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Come difenderci da Clubhouse

La febbre per il nuovo social ‘vocale’ è scoppiata anche in Italia. Tra privacy e regole (ancora da creare, in una terra che per molti versi resta inesplorata), abbiamo provato a capirci di più

Foto: Jason Leung via Unsplash

La mania e il successo di Clubhouse in Italia sono esplosi ormai da un paio di settimane e, passato l’entusiasmo iniziale per la novità, trasformato in quella che molti più o meno scherzando chiamano una “dipendenza”, è più facile analizzarne aspetti positivi e negativi. Tra i nodi più discussi e ancora da chiarire relativi all’app di cui i numeri ancora non sono noti, ma che stando alle stime ha raggiunto i sei milioni di utenti in tutto il mondo, ci sono la privacy e altri risvolti legali, il delicato ruolo dei moderatori a fronte di comportamenti e interventi poco educati se non offensivi o abusi, gli effetti psicologici dell’app, potenziali usi criminali, metodi di monetizzazione, e molto altro.

«La nostra stella polare è stata creare qualcosa per cui, chiudendo l’app alla fine della sessione, ci si possa sentire meglio di quando l’abbiamo aperta, perché abbiamo stretto amicizie, incontrato nuove persone e imparato qualcosa». Così riporta il post sul blog di Clubhouse condiviso lo scorso 21 gennaio dai fondatori Paul Davison, ex Pinterest, e Rohan Seth, ex Google, e dal loro team. Spesso, come è capitato anche a me di riconoscere dopo aver partecipato a room tematiche che a partire dal titolo si proponevano come interessanti, tramite le voci di utenti accreditati può offrire effettive occasioni di accrescimento della conoscenza di un argomento o di una tecnica e del proprio network, aspetti che a livello professionale e non possono rappresentare un assist. Esclusi i sacrosanti spazi di evasione che con un po’ di caciara possono riempire i tempi morti e quel silenzio di cui tanto abbiamo paura, ci sono room in cui si commentano e rendono più comprensibili argomenti come la crisi di governo, i progetti e le minacce dei big del tech, o propongono temi urgenti come la disoccupazione femminile, la diversity o, per esempio la salute mentale – quest’ultimo tema l’ho lanciato più volte io stessa, con risultati che hanno confermato la mia ipotesi che ci sia un grandissimo bisogno di parlarne di più e meglio anche nei media generalisti. I professionisti dei vari settori su Clubhouse ci sono già o pian piano stanno arrivando, e coinvolgere quelli validi, proponendoli con una giusta moderazione da parte di chi organizza, può essere una chiave per rendere determinate informazioni più accessibili e pop.

Il problema però di un luogo virtuale in cui molte delle informazioni – relative al social stesso o ad altri argomenti – si diffondono per passaparola, come se ogni room fosse una piccola sezione di Wikipedia in cui ciascuno può contribuire ad accrescere le informazioni e le conoscenze di chi la consulta, è che diviene terreno fertile per diffondere fake news o imprecisioni, che se non c’è qualcuno di pronto e competente a correggere vengono veicolate e spesso ripetute in altre conversazioni online o nella vita reale, senza la possibilità di fermarne la diffusione o di rettificarle. A differenza di Wikipedia, dove anche le fonti sono poi sottoposte a controllo e consultabili dalla comunità, qui tutti possono dire la loro senza citare quelle fonti, portando più o meno colpevolmente disinformazione di cui non resta traccia se non nel ciclo che alimentano. Certo, più la platea è vasta più sarà probabile la presenza di qualcuno pronto a smentire eventuali inesattezze, ma se non fosse ammesso tra gli speaker? E se a sua volta non avesse dati precisi e attendibili e fosse solo convinto di avere le informazioni esatte? Il regolamento dice che «non puoi diffondere informazioni false o spam, né amplificare o sopprimere artificialmente le informazioni». In un mondo in cui, anche in caso di buonafede, esiste l’effetto Dunning-Kruger, per cui meno una persona è competente più pensa di esserlo, moderatori e speaker sono quindi chiamati a essere anche estremamente competenti – e per il momento non è possibile verificare a priori per tutti questi requisiti, ma si spera che gli investimenti da parte di Clubhouse in quelli che definisce “content creator” vadano proprio in questo senso.

Come scrive Stefania Quintajè, legale d’impresa specializzata in aziende del settore tech, «abbattuta la timidezza, l’unica cosa da fare è parlare. In diretta, davanti ad estranei. E forse perché non ci guardiamo in faccia come su Zoom, le barriere sembrano inferiori, ma non sono diverse le nostre responsabilità di autori di ciò che diciamo». Come è evidente, uno dei principali nodi di questo social media è quello della responsabilità: ognuno è responsabile di quello che dice, e rispetto a un commento scritto, lasciato magari con uno pseudonimo o un account secondario, ci mette presumibilmente nome, cognome e volto, o almeno il numero di telefono – anche se i troll non possono essere esclusi. Soprattutto, nelle vesti di moderatore, l’utente è responsabile di quello che succede nella propria stanza e di quello che dicono anche agli altri, non solo ai fini del migliore intrattenimento, ma anche della risoluzione di possibili conflitti e di speaker meno responsabili.

Come mi è capitato di assistere, c’è chi da moderatore viola serenamente leggi relative alla privacy, come nel caso di volti di un noto programma televisivo che si sono divertiti a mettere in scena in una room scherzi telefonici in diretta, invitando le ignare vittime a condividere e a ripetere anche più volte il proprio nome e cognome o altri dati sensibili di fronte una platea che a sua volta non si rendeva conto di come si stesse rendendo complice di una violazione. Che poi, diciamocelo, senza un montaggio brillante molto difficilmente fanno ridere, per cui perché provarci in diretta su Clubhouse, negando ai malcapitati le tutele a cui hanno diritto e la possibilità dell’oblio? Clubhouse registra il contenuto di ogni stanza, per punire eventuali abusi e contestazioni segnalati durante la stanza stessa da chi vi partecipa, tramite l’opzione “report an incident”. Le registrazioni, crittografate, vengono conservate solo temporaneamente, per condurre le opportune verifiche. Ma anche in questo caso, per quanto le regole di Clubhouse dicano che «non puoi condividere, minacciare di condividere o incentivare la condivisione di informazioni private di altre persone senza la loro previa autorizzazione», se tra gli uditori non c’è qualcuno che ha la sensibilità per segnalare questi episodi, non ci sarà la possibilità che vengano puniti. Inoltre, come ricorda Stefania Quintajè, «ogni dipendente, ogni manager, ogni persona che abbia una funzione all’interno di un’azienda deve sempre ricordare a se stesso che non può condividere all’esterno progetti che sono di per sé confidenziali o posizioni in nome e per conto dell’azienda. Anche i consulenti devono tenere presente che per parlare di progetti con le aziende con cui collaborano, devono avere con esse accordi espliciti, altrimenti non sono autorizzati e rischiano di cercare di farsi pubblicità utilizzando dati dei propri clienti in maniera non conforme». Ma dopo diversi giorni di ascolto mi sembra non siano in molti a ricordarlo.

Le regole d’uso del social, che ciascuno di noi accetta nel momento dell’iscrizione probabilmente senza nemmeno leggerle, dopo aver dato la propria parola di essere maggiorenne, sono molto più dettagliate di quelle di Facebook e Twitter (oltre settemila parole per Clubhouse, praticamente il doppio), mentre l’informativa sulla privacy è per ora molto più scarna e generica. In particolare mancano le informazioni richieste dal Gdpr (General data protection regulation, il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali in vigore dal 25 maggio 2018), più complesso delle leggi californiane richiamate da Clubhouse. Nei giorni scorsi il Garante della privacy italiano ha spedito una richiesta formale alla Alpha Exploration company di Oakland, California, per accertarsi che i diritti dei cittadini siano rispettati, insieme alla verifica della maggiore età degli utenti e al destino dei loro contatti, e la compagnia avrà 15 giorni per dare una risposta. Presto potrebbero prendere la stessa iniziativa anche i Garanti degli altri Paesi europei. Come mi spiegava Stefania Quintajè già una decina di giorni fa, prevedendo una rapida azione da parte dei Garanti, «non basta che un’azienda con sede all’estero dichiari di essere compliant a una normativa europea: non è detto che la rispetti davvero». Senza contare che poi ogni Paese ha discrezionalità in termini di privacy, e che quindi non basta nemmeno una generica conformità – e la Cina, con la sua capillare censura, ne è un esempio estremo.

Nel frattempo molti di noi preferiscono non preoccuparsene, drogati dall’esigenza di fare networking, di riscattarsi professionalmente dopo le difficoltà della pandemia e dal bisogno di dire la propria e di essere finalmente ascoltati, di rivelarsi, di affermarsi. Francesca Santamaria Palombo, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ad approccio integrato di terza onda che ho intercettato proprio su Clubhouse, mi spiega che «già a partire dalle modalità di ingresso ci mette di fronte alla possibilità di partecipare a una grande festa in cui parlano persone con i nostri stessi interessi, alla quale si può entrare solo con un invito: questo genera in chi entra un senso di esclusività, di accettazione e per questo di valore, insieme alla voglia di sfruttare l’opportunità ricevuta di una condivisione autentica». A giocare un ruolo fondamentale per Azzurra Funari, psicoterapeuta e co-fondatrice del progetto Restart – A Safe Space for Music Minds che ho sempre conosciuto su Clubhouse, sono la novità e le differenze rispetto ad altri social media. «In generale», aggiunge, «siamo stanchi dei leoni da tastiera, di coloro che nascondono la propria identità: poter ricevere un confronto immediato su un pensiero, avere un feedback immediato e poter uscire da questo confronto con una crescita ha sicuramente un ruolo importante. Avere la sicurezza che ci sia qualcuno ad ascoltarci e a risponderci ci fa sentire accolti, e può avere un valore in un certo senso terapeutico. Spesso è più facile aprirsi con degli sconosciuti che potremmo non incrociare mai più, perché il loro giudizio può farci meno paura di quello delle persone che ci sono vicine».

Per tutti coloro che soffrono di ansia sociale, «Clubhouse può essere un veicolo per un’esposizione graduale», spiega Santamaria Palombo. «Io lo sto usando ora per aiutare un mio paziente, stabilendo dei compromessi, tipo “puoi iniziare con questo, a patto che tu oggi esca almeno per prendere un caffè”». Dall’altro lato, uno strumento così potente è per questo rischiosissimo, soprattutto dal punto di vista dalla dipendenza, che ci potrebbe trascinarci nel vivere una realtà solo virtuale. «Chi di per sé non sente una necessità sociale, come gli hikikomori, lì dentro rischia di sentirla ancora meno». Il dover essere sempre sul pezzo, il sentirsi sempre coinvolti e chiamati a dire la nostra sottraggono quei momenti di noia spesso fondamentali per riordinare le idee o ricaricare le batterie. «È una risorsa che dobbiamo imparare a padroneggiare», spiega Santamaria Palombo, «perché può mettere in crisi i nostri legami. Per minimizzare i rischi sarebbe meglio non selezionare troppi interessi, darsi degli orari, rispettando gli impegni presi al di fuori di Clubhouse e trovando il modo di staccare dal mondo digitale. In questo modo potremo vivere l’app in modo più qualitativo e meno passivo». Non dimentichiamo che siamo animali sociali, con la necessità di interazioni dal vivo, che la voce da sola non è in grado di sostituire. «In questo momento storico può essere un aiuto, ma l’obiettivo e la vera sfida devono essere quelli di incontrarci dopo, e al di fuori». Non possiamo rischiare di confondere questo luogo virtuale e ancora da regimentare con la realtà.

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