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Conglomerandocene: Trattatello definitivo sul bodyshaming

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, un incontro inaspettato sulla spiaggia di Milano Marittima e una riflessione su sport ed esistenza

Foto via Unsplash

Spiaggia di Milano Marittima, Bagno Ernani, tarda mattinata col sole che picchia. Colazione in hotel già ampiamente finalizzata, bello paciarotto sulla mia sdraio, auricolari ficcati nelle orecchie e Voulez-vous degli Abba in filodiffusione. Sotto di me, ruggente telo da mare con la figura delle diecimila lire comprato da lei: mia madre. Occhi chiusi, piedi incrociati e testa ai problemi dei nostri amici gender fluid con constatazioni anche amare se vuoi, quando capto qualcosa a farmi ombra sulle palpebre. Le apro, aiutandomi con uno stuzzicadenti, e mi vedo lui: un omino che mi parla, col sole dietro tipo Sant’Antonio nelle pale d’altare del sensazionale Lorenzetti.

Mi tolgo un auricolare. È un omarino sulla sessantaduina, fisicato, abbronzatura d’ordinanza e rasato a zero alla moda di Yul Brynner, con una vocina stridula e quel sorrisino di prammatica della persona semplice che non vuole essere sbranata da noi intellettuali (due in Italia: io e Sergio Zavoli. Punto). Educato, mi fa: “Scusi, le andrebbe di giocare a ping pong?”. Mi viene un dubbio sulla fluidità del soggetto che non vorrei si oggettivasse in una fluidità non richiesta sulla mia schiena. Mi rassicuro quando vedo che si accompagna ad una signora con un pareo a palmizi cubani e degli occhiali da sole con montatura rossa alla Marco Frittella che si spalma la Montezemolo delle creme spalmabili: Piz Bruin. Gli rispondo sorridendogli: “Mi dispiace, non so neanche tenere in mano una racchetta…”. Lui insiste: “Giusto due scambi… che qua sotto l’ombrellone non riesco a stare fermo…”. Delegante, svio: “Guardi, nel pomeriggio mi raggiunge un amico che le darà soddisfazione…”. Si rassegna e mi spiega che, per tenersi occupato sotto l’ombrellone, tutte le mattine fa esercizi “molto semplici ma che ti spaccano… li ho imparati quest’inverno al corso di Yuri Chechi”. Quindi dettaglia: “Tipo fare le flessioni… ma come le fa Yuri Chechi eh! Di quelle non ne fai più di dieci. Io ci arrivo, ma pensi che c’è gente che dopo l’ottava cambia postura per arrivare a dieci!”. Io, con un numero di Alan Ford aperto sul petto: “Capito, capito…”. Lui rilancia: “Lei pratica qualche sport?”. Ed ecco che sta per essere sancita la differenza fra me e tutti gli altri comici mondiali. Un altro avrebbe risposto “No…”, per poi sfiorarsi la pancia e aggiungere ridendo, “come avrà intuito!”. Io mi limito a rispondere con un laconico: “No”. E l’omarino sorridendo ironico: “Beh, l’avevo intuito”.

Mi arrivano tutti insieme cento colpi di stiletto fra fianchi, cuore, stomaco e uno, singolo, venefico e letale, direttamente in culo. Adotto la tattica Keyser Söze, quando spara a moglie e figlio per far vedere all’avversario di cosa è capace. Gli faccio: “Ahahahah, ha ragione! Sono un grassone con le carotidi otturate da colesterolo, olio di sansa e sugna che alla sua età sarà morto da vent’anni!”. Il sorriso dell’omarino di colpo si gela e arretrando di schiena se ne ritorna alla chetichella sotto l’ombrellone nell’abbraccio fondotintato della consorte.

Qui irrompe una mia piccola ma strutturata riflessione sull’esistenza, che non farebbe disdoro a Tiziano Terzani, ovvero: cioè signori, io ho una collezione di cazzi miei che non ve la racconto e devo venire in spiaggia per far ridere questi sfigati? Questo vampiretto psichico pensionato delle poste ha pensato bene di liberarsi endorfine alla moda di Yuri Chechi abbassando la serotonina a me e rovinandomi la mattinata alla moda di Nicola Calipari. Se in serata avessi avuto un appuntamento con una bella fica (e ce l’avevo: tale Paola) e finiva che andavo in buca (spoiler: ci sono andato e ho pure parcheggiato la berlina nel retrobottega, se semo capiti…), quel pensiero, quell’immagine bisunta e patetica di me riflessa negli occhi di questo Koboldo di Dungeons & Dragons lettore di Focus e bevitore di Gatorade avrebbe navigato contro la tenuta della mia erezione anche nella più selvaggia delle scosciacaprette. E magari, mandando avanti il nastro, questa debacle sessuale e in caduta tutte le successive avrebbero navigato contro la realizzazione di un rapporto idilliaco con Paola, con tanto di villa con piscina, tuta acetata Sergio Tacchini, lettore Bluray, orologio al quarzo, termos, un bel canaccio e due figli, Melody e Lothar.

E qui la seconda differenza fra me e tutti gli altri comici al mondo. Un altro ci avrebbe riso sopra, impugnato le racchetta, perso con ironia, poi lo avrebbe invitato ad un proprio spettacolo e prima di salutarsi si sarebbero seccati due belle birrette fresche al bar dello stabilimento. A me invece se avessero detto: domani in hotel vi svegliate entrambi vivi o le donne delle pulizie vi rinveniscono entrambi cadaveri, pur essendo attaccato alla vita come manco Fogar ospite a Tappeto Volante, avrei pagato di tasca mia perché si realizzasse la seconda. E pure ora che mentre digito sul cellulare questo trattatello ad usum delphini ce l’ho nell’ombrellone accanto (sta parlando ad un suo amico del plesso solare di Chechi, dice che vorrebbe leccarlo), non mi farebbe disdoro che penetrasse in spiaggia uno squadrone terroristico di Al-Jazeera o addirittura il Copasir stesso, che si dirigessero dall’omarino, lo buttassero in ginocchio con un calcio nelle reni per poi chiedergli: “Ti decapitiamo, ma prima ti torturiamo. Se non vuoi essere torturato devi imitare i Fichi D’India”. E subito l’omarino, pieno di dignità, col collo teso e massiccio come Chechi gli ha insegnato e con la sciabola sotto la gola: “Tichitì! Tichitì!”.

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