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Che cosa è stato Kobe Bryant

Bryant è stato diverso da tutti gli altri: per lui il basket è stato vita e arte, causa e conseguenza, e così – all'interno del gioco – Kobe si è determinato come essere umano e forza creativa

Kobe Bryant. Foto di Ronald Martinez/Getty Images

LOS ANGELES, CA - JUNE 17: Kobe Bryant #24 of the Los Angeles Lakers points in the second quarter of Game Seven of the 2010 NBA Finals against the Boston Celtics at Staples Center on June 17, 2010 in Los Angeles, California. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and/or using this Photograph, user is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

Kobe Bryant non è stato solo un giocatore di pallacanestro – uno dei più forti giocatori di pallacanestro di sempre – Kobe Bryant è stato il più grande innamorato della pallacanestro, il suo più intimo conoscitore, il suo più fedele compagno. Bryant è stato la pallacanestro, la sua vita è stata una vita interamente donata alla pallacanestro, e la pallacanestro gli si è concessa come ci si concede davanti a un Dio. Nessuno è stato come lui: ci sono stati – e ci sono e ci saranno – tanti altri grandi giocatori, Michael, Magic, Larry, Kareem, Lebron, ma nessuno, nemmeno Jordan, ha sacrificato la propria esistenza al gioco come ha fatto Kobe.

Bryant ha giocato e vinto tutto. Bryant ha deciso che sarebbe diventato quel che è diventato quand’era ancora bambino, in Italia, al seguito di papà Jellybean, che l’ha fatto crescere tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. A 10 anni firmava autografi che distribuiva all’oratorio raccomandando i compagni di gioco di tenerli da conto perché un giorno sarebbe diventato il più grande di tutti. Bryant ha mortificato il suo corpo con interminabili sedute di allenamento individuale. Tutti i giorni: tre, quattro ore di tiri e movimenti senza palla, da solo, aspettando il momento in cui compagni meno forti di lui sarebbero finalmente arrivati in palestra. Ha giocato infortunato, rotto, distrutto. Ha battuto due tiri liberi – ovviamente segnandoli – con un tendine d’achille spezzato in due parti. Ha modificato la meccanica di tiro utilizzando il dito medio dato che l’indice – il dito che governa il tiro – non era più in grado di flettersi. Ha segnato 81 punti in una singola partita e 60 in quella d’addio, di pura collera agonistica, per chiudere la sua storia d’amore con il basket come si doveva: da eroe, vincendo la partita ancora una volta da solo contro tutti, in rimonta. 20 anni di Nba, cinque titoli di campione, l’Mvp, il farewell tour di un anno intero come le rockstar.

Kobe è stato diverso da tutti gli altri. Il furore quasi cannibale con cui si mangiava tutto: il campo, gli avversari, i compagni, i coach, il pubblico, il pallone. Qualunque cosa si fosse interposta tra lui e il suo obiettivo sarebbe stata travolta: l’ossessione della vittoria, la ricerca della perfezione, quel ghigno, il Mamba, l’agonismo che era aggressione in piena regola, l’impossibilità ontologica della sconfitta. “La leadership è solitudine”, diceva in un’intervista, e così ha vissuto, sopra tutto e tutti, irriducibile, pensando soltanto a vittorie e posterità, temporaneamente insieme a compagni e fan, in fondo da solo.

La dedizione totale all’amore della sua vita, il basket, con quella formidabile lettera d’addio al gioco, che non è mai stato un gioco come invece lo è per la stragrande maggioranza dei giocatori. Per Kobe la pallacanestro è stata vita e poi arte, causa e conseguenza e così – dentro la pallacanestro – si è determinato Bryant come essere umano e forza creativa. L’identità di Kobe – come Michelangelo, come Dante, come Lennon – si è plasmata dentro la sua arte. La sua è stata arte in movimento, improvvisazione, tecnica, il corpo come unico strumento. Come i primi ci hanno lasciato affreschi, statue, testi e musiche, Kobe ci ha lasciato canestri, imprese, partite. Stanno tutte lì, nel grande patrimonio della cultura popolare, per sempre. Non c’è stato giornale al mondo che ieri, all’uscita dell’incredibile notizia, non aprisse la propria edizione online con il volto di Bryant. Non è morto un giocatore di basket, è morto un poeta, è morta una leggenda.

Per chi lo seguiva, per chi lo tifava – e chi scrive era in prima fila tra questi – c’era un aspetto unico che te lo faceva adorare. Il racconto, oggi si direbbe lo storytelling, della pallacanestro di Bryant trasmetteva un senso pieno di ineluttabilità. Non solo nulla era davvero perso se in campo dalla tua parte c’era il numero 24 (o in precedenza l’8): era molto di più. Essendo in campo Bryant era come se automaticamente la barca sarebbe finita in porto. Prima o poi Kobe avrebbe raddrizzato queste dannate percentuali di tiro e di conseguenza il punteggio. Così facendo Bryant avrebbe finito per fare quello per cui si stava rappresentando tutta l’intera vicenda denominata “partita di basket”. L’eroe ce l’avrebbe infine fatta, avrebbe vinto, probabilmente con un tiro fuori equilibrio sulla sirena. Così prevedeva il copione, e così sarebbe andata. E così in effetti è andata una, dieci, cento volte, certo con variazioni di sceneggiatura sempre diverse ma comunque messe lì dal demiurgo Kobe per non annoiare l’astante, mentre il tutto veniva dipanato ancora una volta come già ampiamente prestabilito. In questo senso anche le sconfitte parevano snodi del racconto futuro: ah certo, qui l’eroe perde – cade, si ferisce – per poi ritornare più forte di prima. Tutto scritto.

Bryant non piaceva a tutti, anzi Bryant non piaceva a quelli che mal sopportano l’idea che la singola volontà individuale possa essere fonte autosufficiente di progresso. Che addirittura possa scardinare la regola, agire in barba all’ordine naturale delle cose. Un gioco di squadra è in fondo una storia plurale. E quindi chi vede l’evoluzione sempre e unicamente come prodotto di un fatto collegiale, poteva concepire l’ammirazione per Bryant giocatore ma non poteva certo sopportare la validità di Bryant come vicenda da cui trarre massime di vita universali. Collettivisti e zemaniani, questo è certo, non avrebbero potuto bazzicare intorno al Mamba.

Persino nella morte Bryant non ha tradito il senso della sua vita rispedendoci immediatamente tutti al pensiero della fine per quella che è: un fatto individuale. La morte di Kobe è così potente, così trascendente, da essere un messaggio diretto rivolto all’Io di ognuno di noi. La fine tragica non tanto di un giovane uomo, di un atleta, di una rockstar, quanto quella di un invincibile, di un immortale, ci costringe a riprendere in mano il libretto d’istruzioni di questa vicenda terrena dotata di incipit ed epilogo. Perché se è vero che il progresso ha senso in riferimento all’universale, è la storia individuale quella che ci illudiamo di governare, ed è comunque l’unica con cui ci sia consentito di fare i conti.

Bryant il lupo solitario, il leader crudele, il vincente a tutti i costi, forse non sarà stato il più affabile degli esseri umani, il più comprensivo o altruista, ma la dedizione totale alla sua arte, l’amore incondizionato per il gioco e l’ossessione inscalfibile per la perfezione lo hanno trasformato in quello che si era prefissato per se stesso: un giocatore irripetibile, il più inafferrabile di tutti, unico.

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