi senza il senso delle cose. Ammazzare il vecchio per il nuovo così da sopravvivergli. Come un ebreo in un campo di concentramento che scoppia a ridere perché quel giorno è toccata al suo vicino di letto.
Del resto, vuoi mettere il Duemilaventuno? Tutta un’altra camminata. L’abbiamo aspettato una vita e finalmente eccolo qui. E con lui prevedo: l’immortalità, l’amore perfetto e un nuovo gioco di Reiner Knizia al mese. L’importante era arrivarci vivi. Noi ce l’abbiamo fatta e ora siamo a posto per l’eternità, no? Là fuori brindisi, petardi, schiamazzi, lotterie, musica, fuochi e auguri. Ma soprattutto sorrisi, perchè sorridono tutti. Quel perfetto sorriso da Capodanno, sempre quello, il 643 in rovere bruno. E mi chiedo cosa ci sia di divertente in un anno in meno da passare nel numero dei vivi. E questa vita sarà pure una mediocre pensione coi bagni in comune, ma io dopo novanta primavere mi ci sono affezionato parecchio. Questione di sorrisi sbagliati. Perchè un sorriso buono per il Capodanno esiste ed è il 104 in palissandro smaltato. Quello degli ultimi giorni di voi italiani a Salò. Il sorriso di un gerarca fascista ubriaco d’assenzio, con la patta sbottonata e una sola pallottola in canna. Altro che quelle faccetta da Massimo Ghini. Roba da matti. Pensate che quando lasciai il mio posto all’ottimo – diciamolo – Jorge Mario Bergoglio e potei finalmente rilassarmi un attimo, neanche quella volta festeggiai. Sapevo che non sarei mai più stato Papa. Mai più, prima di sparire nel caos indeterministico. Per non parlare delle buste a due centesimi per la frutta che voleva Renzi. Ma va a cagare va’. Poi ricordo quel bambino. Com’è che scrisse? “Petaloso”. Petaloso il cazzo. Voglia di ruttare, sochmel.

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