Conglomerandocene
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Conglomerandocene: l’amore impossibile di Franco Locatelli e Ana Matronic

Nella quarta puntata della rubrica dello Sgargabonzi per Rolling Stone, l’intensa corrispondenza tra il presidente del Consiglio superiore di sanità e la cantante degli Scissor Sisters

Artwork: Stefania Magli

Gentile signorina Ana,
Spero di non disturbarla. Immagino che la mia missiva si perderà fra le tante missive consimili, ma complice questa fresca notte di primavera e un po’ di amarezza per varie questioni mie personali, mi faccio coraggio e provo a scriverle. E un po’ me ne vergogno. Lei dirà: di cosa? Sarà che sono di un’altra generazione, ma non sono abituato a disturbare persone che non conosco, oltretutto nottetempo. Ci fosse un motivo tangibile almeno. E invece il motivo è quanto mai immateriale: essere, esserci. Che lei mi possa leggere o che mi archivi in fondo all’ultimo dei cassetti dalla vita, non importa. Ma averci almeno provato. L’ho scoperta qualche giorno fa. Stavo ascoltando su YouTube le canzoni del mio gruppo preferito, i Barclay James Harvest, intanto che organizzavo degli scartafacci (il nostro lavoro è anche tanta, troppa burocrazia). Terminata la rotazione è partito un video del gruppo musicale Scissor Sisters (che colpevolmente non conoscevo), dove lei troneggiava nella sua grazia e insieme nella sua magnificenza. Mi ha emozionato molto e ho deciso di contattarla (di buttarmi, avremmo detto ai miei tempi). Così sono andato nel vostro sito e ho trovato la sua email. Spero sia ancora anamatronic@enel.it E spero, di nuovo, di non averla disturbata. 
P.S. Mi sono permesso di chiederle anche l’amicizia su Facebook. Se vede un Franco Locatelli Medico sono io.

Ciao Franco, 
Innanzitutto ti dico: diamoci del tu! La tua email è stata veramente carina e l’ho apprezzata molto. Ti dico di più, io non amo molto rispondere alle email degli uomini che mi scrivono. Di solito lo fanno per abitudine ed è indifferente che dall’altra parte ci sia io o chiunque altra. Ma ho percepito subito che non è tua abitudine “provarci” (e so che non ci stai provando). Quindi, come dicono gli americani: you’re welcome! Mi fa piacere sentirti e se ti va scrivimi di te. Ciao ciao. Kisses


Gentile Ana,
La sua lettera mi ha emozionato nel profondo. Tutto avrei pensato tranne che di ricevere risposta. E sarebbe stato legittimo non rispondermi, infatti se non l’avessi ricevuta non ci sarei rimasto male, affatto. Sarebbe stato come sentire che la vita non ha più nessuna sorpresa per me dietro l’angolo. E invece – gioia! – lei mi ha scritto. Quale emozione, cara Ana! Venendo alla sua domanda, io nella vita sono Primario di Oncoematologia Pediatrica e Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma (una città italiana). Un mestiere meno allegro rispetto al suo, quello sicuramente, ma anch’esso non avaro di emozioni. Di altro tipo, quello sì, che c’entra…

Ciao doc,
Posso chiamarti doc? Dai, sto scherzando. Che poi perché dovrei scherzare? Tu sei un doc, un superdoc anzi! Non è vero? Ahahahah

Gentile Ana.,
Sì. Se doc è inteso nel senso di dottore sono un doc. Se è inteso nel senso di documento no, non lo sono. Piccola battuta per allietarle il pomeriggio. E a tal proposito: buon pomeriggio cara Ana!

Ciao Franco,
Scusa per l’email di prima, non vorrei esserti sembrata sbrigativa. Ero presissima perché stiamo registrando delle demo per il nuovo disco (Latex Cow, esce ad ottobre). Ora ho un po’ più di tempo e ti scrivo. Ti potrà sembrare strano, ma sai che la tua conoscenza è arrivata proprio al momento giusto? Sono sempre più stanca di una contemporaneità in cui, le poche volte che mi trovo ad urlare, mi accorgo che faccio comunque meno chiasso di quando la gente parla normale. Trovo che quella volgarità di pensiero che un tempo rilevavamo e condannavamo sia diventata un rumore di fondo che nessuno nota più. Totalmente assorbito, da dare per scontato, che devi sentirti sbagliata a dire: ma io non sono così! IO NON SONO COSÌ! Per questo le tue parole, così sobrie e sensate, sono state un cerottino bianco e candido per la mia anima un pochino triste. Ecco, spero di non essere risultata patetica. Ti abbraccio.


Gentile Ana,
Patetica tu? Oh amica mia, nemmeno se tu lo volessi potrebbe mai esserlo. E io sarei onorato di farti scudo da qualsiasi persona che ti facesse sentire così. Non mi ci far nemmeno pensare o spezzo questo lapis. Ti chiedo di rispondermi a queste domande:

A) C’è qualcuno che ti fa sentire patetica?
B) Se ad A hai risposto NO, se mai ci fosse qualcuno che ti fa sentire patetica me lo diresti?
C) Mi piaci sempre di più. 
Ti ho mandato un film su Wetransfer, non so se ti è arrivato. La Mosca 2.

Ciao Frankus,
Risposte veloci perché sto scappando: NO, SÌ, SÌ. Notizia bomba: forse nel disco nuovo facciamo il featuring con Julian Casablancas!!! Cooool!!! Bacio, scappo

Gentile Ana. 
Julian Casablancas chi sarebbe? Anche io da ragazzo ho provato a studiare musica, ma non sono mai riuscito a cavare un ragno dal – scusa il termine un po’ forte e spero non offensivo – buco. Piuttosto, per il tuo nuovo disco mi piacerebbe consigliarti John Lees dei Barclays James Harvest. È un musicista che va per gli ottanta ormai ma è molto capace, anche come chitarrista folk è molto puntuale e adeguato.

Franco, ci sei? Sto male.

Sono sveglio. Dimmi, che è accaduto?

Niente Frank, non riesco a dormire. Ho avuto una discussione con Richard Branson della Virgin. Ci sono persone che riescono a farmi sentire sempre così sbagliata. È il loro capolavoro! E io ho un difetto, non ho mai imparato a voler bene a una certa persona. Sai Frank come si chiama quella persona? Beh, si chiama Ana. Niente, io sono così, non mi lascio stare mai. Angelo mio, stanotte vorrei prendere casa nel tuo abbraccio, ci credi? Farmi piccola piccola e accucciolarmi. Diventare un fagottino piccino piccino dentro il tuo abbraccio, e stare lì, galleggiare beata. Che ogni tanto ci svegliamo e ci baciamo. Come sarebbe bello. Ti conosco così poco ma mi arrivi così percepibile…

Cara Ana,
Quello che mi hai scritto è stupendo. Non ci posso credere. E allora ti dico, conta pure sul mio abbraccio. È qui, per te. Appena finisco di scrivere mi abbraccerò pensando di abbracciare te, nasino. Posso chiamarti nasino? 
P.S. Scarica il wetransfer, mi dice che non l’hai scaricato e scade domani. Se mai te lo rifaccio, fammi sapere.

Ma certo che puoi Frankus. Anzi rilancio: ma vogliamo vederci? Per un caffè, qualcosa, anche un boccone orario pranzo. Non te l’ho detto ma io sono proprio a Roma in questi giorni, zona Flaminio. Ci vediamo da Novembrini domani diciamo verso le 13.15? Fanno anche le insalatone.

Cara Ana,
Sarebbe un onore per me. Oh sogno, oh dolce sogno! Che dire? Voglia di insalatona… con te!


Allora a domani! Bacio.

Cara Ana,
Forse farei bene a tenermelo per me. So che questa email ti libererà solo endorfine. Inutile che ti dica che ci sono rimasto male perché immagino tu già lo sappia. Sono venuto da te col cuore leggero che respirava di felicità. Ti sei presentata con tutti i tuoi amici della band Scissor Sisters. Avete riso, bevuto, schiamazzato tutto il tempo, parlando oltretutto in inglese e fregandovene se non vi capivo. Io non sono stato calcolato. Non tanto dai tuoi amici, che non dovevano nemmeno essere lì, ma da te. E sai quanto era importante per me questo incontro. Ti avevo anche portato anche un libro e un’agenda per i tuoi appunti, non li hai nemmeno scartati. Mi avete messo in testa cappellini colorati e occhiali a cuore e vi ho lasciato fare. Mi avete fatto arrivare un piatto di verdure bollite posizionate in maniera ambigua, come se doveste provocarmi su chissà cosa e io ho riso con voi. Io forse sarò di un’altra generazione, ma non sono il bigotto o il perbenista che forse la mia giacca e la cravatta ti hanno suggerito. Avevo solo voluto vestirmi bene. Il mio collega Brusaferro me lo dice sempre: “mai allentare le misure di contenimento”. Ma io sono stato al gioco, perché pensavo fosse un dazio da pagare per poter entrare nel tuo circolo della fiducia. Invece te ne sei andata via con loro e io sono rimasto lì col mio budino. Col mio budino mesto ed esiziale ai confini dell’universo divino, avrebbe detto Les Holroyd dei Barclay in una ballata pastorale delle sue.

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