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Conglomerandocene: Indro Montanelli, musicista e paroliere

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi per Rolling Stone, uno scritto ritrovato di uno dei giornalisti più rappresentativi della storia del nostro paese

Indro Montanelli nel 1997

Foto: Leonardo Cendamo/Getty Images

È stato all’abbrivio degli anni ‘90, in un incontro coccolato e quasi imposto dal mio editore dell’epoca, che ebbi modo di conoscere la persona di Richard Branson, ai tempi discografico di discreto cabotaggio che, se la memoria non m’inganna, era stato fondatore della casa discografica Virgin. Eravamo in un ristorante milanese abbastanza atipico, una piccola trattoria gestita da una coppia di quaccheri sul naviglio della Martesana dove si mangiava la miglior cotoletta “orecchia d’elefante” della città. Devo ammettere che avevo preso sottogamba questo incontro. Già mi immaginavo un damerino supponente dal taglio di capelli à la page che avrebbe cercato di piegare le Ragioni della Storia ai bemolle sbagliati di qualche gruppo di scalmanati di Seattle. Invece quella chiacchierata si rivelò una interessante e – mi si permetta – rocambolesca avventura, in cui ogni coordinata per asindeto era una sorta di crocicchio salgariano che mi costringeva a cambiare prospettiva per imboccare ogni volta il sentiero che, pur da straniero in terra straniera, sentivo più mio.

Io ho vissuto decenni oscuri e importanti per il nostro Paese. Ho conosciuto il colonialismo, le leggi razziali e le bombe nelle piazze. A volte penso di non aver mai avuto tempo per essere davvero giovane. Eppure è sempre stato mio abito osservare i giovani di ogni epoca e figurarmi in loro, riconoscendo nella loro ribalderia la mia, non scappando alla constatazione che le loro contraddizioni, i loro nodi gordiani, erano stati i miei stessi d’una vita prima. Fu così che iniziai a collaborare con Branson, improvvisandomi autore di canzoni e canzonette. Ad oggi resta una fase marginale nella mia vita professionale, ma a dire il vero più per densità che per importanza. E se il mio contributo si perde giustamente inosservato fra quelli dei grandi, quel pugno di canzoni me le ricordo perlomeno con affetto.

Penso per esempio alla canzone Lady, che ebbi modo di scrivere per il gruppo Modjo. Tutto nacque dall’immagine di tre giovani in un pomeriggio estivo, urbano e spensierato. Nonostante avessi più di novant’anni, mi rispecchiavo in quel cadenzato, in quel videoclip, il cui protagonista era un mio omologo ventenne. Anch’io oggi, se non avessi le articolazioni piene di calcio e di inverni, sarei uno da zainetto, scarpe da tennis e via. Un panino strozzato di fretta e poi a sciogliere in ballo la propria gioia sotto il plenilunio della giovinezza (“As we dance by the moonlight / Can’t you see you’re my delight?”). È un po’ ciò che si sono persi quelli della mia generazione, che sono stati giovani in un’Italia vecchia. Quella canzone doveva essere una sorta di risarcimento emotivo. Tutt’oggi la trovo un gioiellino.

Fui meno soddisfatto di Return to Innocence, scritta per il gruppo Enigma. Nel mio intento doveva essere una sorta di peana in musica che invitasse ad abbracciare le nostre origini, comprendersi e comprenderci, nel senso di contenerci l’un l’altro, a mo’ di anfore etrusche, e farci a nostra volta contenere dal respiro della Madre Terra. E non appaia strana questa mia dimensione. Del resto anche in redazione, pur perso fra mille scartafacci, mi è sempre piaciuto “sbarattolare” coi pastelli a cera nei ritagli di tempo. Ancora Marcello Foa si ricorda di come andavo in solluchero per i servizi sulla pizzica tarantata, che mi accaparravo avidamente lasciando agli altri inchieste più urgenti (non ultima, quello sul drammatico rapimento Sutter). L’intuizione di cui vado più fiero fu quella di coinvolgere l’amica e collega Oriana Fallaci per intonare un mantra di quattro semplici parole, come suoni refluiti dalla Pangea: “love / devotion / feeling / emotion”. Poi purtroppo la produzione associò questa canzone ad un video marchiano e populista, con questo anziano ampiamente cappellato che coglie una pera e s’accascia. Un coglione, mi si permetta. Sotto la dittatura di Bokassa non sarebbe sopravvissuto un giorno.

A cavallo col nuovo millennio sono stato preoccupato da una certa deriva giovanilistica. In Inghilterra i ragazzi si stavano liberando in fretta della lezione della Thatcher e delle (anche giuste) intuizioni reaganiane, fra graffiti, bombolette, football, chitarre beat e filmetti di Ken Loach. Pensai che quei giovani dovessero riappropriarsi di quella qualità straordinaria che è la leggerezza, vivendo il disimpegno in un senso positivo e propositivo. Da lì la mia idea per una nuova versione della canzone A La La La La Long, eseguita dagli Inner Circle ma originariamente scritta dal cantante giamaicano Bob Marley. Mi piaceva l’immagine di questo grosso Negus etiope che il massimo che sa fare nella vita è prendere a calci l’acqua e ciononostante è pieno di donne e prospettive. Fra surf, calippi e cocomerate ferragostane, con questo incedere sixties “spensierato ma non de-pensierato”, avrebbe detto Vlad Tepes III.

Scrissi persino una canzone per il figlio di mia cognata, l’oriundo Sean Kingston. Era questo ragazzino grasso, anch’egli “di colore”. Mi ricordo quando lo conobbi, venuto in Italia con la madre, in un’edizione del Salone del Libro in cui ero Presidente di Giuria. Dico solo che lo vidi per la prima volta mentre usciva a fatica da un gabinetto chimico dove, in mancanza di carta igienica, si era pulito il sedere con della piadina romagnola. Lo odiai all’istante. Un trippone chiuso, ombelicato, crassamente rincagnato in sé stesso. Una sorta di Alessandro Pavolini in tuta acetata. Così sua madre mi chiese una canzone per sbloccarlo un attimo. Io pensai a questa Beautiful Girl, che spacciai come una scorciatoia per traghettarlo verso il mondo femminile. Coi soldi e il potere di Branson, gli imbastirono un video pieno di belle figliole e lui era felicissimo. In realtà il punctum di quella canzone è la reiterazione dell’aggettivo “suicidal”. Il fatto è che io volevo fargli quello che il pedagogo Winnicott chiama “gaslighting”: manipolarlo a dovere e indurlo a farla finita. Piccolo vizietto di un anziano cronista fucecchiese, che spero scuserete.

Infine ho anche scritto tutti i testi di Thrak dei King Crimson, orfani dello storico paroliere e attore Bill Pullman, e galvanizzato dall’opportunità concessi per la prima volta a questo vecchio cuore il lusso di inserire versi autobiografici come quelli di “Sex / eat / / sleep / dream / drink”. Robert Fripp affidò il cantato di quel disco a tale Pitbull, un fuggiasco della Cuba castrista, un giovane aitante e vivace, purtroppo devastato dall’alopecia in età giovanissima – se ce ne fosse bisogno, ennesimo segno evidente della brutalità del comunismo, che comunque a me non ha mai fatto disdoro. Da questa esperienza mi porto dietro anche una bella amicizia con Adrian Belew, diventandone il Mangoni per un’intera tournée estiva così divertente che quando a casa muore mia moglie nemmeno rientro per organizzare il funerale, anche se poi quando vedo che lo fanno a bara chiusa un po’ ci resto male. Più o meno nello stesso periodo, controvoglia, assieme a mio nipote Sean Kingston ingozzato di frittata, lavoro ai testi del nuovo disco di Lucio Battisti – il sesto album ‘bianco’ – ma non se ne farà niente per il tragico e repentino epilogo della vita dell’artista reatino, di lì a poco coinvolto nel crac Cirio.

Un pugno di canzoni, un pugno di pezzi della mia vita offerti in sacrificio per la vita di qualcun altro. A volte esco sulla terrazza di casa, solo, sul far del tramonto, mentre osservo il sole che si nasconde dietro la Torre Velasca e un altro giorno sta per finire. Ed è in quel momento che mi chiedo cosa avrà significato Lady o Beautiful Girl per un timido liceale indeciso se farsi avanti con la compagna di classe segretamente amata. O cosa significherà La La La Long oppure Return to Innocence per un giovane spensierato, per una madre disinibita, per una casalinga infelice, per un panettiere oligofrenico. Penso a quello che la mia opera ha contribuito a rendere indimenticabile, ai baci rubati, agli abbracci, all’amore sul far della sera, donne, uomini, e anche mostruosi uranisti si sono uniti carnalmente grazie a quelle operette che, modestamente, ho anche io contribuito a produrre. E se qualcuno mi chiede “Indro, ti fa un po’ schifo questa cosa?” Io di solito sorrido e rispondo “Un po’ sì”.

Indro Montanelli

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