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Chiusa l’Italia, ora bisogna chiudere gli italiani

Nei primi giorni di Coronavirus siamo stati ridicoli, mettendo in mostra tutto l'arsenale della peggiore italianità. Ora che Conte ha chiuso il Paese dobbiamo finalmente diventare quello che non siamo stati in grado di diventare in 160 anni, una nazione

Foto: Getty Images

Ora che finalmente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiuso l’Italia, arriva la parte difficile: chiudere gli italiani. Il calco della celebre formula attribuita a Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unificazione d’Italia mi sembra adatto a descrivere la situazione odierna. Ciò che si chiede alla collettività è uguale oggi al 1861: comportarsi da comunità, come il corpo omogeneo che dovrebbe essere quell’insieme di individui raccolti sotto una stessa bandiera, la cosiddetta nazione.

Il problema del Governo della nazione per l’Italia è simile oggi ad allora e a qualsiasi altro periodo storico. Il più grande guaio, la sfida per gli italiani come comunità nazionale – anche se indubbiamente qualche passo avanti si è fatto in 160 anni, ma nemmeno lontanamente sufficiente a farci apparire come una nazione coesa – è quello di doversi de-italianizzare dalla sera alla mattina. In questi primi giorni di Coronavirus siamo stati semplicemente ridicoli, mettendo in mostra tutto l’arsenale psicologico-comportamentale della peggiore italianità. Dapprima, come sempre facciamo, abbiamo minimizzato: “È poco più di un’influenza”; “Nessuno ci può fermare”. Subito abbiamo scaricato il barile: “Colpa dei cinesi, ma noi siamo un popolo igienico, questa roba non ci tocca”. Poi il razzismo territoriale: “Il virus del Nord” e intra-generazionale: “Il virus dei vecchi”. Si chiudono Lombardia e 14 province con lo scopo, dichiarato pubblicamente, di tenere sotto controllo la diffusione del Covid-19 sul territorio nazionale: niente, assalto alla diligenza, migliaia di persone immediatamente dal Nord scappano al Sud, di fatto propagando il virus in modo formidabile. Conte emana un nuovo decreto, lo chiama “Io resto a casa”, e che cosa facciamo? Ovviamente ci riversiamo immediatamente tutti per strada, ammassandoci l’uno sull’altro di notte per andare a comprare dei pacchi di pasta.

A Milano fino a ieri sembrava ancora tutto uno scherzo: al parco sotto casa oggi è il primo giorno in cui non si giocano partite di pallone, non c’è gente che prende il sole a gruppi di tre-quattro, non ci sono decine di bambini che si rotolano nell’erba, scendono dagli scivoli e si dondolano sulle altalene mentre le madri, ovviamente raggruppate, chiacchierano qualche metro più in là. Quelli del jogging invece ci sono ancora, ma sono in diminuzione, e comunque sono cani sciolti addestrati a evitare gli incroci pericolosi. L’illustre giurista che ieri arringava le folle: “Non possono mica farlo, non c’è scritto in Costituzione” è sparito, starà ripassando il bignami su cui non si è laureato.

È inutile soffermarsi sull’andamento a dir poco erratico del Governo. “Apriamo, chiudiamo, forse sì, forse no, state a casa però non vi preoccupate potete uscire”. Tutto così. Ma visti i profili dei componenti non ci si poteva aspettare altro, anzi mi sarei aspettato addirittura di peggio. A un certo punto Conte non ha capito più nulla e per non sapere né leggere né scrivere ha bucato il pallone. E così siamo arrivati a oggi, alla chiusura di tutte le attività superflue sull’intero territorio nazionale. Meglio così, ha fatto bene. Con quella massa di indisciplinati naturalmente tenace alle regole – figurarsi alle raccomandazioni – non c’era altra soluzione. Ora però entra in gioco il D’Azeglio versione Covid-19: il nuovo “fare gli italiani”, che diventa “chiudere gli italiani”.

E chiudere gli italiani è difficile perché significa inculcare nelle menti la cosa a noi più aliena: la costanza. E non tanto come individui – singolarmente presi siamo costanti: anche i 5 mila miliardi di risparmio privato ci dicono a ben vedere quanto siamo costanti come individui – quanto costanti come collettività. Non siamo costanti nei confronti degli altri, non siamo costanti come nazione, siamo gente che sta sotto un’unica bandiera solo quando ci fa comodo, non abbiamo alcun reale sentimento nazionale – tranne quando ci arrocchiamo stupidamente contro l’esterno. Lasciati in pace, lasciati liberi di esprimerci, siamo poca roba, tutt’al più siamo condomini, nemmeno coinquilini. Ora dobbiamo imparare a convivere per davvero, e convivere per davvero in questa fase non è farsi i cazzi propri, non è essere costanti per se stessi. Essere costanti, e quindi essere italiani, in questo momento è fare una cosa sola, tanto semplice quanto incredibile: rispettare le regole. E quindi, per favore, facciamo finalmente gli italiani. Stiamo a casa.