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Conglomerandocene: Il ritorno di Will Smith

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, una versione alternativa (e senza Chris Rock) della serata che ha cambiato per sempre la carriera dell’attore di ‘King Richard’

Will Smith. Foto: Kevin Winter/Getty Images for AFI

Toby se ne sta lì, sul palco degli Oscar.
Con quel capino, con quegli occhiolini liquidi, con quel borsalino che s’affloscia sul suo capino santo. Dignitoso come Sergio Cusani davanti a Di Pietro, solo molto più cagionevole, fragile, terminale. Toby ha ventisei anni ma ne dimostra almeno dieci volte tanto. È affetto da progeria, l’invecchiamento precoce che interessa le cellule tranne, delle stesse, i plasmidi. «Ma i plasmidi sono una parte poco importante delle cellule», spiega con amarezza a Bill Pullman, mentre questi gli consegna un riconoscimento come Cavaliere del Lavoro: una piccola spilletta a forma di cornucopia da cui esce una motoslitta.

Di solito i malati di progeria si spengono nell’adolescenza su una sdraio in veranda, davanti al tramonto, coi genitori che li accarezzano e da giorni gli ripetono «vai in pace» all’abbrivio di ogni crisi respiratoria. E nell’aria, le più belle canzoni di Mozart in filodiffusione dal giradischi. Toby invece è arrivato anche a laurearsi in Medicina. «Anche se è difficile pensare che avrò il tempo per diventare un grande medico e trovare la cura per la mia malattia», dice sorridendo. E Bill Pullman sorride con lui. «Oggi come oggi, anche un aeroplanino di carta che mi sbatte contro potrebbe uccidermi». E lì Toby e Bill proprio sghignazzano insieme.

Toby è sul quel palco prestigioso in quanto simbolo della lotta contro le malattie degenerative rare. Ed ecco Bill che gli consegna un assegno di 250 dollari raccolto da tutti gli attori hollywoodiani. In platea regna un silenzio empatico rotto da tante, piccole, contenute risate per le battute molto elementari di Toby. Fino a che Bradley Cooper scatta in piedi ed urla un «bravò!», come si fa a teatro con Gabriele Lavia. È allora che tutta la platea si produce in un applauso emozionale e travolgente. Uno per uno tutti si alzano in piedi, addirittura Liza Minnelli s’inerpica sulle stampelle di Blake Edwards. Toby ringrazia commosso. Bill gli chiede se ha un sogno. Toby annuisce. Poi, guarda negli occhi l’attrice Jada Pinketts Smith, seduta in prima fila. «È la mia attrice preferita…».

Sul volto di Jada si allarga un sorriso. «…e mi piacerebbe interpretasse un film biografico su Silvia Salemi, la mia cantante preferita». Mentre il marito Will Smith sorride intenerito, il sorriso di Jada lentamente si gela. Will si volta verso di lei per sincronizzarsi sulle sue emozioni e pure il sorriso di lui si fiacca irrimediabilmente. Prende la mano della sua signora, la bacia, poi di colpo si alza e a larghe falcate si dirige verso il palco, solca la scalinata due scalini alla volta, fino a Toby. Lui lo guarda dal basso, ne percepisce la rabbia, così gli sorride tremante e gli dice: «scusami per favore, qualsiasi cosa ti abbia…». Non fa in tempo a finire la frase e pararsi con le gracili mani, che Will lo colpisce con un pugno dall’alto, in pieno teschio.

Gli occhi di Toby squizzano dalle orbite e come proiettili si ficcano in gola alle gemelle Olsen. Una grandinata settembrina di denti ossidati da tartaro e carie inonda il pubblico come caramelle Charms del diavolo e rompe gli occhiali di Jack Nicholson e l’orologio da panciotto di Anthony Hopkins. Un pezzo di intestino canceroso si proietta in aria girando a mo’ di boomerang fino ad annodarsi al collo esile di Nicole Kidman come fosse una sciarpa alla moda di Chernobyl. Il coccige roteante come un nunchaku inchioda alla poltrona la giacca di uno sbigottito Michael Caine, penetrandola a pochi millimetri dalle carotidi. I succhi gastrici di Toby si espandono a macchia di leopardo debordando dal palco fino alle prime file, per poi raggiungere la bellissima Scarlett Johansson svenuta a terra e sfigurarne per sempre il volto porcellanato.

La folla s’accalca per raggiungere le uscite di sicurezza ma tutta la sezione Branagh (Judi Dench, Maggie Smith ed Helen Mirren) viene calpestata a morte dal cast di Fast & Furious 10. Un pacemaker rotola a terra e finisce nella buca dell’orchestra suonando un rullante che sveglia Manoel De Oliveira addormentato. Il pugno di Will Smith fuoriuscito dallo stomaco di Toby stringe alla gola una mangusta viva. Per chissà quali sinapsi attivate, Toby ha una potente erezione e il suo pene sbuffa aria calda alla fragranza di medicine palliative e buccia del salame. E intanto Will, col collo gonfio e le lacrime che ne solcano il volto: «NON PERMETTERTI MAI PIÚ DI NOMINARE LA MIA SIGNORA!». Ha la foga di chi sta proteggendo la donna che ama, come fanno gli orsi marsicani con le realdoll buttate nelle discariche dai bracconieri. Dalla seconda fila, l’attore nostrano Roberto Citran, amante di Jada, le sorride e lei lo ricambia.

Will li vede sorridersi, così si placa, estrae il braccio, scrolla via gli umori, pulisce il Wyler Vetta col borsalino di Toby. Toby s’affloscia come una pozzanghera di carne, feci, ciniglia, lombrichi, cartone bagnato, preservativi usati, il brunch dell’Academy e un dado di Rubik che teneva in tasca per rilassare il battito a riposo alto. Ha ancora un afflato di vita e da quella che pare una bocca affiorano solo poche parole sbocconcellate: «chedo ‘cugia, signo’e». Will si aggiusta la cravatta e torna al suo posto. Si siede col fiatone. Roberto Citran gli sorride, annuisce e alza il pollice. Jada gli stringe la mano: «Sei stato bravo». Will, felice: «E ci credo! Addirittura l’ho ammazzato, ahahahah!»

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