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Conglomerandocene: Ora gli Squallor possono essere dimenticati per sempre

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, un omaggio ad Alfredo Cerruti, alla sua psicologia inafferrabile, sottile, seducente e ipnotica, e alle invenzioni geniali degli Squallor

Afredo Cerruti con Mina nel 1977

Nel 2015 pubblicai il mio terzo libro, Il Problema Purtroppo del Precariato, scritto col mio amico e compagno di banco delle superiori Gianluca Cincinelli. Lo dedicammo ad Alfredo Cerruti, direttore artistico delle più importanti etichette musicali italiane, autore televisivo, ex fidanzato di Mina, attore ma soprattutto fondatore, paroliere e voce principale degli Squallor, nonché l’unico dei quattro componenti che era ancora in vita. Quando in questi anni mi è stato chiesto quali siano le mie fonti d’ispirazione, la mia risposta è sempre stata secca: “Gli Squallor, in particolare Alfredo Cerruti”. Qualche volta aggiungevo Renato Pozzetto, ma mi pareva di fare torto a Cerruti, per me da sempre una stella polare, artistica e umana. E l’intervistatore, puntuale: “E Andy Kaufman? E Lanny Bruce? E la lezione di Bill Hicks?”. Caro amico, di questi signorini qua non me ne è mai importata una bella sega. Invece ammetto che avrei dato via una gamba per poter prendere un caffè insieme a Cerruti, anche in cialda.

Fu così che all’uscita del libro chiesi il suo contatto a Marco Giusti, che spregiudicatamente me lo dette senza manco sapere chi fossi (fu dopo aver chiamato Giusti che Andrew Cunanan rintracciò e uccise Versace). Mi disse che Cerruti aveva avuto dei grossi problemi di salute e che non aveva idea a chi adesso appartenesse quel cellulare, forse non era più nemmeno attivo, forse ce l’aveva il figlio Alfredino Jr., ex compagno e manager di Laura Pausini. Ci misi qualche giorno a trovare il coraggio fino a che, con una tensione da attesa per il risultato d’un esame autoptico, composi quel numero, sperando segretamente che non mi avrebbe risposto nessuno. Nel tempo eterno di quei cinque squilli, effettivamente nessuno mi rispose. Da Almirantiano di ferro, per non accampare scuse con me stesso ci provai un altro paio di volte giorni dopo ma senza risultato. La cosa mi sollevò e il mio battito a riposo tornò quasi normale (ma +3 battiti in media da allora in poi).

Tre mesi dopo, ero a casa di un amico di Roma quando il cellulare squillò col nome di Alfredo Cerruti. Mi prese un colpo. Immaginai che mi avrebbe risposto qualcuno che con Cerruti non c’entrava niente, magari il solito, pleonastico Corrado Tedeschi, tipico numero sbagliato che ti danno. Risposi e dall’altra parte trovai una voce profonda e bassa da vampiro in vestaglia da camera con la sinusite e sei o sette fiche fiaccate sul talamo. Lo riconobbi subito, pure a più di vent’anni dall’ultimo disco, Cambiamento. Dopo essermi presentato misi subito le mani avanti e timidamente formulai la seguente: “So che per lei questa telefonata sarà se va bene una scocciatura, ma sappia che per me questo è uno dei momenti più emozionanti della mia vita”. Mi aspettavo encomi, abbracci e lingue di menelik, ma mi fece eco un silenzio da chiesa rupestre materana. Gli spiegai velocissimamente cosa gli Squallor avevano sempre rappresentato per me e gli dissi la cosa del libro. Senza venirmi minimamente incontro, senza provare nemmeno uno straccio di pena, incalzò: “Quindi, che vuole?”. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto molto poterlo incontrare. “Eh ma io non esco, non vado per teatri, serate, le cose… La saluto”. Gli dissi che mi sarebbe bastato anche un caffè sotto casa sua. Mi fece: “Lei intanto mi mandi il libro. Ha una biro?”. Mi dette l’indirizzo, che non dico ma la cui via pareva quasi un’invenzione degli Squallor e mi resta il dubbio che lo fosse davvero.

Gli spedii il libro con tanto di ricevuta di ritorno, ma purtroppo non l’avrei mai più sentito. So solo che quella telefonata mi inibì tantissimo e ogni mio deficit erettile successivo lo spiego alla signorotta di turno in relazione a quel breve scambio con Cerruti. Tempo dopo ero a Milano, città dove abitava, volevo contattarlo ma non ne avevo il coraggio. Così chiesi di farlo al mio amico Giovanni Moro, mio grafico dell’epoca, nonché fondatore e mentore di una prestigiosa casa orologistica. Determinatista e diplomatico, una specie di macchina per uccidere quando c’è da ragionare e trovare la quadra con qualcuno. Ma per la prima volta lo vidi in difficoltà. A fine telefonata mi disse: “Non me lo fare richiamare”. Gli chiesi come mai: “Non lo so, non mi ha messo per niente a mio agio… ma non è nemmeno questione di agio. Non ho voglia di parlarne, mi devo stendere un attimo”. Non l’avevo mai visto così, pareva Soffiantini. Negli anni successivi avrei rotto le palle a qualsiasi contatto in comune per poterlo conoscere, collezionando sicure promesse scientificamente mai mantenute.

Ma non potevo aspettarmi niente di diverso da Alfredo Cerruti rispetto a queste potenziali endorfine abbattute a fucilate come stormi di colibrì. Del resto l’ho sempre amato per quello. Per la sua psicologia inafferrabile, sottile, tanto invasiva quanto distante, seducente e ipnotica, che incute timore anche quando ti fa ridere, anche mentre impari a memoria le sue telecronache dall’Altroquando. L’ho sempre invidiato. A me i fan durante le serate non si fanno problemi a trattarmi come uno di loro, come una specie di Jimmy il Fenomeno riconosciuto in autogrill mentre si tira su la cerniera dei pantaloni. E ogni mio “meno confidenza, grazie, sarei scrittore celebrato da Internazionale” viene scambiato per la parodia d’un presuntuoso, un inside joke, un easter egg, invece di capire che li vorrei tutti morti. Credo invece che fosse impossibile parlare con Cerruti senza abbassare lo sguardo. Ho amato gli Squallor proprio per tutta questa parte più immateriale, suggerita e percepita fra le righe. Per come non contavano tanto le invenzioni (sempre geniali), quanto la psicologia dell’Io narrante, per il quale ti rigiravi insonne fra le coltri tentando di carpire almeno un indizio su chi era, che vita faceva, come ragionava, come metteva a punto i suoi congegni, com’era fuori dai dischi. E per trovare la chiave degli infiniti voli pindarici al cardiopalma fra il nobile e il greve, fra gare di cazzi e Feuerbach. Gli Squallor, che oltre a Cerruti erano Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Toto Savio, c’entrano poco con la provocazione o con la goliardia. Le parolacce, i riferimenti sessuali e le frecciate ai musicisti impegnati sono solo la scorza, solo ingredienti di un’amalgama complessa, unica e non replicabile. Ingredienti che non ne raccontano la ragione profonda, che pure dopo un quarto di secolo d’ascolto costante a me resta sconosciuta. Nei loro dischi c’è qualcosa di quasi esoterico e se i loro lavori erano moderni negli anni ‘70 e ‘80, quarant’anni dopo sono diventati addirittura visioni mistiche d’un futuro remoto. Sarebbe facile parlare di libertà, ma non è nemmeno quella la strada. La strada è forse nei loro crepacci, nelle ellissi, negli snodi, nelle dissolvenze, in certe scientifiche cialtronerie, nei rallentamenti di Cerruti quando prende tempo, quando non capisce se la base di Totò Savio sta finendo e quando capisce che continua si ridà una sistemata e ti tira fuori un figlio viziato, un camionista senza gambe, un canarino con la dissenteria, un monolocale di due centimetri, una dose non precisata di memfrapedìne, un’altra intuizione isterica, stordente, terminale, vertiginosa come la risata d’un condannato al patibolo. Non è un caso che Cerruti sia stato uno che il suo viaggio a termine su questa terra l’ha vissuto bulimicamente e senza risparmio.

Il 18 ottobre scorso stavo trascorrendo uno dei giorni più dolorosi della mia vita. Per trovare distrazione scorro la home di Facebook e mi appare la notizia della morte di Cerruti.

Caro Alfredo, è evidente che lei a me m’ha sempre voluto male.

“Laura fu l’ultima a partire, una mattina dell’estate dell’altr’anno. Fu l’ultima a partire e attraversò boschi e risalì sentieri, prima di raggiungere gli altri. Poi, finalmente, furono tutti nuovamente assieme e seppero che non mancava nessuno. Nessuno era rimasto indietro a ricordare. Così quella loro gita poteva essere dimenticata per sempre.”

(da Una Gita Scolastica, di Pupi Avati)

“Ecco, il gruppo The Cow ora non esiste più”.

(da Vacca, degli Squallor)