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Conglomerandocene: La nascita della musica

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, la vera storia di come l'uomo ha scoperto i suoni, le note e l'armonia

Foto via Unsplash

Musica.
Concetto complesso e stratificato, eppur basato su qualcosa di semplicissimo: note. Elementari note musicali che, adeguatamente abbinate, ascisse e coordinate, hanno dato vita ai capolavori sonori di ogni tempo, non ultimo Voglio solo far l’amore con te del pregevole Leo Verde.

Pochi sanno che l’origine della musica si perde nella notte dei tempi. Essa infatti ebbe i suoi natali nel paleolitico, nel momento in cui il primo homo abilis, tale Alfio, urtò erroneamente con la propria clava in un dòrgode, comune minerale preistorico di forma dorgoidale. Quel sasso emise un suono sordo e conchiuso che attrasse l’attenzione dell’homo abilis il quale, incuriosito, lo colpì di nuovo. Questa volta la pietra emise un netto “do” senza nemmeno farla pesare. L’homo abilis percepì in quel suono qualcosa di magniloquente beltà, un’astrazione che raccontava l’esistenza di una forza superiore, un’armonia cosmica che gli dette immediata pace, serenità e pure quei graditissimi crostini dorati da mettere nelle minestre di brodo primordiale.

Così quel preistorico cercò altri minerali per provare se anche loro davano quel suono. E si sorprese nel constatare che ogni minerale emetteva un suono diverso! Ma ci restò letteralmente di stucco quando, colpendo troppo forte un sasso, questo si divise a metà rivelando il segreto di quei suoni. Pochi sanno infatti che dentro ogni sasso vi è un’allocazione cava, nella quale risiede un piccolo rospo che si nutre della propria solitudine e che, grazie a questo ecosistema a circuito chiuso, è immortale. È per questo che gracida disperato ad ogni colpo di clava: onde far sentire la sua presenza al mondo, sperando di essere liberato dal suo uovo di infelicità e finalmente trovare pace nella morte. E quel gracidio esce diverso a seconda del sasso che ne filtra il suono, un po’ come il whisky invecchiato in botti di mogano rispetto a quelle di palissandro.

Fu così che gli homo abilis, poco curandosi dei problemi esistenziali di quei rospi, si limitarono ad associare ad ognuno di quei gracidii un nome derivato dalla prima sillaba del corrispettivo sasso. La geologia infatti ci insegna che nel paleozoico erano comuni otto differenti minerali. Oltre al dorgode, trovavano spazio anche il renabrio, il micerinius, il faëdro, il sollozzo, il laobao, il silice e il nespolino. Nacquero così le classiche otto note del pentagramma: DO, RE, MI, FA, SOL, LA, SI, NE.

I preistorici si dilettarono così a comporre le prime sequenze musicali colpendo uno via l’altro i diversi minerali e i rispettivi rospi, dapprima a casaccio, poi in maniera sempre più ragionata, elaborata e scientifica. Oggi non si conoscono titoli ed autori, ma si sa per certo quale fu il prototipo di genere musicale coniato nel paleozoico: il liscio. Gli uomini preistorici abbandonarono tridenti, dagherrotipi e alabarde, e ognuno per conto suo iniziò così a dilettarsi nella composizione musicale di polke, tanghi, valzer, scottish, quickstep, beguine e foxtrot. L’entusiasmo era generale e col passare delle generazioni l’attività prendeva sempre più piede, creando un indotto sempre più sesquipedale. Tuttavia i preistorici non sospettavano che la tragedia era dietro l’angolo. Purtroppo il nespolino era un minerale solubile, quindi scomparve alla prima glaciazione, in pieno mesozoico, liberando i propri rospi che, caso unico, non morirono e oggi sono tutti assessori al turismo in comuni umbri pieni di problemi.

Improvvisamente era tutto da rifare! Ogni canzone precedentemente composta dovette essere riadattata. In certi casi venne tolta di sana pianta quell’ottava nota, in altri fu sostituita con quella che gli era più simile, il si bemolle (dal silice iridato a doppia molla), in casi limite usarono come succedaneo quei crostini dorati da minestra. Inutile dire che non tornava più niente. Tutti gli spensierati cha cha cha si trasformarono nell’incubo nero di ogni cantante di liscio che si rispetti non ultimo il leggendario Mauro Ferrara dell’Orchestra Casadei (Amico sole, Romagna capitale, La mia gente): la mazurka a saltarello. La mazurka a saltarello era un grattacapo soprattutto perché per essere ballata prevedeva dei jetée particolarissimi, tecnicamente impossibili per gli esseri umani di allora, a causa dalla loro dimostrata postura mani a terra, piedi in aria e rosa in bocca.

Intanto, ridendo e scherzando, il mesozoico era finito ed era già pieno, spaparanzato, slabbrato Impero Romano. E fu il genio di Giulio Cesare a intuire che l’uomo avrebbe dovuto sputare la rosa, capovolgersi e invertire l’uso degli arti, smettendo di camminare con le mani e di afferrare gli ananas coi piedi come aveva fatto fino ad allora. Lui per primo dette l’esempio durante una certàmen senatoriale e tutti lo seguirono, Crasso compreso. Fu con questa radicale inversione di postura che nel 46 a.C. nacque l’homo sapiens, fondamentalmente un homo abilis col senso pratico della mazurka a saltarello. Sic et simpliciter, avrebbe detto Gramellini in uno sbotto casalingo violento dei suoi.

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