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Conglomerandocene: Nelle corsie del Covid-19

Nel primo episodio della rubrica dello Sgargabonzi per ‘Rolling Stone’, un viaggio surreale allo Spallanzani: virus a forma di gatti viola, voci demoniache, bambini che bestemmiano e paramedici albini che giocano a biliardo

Sono le sette di mattina quando raggiungiamo l’ospedale Spallanzani a bordo di una piccola telecamera. Ci è subito evidente che siamo dinnanzi a una guerra di trincea. Lo capiamo dalle mille grate di ferraccio di risulta applicate pro bono alle finestre dell’ospedale da piccoli ferramenta locali perché il virus non entri. Alla reception vigila solinga una vecchina appena svegliatasi, dalla vestaglia a fiori stile Bari vecchia e la permanente fresca di lacca, che ritira i documenti e ci fa le solite domande di prammatica. Ci chiede se siamo stati di recente a contatto con un infetto, se siamo stati nella zona rossa, se abbiamo avuto sintomi nelle ultime due settimane, se abbiamo avuto rapporti sessuali, se abbiamo eiaculato e dove, cosa faremmo alla splendida Michelle Ferrari (chiaramente col suo consenso). Ma è solo una formalità, perché quella signora è lì in realtà per allontanare tutti i virus che dovessero avvicinarsi allo Spallanzani. E infatti eccone uno, silenziosissimo appena dietro di noi, che sta brucando dell’erba medica dall’aiuola del Pronto Soccorso. Vediamo il morbo per la prima volta e ne restiamo impressionati. Ha le dimensioni e la forma di un gatto grassoccio col manto viola e delle striature scure, quasi biancastre. La signora lo vede, prontamente esce dalla sua postazione, gli si avvicina furtiva di schiena brandendo una scopa per poi sferrargli un colpo di Tonkita in mezzo alla testa con tutta la forza di cui è capace. Il gatto, come centrato da un fulmine, prima si irrigidisce sulle sue zampe e spara fuori dal retto una mandorla che subito scappa via, quindi si accascia esanime dividendosi in due come una renetta e subito inizia a decomporsi. Dalla carcassa verdognola e acidula una lontana voce demoniaca: “Vieni con noi… vieni con noi…”. Inquieti, facciamo il nostro ingresso nell’ospedale. Ci perdiamo per un attimo nella porta girevole perché non ci siamo abituati. Una volta penetrativi non ci sorprendiamo nel constatare che dentro è davvero il marasma. Che tristezza e insieme che tenerezza girare per la sala d’aspetto e vedere dei bambini di appena tre-quattro mesi affetti da Coronavirus gattonare tra i piedi diabetici delle persone anziane in codice rosso. Bambini che, febbricitanti e in piena tempesta di citochine, si allungano per tirare il camice dei medici che passano di lì e, nella speranza di avere un posticino letto, dire loro: “Signole… tono amico di alessandlo pipelno occrittore”.

Un uomo senza baffi esce in lacrime da una stanza blindata. Mi spiega che ha assistito all’autopsia della figlia Elettra, stroncata dal Coronavirus durante il pranzo della domenica coi parenti. Ed è letteralmente crollato quando, aprendole le stomaco, ha visto che aveva lasciato un posticino per il dolce. Intanto un gatto viola entra dal condotto di areazione. Crolla a terra macinato dalla grata d’acciaio ma subito si ricompone come fosse di Pongo e con una falcata azzanna alla gola un anziano col termometro in bocca. È evidentemente un virus mutato. Noi ci rifugiamo prontamente nella prima stanza che passa di lì, giusto in tempo per assistere ad una scena di toccante umanità. Degli infermieri hanno appena riportato in stanza la lettiga di un neonato appena operato, in stato di semincoscienza per l’anestesia. Li raggiunge il chirurgo che si premura di vedere se tutto è andato bene. Sapendo che il piccolo non ha in quel momento volontà propria, il dottore cerca di unire utilità a una stilla di buonumore che annacqui lo stress di queste ore difficili. “Bestemmia…”, gli sussurra. Ma il bebè resta silente.

“Bestemmia!”, gli ripete deciso dando un piccolo scrollone al letto, ma nessuna reazione. Allora glielo ripete in coro coi portantini: “Bestemmia!”. E quel bimbo, in semincoscienza e con un filo di voce: “Dio bestia”. Nel letto di fronte un bimbo che invece deve essere ancora operato. Il chirurgo nota che è tremante di paura, così gli si avvicina, si siede sul suo letto e lo rassicura, accarezzandogli la fronte e dicendogli che essere operato da lui è “come dare una rivoltella a una scimmietta”. Ed ecco che d’incanto quel bimbo torna a sorridere.

Una realtà molto diversa e molto meno gioiosa nel letto accanto, dove giace un’anziana signora perché in geriatria non c’è più posto. Accanto a lei suo nipote coi capelli a spazzola che legge un numero di Alan Ford. E lei, di nascosto da lui e con le sue pochissime forze, cerca di svitare il regolo della flebo di morfina per farne venire di più e addormentarsi per sempre. E il nipote subito: “Anche meno”. E gliel’ha rimessa normale. Quindi ci mandano via perché è l’ora del vitto.

“Oggi pane, polmone e capperi per tutti”, annuncia accigliata per i cazzi suoi a casa l’addetta alle vettovaglie. Usciamo volentieri anche perché udiamo del piacevole trambusto dal corridoio. Sono i bambini del reparto che, grazie alle infermiere volontarie, hanno preparato un piccolo momento di canto per rallegrare i genitori e il personale medico, sempre così pronto, capace, ampiamente mascherinato e amuchina stropicciatosi. Ed eccoli che, mentre battono le mani a tempo, ripetono ritmicamente “LO SMACCHIAMO! LO SMACCHIAMO!”, in riferimento al virus. E questo momento ludico ha fatto così bene al loro morale che, di dodici che erano, alla fine dell’esibizione ne era morto solo uno. Dolci!!!

Una bimba è ricoverata in corridoio perché mancano i posti. Si chiama Melody, ha sei anni, sta dormendo e il padre mi dice che è terminale perché purtroppo ha un tumore ai polmon(cin)i. E lui per distrarsi prende il cellulare, apre un attimo Pokémon Go per vedere se i server sono ancora giù e invece li hanno ristabiliti e cosa gli compare? Bulbasaur, seduto sul petto della figlia stesa a letto. Così lui si avvicina a lei, le alza la testolina, svegliandola e mostrandole il cellulare. Le dice che non è malata, respira male solo perché ha Bulbasaur seduto sul suo petto. E lei avvicina il suo ditino tremante al cellulare e cerca di catturarlo lanciandogli addosso la pallina e al terzo tentativo ce la fa e sorride. “Allora non sono più malata, papà”. “No, non lo sei, amore mio”. E si abbracciano tra le risate e le lacrime. Poi, appena finito l’abbraccio: “Coff coff…”.

In una panca di fronte a noi un uomo fuori dalla stanza della moglie in coma farmacologico con la testa fra le mani. A un certo punto sente un rumore, alza di scatto la testa e mi si rivolge con gli occhi lucidi: “Ha sentito anche lei?”. Annuisco sorridendogli bonario ed è allora che capisco come anche il sibilo di una scorreggia lontana possa infondere al cuore una novella speranza. Intanto mi passa accanto un piede diabetico, trascinandosi a fatica rasoterra con le sue pochissime forze. Provo immediata pena e vorrei fare qualcosa, ma mi anticipa una giovane infermiera dal cuore buono che gli apre una scatoletta di tonno e gli versa del latte in un piattino.

Una cosa è certa: l’emergenza è totale e i posti non ci sono più. Le operazioni ormai vengono fatte con forbici da sarta e talco mentolato. I bambini terminali vengono mandati a spegnersi a casa. “A casa dello scrittore Alessandro Piperno”, specifica un’anziana infermiera grassoccia dalla bandana viola con striature scure che rumina l’erba dell’aiuola del diorama dell’ospedale con un vestito a mandorla. Purtroppo mancano i tamponi per rilevare i terminali, quindi l’equipe medico si è organizzato con delle prove empiriche. Questo spiega la fila di bambini fuori da una stanza in attesa del proprio turno. Sono lì per sfidare a biliardo un paramedico albino nemmeno bravissimo, ma che se la cavicchia diciamo eheheheh. Non c’è bisogno di batterlo per dimostrare che non si è terminali, basta solo riuscire a giochicchiare. Ma vedi questi bambini per la maggior parte incoscienti sulla loro sedia a rotelle che non riescono nemmeno a tenere in mano una stecca e che dalla bocca fanno una schiumina per poi rimettere i fischiotti in brodo. E, ancora, vedi i genitori che gli appoggiano la stecca sul corrimano e gli ci adagiano le manine sopra, facendo finta che siano i loro figli a tenerla per poi sorridere imbarazzati al medico e asciugarsi la fronte imperlata come una Sprite.

In fondo al reparto una porta nera dove campeggia la scritta “VERBOTEN”. Al riparo da occhi indiscreti decido di aprirla e mi ritrovo in una stanza il cui buio più totale è squarciato da insegne al neon fucsia a forma di fulmine. Al centro spicca un imponente catafalco in pietra lavica con intarsi esoterici, su cui poggia monumentale il corpo del musicista francese Marc Cerrone. Vestito di tutto punto con un completo amaranto in panno casentino con rifiniture dorate e degli occhiali da sole da puttaniere belli inforcati. È attaccato a un respiratore, col ventre che si gonfia tipo Alan Parsons gigantesco quando si incazzava con Eric Woolfson durante le registrazioni di Freudiana per poi schiacciarsi completamente stile Marco Carta in tisanoreica. Eufonicamente col contrarsi del ventre, di nuovo una voce sommessa e sulfurea: “Vieni con noi… vieni con noi…”. Intorno a lui, centinaia di bambini ballano Supernature, sparata altissima dalle casse e con le frequenze basse tutte bruciate. Sono vestiti da egiziani e si muovono di profilo, di scatto, spigolosi, con lo sguardo incattivito, alla moda dei geroglifici della piramide di Tizcar, venendomi incontro aggressivi e simmetrici.

Imbocco spaventato una porticina a soffietto e mi trovo fuori dallo Spallanzani, dove vedo le strade percorse da questi bambini malati che girano con le loro macchine a pedali in mezzo al traffico normale venendo quasi sempre schiacciati dai corrieri Bartolini che consegnano capsule da caffè Lavazza A Modo Mio a casa di Luca Barbareschi. Perché nel quartiere Spallanzani la patente per guidare un’utilitaria possono conseguirla tutti i bambini sopra i due mesi. E infatti vedi le strade piene dei rottami di queste Y10, con alla guida i corpi di questi bambini, piccolini, adamantini…

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