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Caro complottista, chi offende chi? Breve disamina di dinamiche social-i alla deriva

Dopo l'ultimo Elzevirus sulle bufale che riguardano il virus i commentatori arroganti sono diventati suscettibili. Qui si risponde alle accuse e ci si chiede: è tollerabile questa totale assenza di senso civico?

Cristiano Godano

Foto: Antonio Viscido

Chiedo fin da subito scusa se questo articolo parrà (forse ancora più di altri) egoriferito. In verità è la logica prosecuzione di una sorta di argomentazione di natura sociale (tutt’altro che egoriferita) che sto portando avanti da alcuni articoli e che è culminata con il mio ultimo in un piccolissimo putiferio. Sottenderò, seppur personalizzati, argomenti collegati con tutto quanto da me “analizzato” in precedenza, collocandomi su una linea ideale di coerenza per tentare di continuare a illustrare alcune cose che mi sembrano segno di questi tempi e che da anni mi mettono molto a disagio. Lo faccio perché continuo a sperare di offrire motivi di riflessione: questo mondo può prendere delle pieghe che mi fanno paura. È lecito aver paura? Sarò ampiamente consapevole della modestia delle mie facoltà, che sono quelle di un cantante e non di un sociologo o di un saggista… Come ho già detto altre volte, questa mia pretesa di esprimere pareri sull’attualità è null’altro, in realtà, che l’assecondamento di una sorta di dovere etico, conforme a una mia personale indignazione che mi impedisce di star zitto. Ho già anche detto che tutti in rete hanno diritto di parola. Me lo prendo anche io. E mi assumo i rischi delle derisioni o dei piccolissimi putiferi.

È stato un articolo molto letto, il mio ultimo, e con una valanga di commenti sul Facebook di Rolling Stone. Che sia stato letto molto mi fa ovviamente piacere: scrivo per essere letto, e mi pare pacifico. Non cerco però di raggiungere un buon risultato scadendo in mezzi che non mi si confanno: ergo non cerco nessun colpo ad effetto. Non amo assecondare la volgarità della provocazione (che nemmeno so reggere, forse semplicemente perché non sento di avere la tempra del provocatore… anzi…) e dunque non scrivo mai con lo scopo di scioccare o di creare un forte impatto emotivo a prescindere: ovvero non vado a caccia degli algoritmi che come si sa sono molto sensibili alle emozioni forti. Si evince che non pensavo di scatenare un piccolo putiferio.

Oltre a essere stato molto letto l’articolo è piaciuto molto: i like lo testimoniano. Ma qualche messaggio di miei ammiratori, che oltre a ringraziarmi per lo scritto si premuravano di scusarsi per certe reazioni nei miei riguardi in cui si erano imbattuti, mi ha fatto capire che fra i commenti molti erano cattivi. Non leggo i commenti sul profilo di Rolling Stone, quindi chi si rivolge a me in quella sezione lo fa vanamente (e mi spiace tantissimo per chi invece si rivolge a me con complimenti o modi positivi e gentili: questa violenza dei social dovrebbe far capire quanto è triste il tutto, visto che ostacola le cose belle e i sentimenti positivi e, nel mio caso, mi allontana in un puro gesto di difesa e salvaguardia di me stesso, perché essere aggredito non mi piace, mi importuna, a volte mi ferisce, sempre mi succhia energie vitali. E chi segue i Marlene sa che son più di dieci anni che lancio il mio personale grido di allarme su questo brutto aspetto dei social. “Mi fa schifo sai, l’insensibilità”, lo cantavo una decina di anni fa).

Un commento cattivo e al contempo, purtroppo per l’autrice, ridicolo, involontariamente ridicolo, è però giunto anche nei miei social: «Quanta pena; triste come sei caduto in basso; bassi e abissi, blanda retorica e una fila lunghissima di banalità. L’arroganza patrizia di non avere alcun dubbio, aver con sé la ragione e sapere benissimo chi incolpare: gli uomini liberi. Quelli che dovresti perlomeno rispettare e non trattare come stolti plebei. Peccato per la tua rara arte, buttata via». Mi dispiace davvero esternare in pubblico questa bega personale: apparirà come un goffo esercizio di vanità, una cosa molto salviniana peraltro (quel rivolgersi al proprio stuolo di ammiratori e dire: «guardate ‘sto stronzo cosa dice di me, assalitelo!», e via con la pubblica gogna a comando). Vorrei soffermarmi però su quell’«arroganza patrizia» (ho strabuzzato gli occhi quando l’ho letto, sentendo puzza di un certo filosofo torinese… la prosopopea è di quello stampo) e su quello «stolti plebei» (sempre il filosofo torinese…), lasciando da parte il resto, soprattutto quell’accenno alla libertà che evito di qualificare (ma resto altresì ammirato dalla triade “basso, bassi e abissi”, con la b di “blando” e di “banalità” a resistere in seconda battuta. Anzi, assecondo la tentazione e correggo: resto altresì… basito).

Mio padre è stato un commerciante di dolciumi nella vita, mia madre casalinga. Una volta, sotto la cover che facemmo della Verde milonga di Paolo Conte, su YouTube, un tale scrisse di me che ero uno schifoso figlio di papà, forse usò anche il termine “viziato”, e si auspicava un sonoro vaffanculo da parte di Paolo Conte (che non solo non ci mandò affanculo, non solo apprezzò la nostra cover – lo disse a me con magnanima benevolenza – ma qualche tempo dopo ci regalò note magnifiche al pianoforte sulla nostra Musa). Quel commento non c’è più. Mi stupì e ferì molto quel pregiudizio sulla mia condizione sociale (e già che ci siamo, prendo da Wikipedia: “Paolo Conte nasce ad Asti nel 1937, da una famiglia di legali. Il padre Luigi è un noto notaio con la passione per la musica, mentre la madre Carlotta proviene da una famiglia di proprietari terrieri”): è piena la scena musicale italiana di colleghi col culo parato, beati loro, figli agiati nati, per loro fortuna, in condizioni assai benestanti (non sono supposizioni: lo so), ma nessuno dei Marlene lo è. Siamo tutti figli di piccolo borghesi, e nessuno di noi ha il culo parato. Ci siamo fatti da noi rischiando sulla nostra pelle e probabilmente non avremo la pensione, grazie al vergognoso Enpals. Facciamo una vita normalissima conforme alle nostre normalissime possibilità. Facile pensare che fra chi da sempre ci attacca molti siano ben più agiati di noi.

Comprendo che nell’immaginario della gente un musicista possa essere visto come un privilegiato, ma, a parte il privilegio di vivere una vita complicata ma magnifica (perché sganciata da certi meccanismi mortificanti dei consessi sociali… ricordo che in un mio testo del 2001 io scrissi e cantai parole come “Il lavoro debilita l’uomo” – la stessa cosa la pensava Carmelo Bene, scoprii in seguito – e in un altro del 2005 “Noi cerchiamo la bellezza ovunque, senza utilità, quella che piace a voi”: veri e propri atti di insubordinazione rispetto alle angustie degli imbrigliamenti imposti), a parte quel privilegio, dicevo, essere musicista rock al giorno d’oggi è ben poco invidiabile. Di sicuro è un abbaglio grottesco vedere in noi dei privilegiati benestanti, in tempo di Covid poi… Ne ho parlato con commovente profusione di energie e onestà intellettuali in due articoli molto approfonditi, e accennavo alle inculate delle piattaforme ai danni della musica, in Italia e nel mondo, e se si avesse l’onestà (dopo avermi offeso) di leggerli (passo per arrogante se dubito che ciò accadrà?), ci si potrebbe dotare dell’umiltà necessaria per venirmi semmai a chiedere scusa per le cattiverie elargite con tanto slancio. 

Ma piano con le frasi ad effetto. È probabile che il mio modo di scrivere crei i presupposti per degli equivoci: forse il mio stile (sempre che io ce l’abbia) induce qualcuno a rintracciare in esso una sorta di distacco algido della mia persona (da qui il “patrizio”?). Credo di esserne consapevole, ma io scrivo sempre col pensiero rivolto all’attitudine artistica, e spero che le mie parole vengano lette anche col piacere della lettura: quindi tendo a dar loro una valenza estetica. Il mio ultimo articolo tanto criticato da alcuni è stato impostato con un attento desiderio di proporre una escalation emotiva: parte come un racconto e poco per volta si trasforma in uno sfogo verso certe cose dell’attualità che, a mia volta, trovo offensive. Nel corso dello svolgimento in primis espongo dubbi, dunque sono tutt’altro che arrogante o impositivo-assertivo. Credo di aver impiegato sette-otto ore tra lo scriverlo e il rileggerlo, e penso di averlo riletto almeno una quindicina di volte, forse più. Dunque quando scrivo è presente in me, sempre e in modo del tutto istintivo, il desiderio di cercare due cose: la resa dell’affabulazione e la scelta di parole che siano responsabili e corrette, sia esteticamente che eticamente. È ovvio che chi mi detesta a prescindere non si lascerà incantare da un bel nulla, ma so che chi mi apprezza ha piacere a leggermi anche per questo (lecita vanità dell’artista, o se preferite, meno altezzosamente, di chi crea, che crea per piacere a qualcuno, anche quando desidera essere provocatorio e dunque “detestato”, perché ciò che cerca, in tal caso, è il piacere di aver suscitato reazioni: vanità anche in tal caso). Sono pressoché certo che chi mi detesta e detesta il mio modo di scrivere mi accusi, oltre che di attitudine alla autoreferenzialità, di mancanza di umiltà, e d’altronde le parole che ho riportato parlano di “arroganza patrizia nel non avere alcun dubbio”.

Allora provo a spiegare il senso del mio articolo per motivare quella che dev’essere arrivata come l’arroganza di chi crede di non aver alcun dubbio (per chi si fosse perso il tutto io in pratica, mosso da un fastidio che è di molti in Italia, forse moltissimi, chiedevo a chi si ritiene complottista e deride i cosiddetti covidioti se, in caso di posti limitati negli ospedali, sarebbe stato coerente con se stesso e avrebbe lasciato il posto a chi quel dubbio non l’ha mai avuto. La domanda era, oltre che teorica, ovviamente provocatoria, ma rimaneva pur sempre una domanda, non una imposizione. Il putiferio è partito lo stesso).

Provo con un paragone: mi è venuto in mente poco fa e penso possa aver senso. Se verrò confutato con argomentazioni stringenti ne prenderò atto: non cambierò il mio pensiero di fondo, semplicemente mi renderò conto di non aver saputo trovare l’esempio giusto. Eccolo: se si stipula un contratto assicurativo contro gli infortuni, si accetta l’ipotesi del rischio, ovvero si accetta l’idea che possa capitare di infortunarsi nella vita. Considero questa accettazione del rischio l’equivalente, per il paragone che sto provando a proporre, dell’accettazione che esista una pandemia coi suoi rischi, e che questo imponga delle regole comportamentali. Se stipulo dunque un contratto assicurativo mi garantisco la possibilità di avere un indennizzo qualora l’infortunio arrivi. Considero l’accettazione delle regole comportamentali pandemiche suddette come l’equivalente delle note informative che si trovano sotto ogni contratto assicurativo che andremo a firmare, e considero l’indennizzo assicurativo di cui beneficerò l’equivalente del posto in ospedale che reclamo per me stesso qualora mi becchi il virus e i suoi sintomi. Se uno non stipula un contratto assicurativo sugli infortuni, oltre magari al non farlo perché non ha i soldi per farlo (e questo è purtroppo un altro discorso…), non lo fa per qualche forma di incuria o distrazione. Ritenete che qualora si infortuni abbia diritto a farsi indennizzare? Ovviamente no, perché non avrà sottoscritto alcuna assicurazione. Non gli verrà nemmeno in mente di reclamare diritti.

Fra cittadino e Stato qualche tipo di patto c’è (non provengo da studi giuridici, e non mi addentro in considerazioni sul contratto sociale e sui pensatori che ci hanno riflettuto in modo sistemico nel corso della storia): i diritti garantiti per tutti presumo rientrino nelle conseguenze di questo patto. Ma se nel dialogo fra Stato e cittadini ci viene detto che se non si adottano certe regole si rischia di avere gli ospedali traboccanti, chi le regole le accetta si sente in diritto, in linea teorica, di reclamare a giusta forza il suo posto, se ci sarà, e sarà quantomeno infastidito dall’eventualità che lo stesso venga messo in competizione (in caso di emergenza posti) con chi lo avrà preso per il culo regolarmente, lo avrà deriso nella sua natura di covidiota, avrà eluso le regole, avrà sprezzato il senso del rispetto altrui con il suo non indossare le mascherine, magari a sfregio. Essere presi per il culo non è una cosa da riderci su, e nemmeno un gioco: è sfiancante, è frustrante, è fastidioso. Come mi ha fatto notare una contestatrice del mio scritto (in modo estremamente garbato ma fermamente antagonista), «tu non puoi pensare di negare il diritto all’assistenza, neanche a un pedofilo!». A parte l’indignazione che provo (non me ne volere, garbata contestatrice) nel pensare che qualcuno pensi che io penso (ehm…) di poter negare un diritto a chicchessia (dove ho scritto ciò nel mio articolo? Nel mio articolo io chiedevo, ripeto, ai complottisti: “saresti così coerente da rinunciare a un posto?”. Dov’è la protervia dell’arroganza? Io ho posto una domanda), a parte ciò, chiedo, dando vita a questo paragone con un reietto umano: dato per certo il diritto all’assistenza a prescindere per chiunque, se ti ritrovassi a dover mercanteggiare per un solo ingresso disponibile all’ospedale, e il tuo concorrente fosse un pedofilo conclamato e seriale, quel pedofilo da te citato come esempio di reietto umano a cui non si nega un diritto (cosa per me del tutto ovvia), saresti felicemente neutro/a nell’accettare che si scegliesse lui al posto tuo? Ti sacrificheresti? È una domanda posta in modo parossistico e brutale, presta il fianco a “se” e “ma” prevedibili, comprendo la leggera inappropriatezza del paragone (non iniziato da me), percepisco l’implicazione di riflessioni filosofiche complesse: detto tutto ciò, non siamo lontani dal senso delle mie parole nel mio articolo, che provengono dalla urgenza pratica (e non filosofeggiante, non in questa fase di urgenza) di risolvere un problema che penso che esista (la pandemia), e di cui penso di riconoscere e accettare la gravità.

Non hai sottoscritto un’assicurazione? E perché ora reclami il diritto al pari mio che l’ho sottoscritta, se c’è un solo posto? Non eri forse stato avvisato che c’era il rischio di avere posti limitati, se non si fossero adottati i comportamenti suggeriti della prudenza? Li hai contestati tali comportamenti? Li hai derisi? Hai deriso me che non li contestavo? E ora che il problema ce l’hai anche tu e io e te lottiamo per la sopravvivenza con un solo posto disponibile, perché non ammetti di aver sbagliato e lasci entrare me che non ho denigrato l’uso delle mascherine? È così “violento” come ragionamento? Non è forse uguale in una squadra di calcio? Ci sono due giocatori che lottano per un posto, nessuno dei due è un talento indiscutibile, sono bravi in pari misura, non uno che prevalga in particolare sull’altro. Se uno dei due contesta l’allenatore in tutto, lo deride, non condivide le sue tattiche, non le accetta, non le mette in pratica, non condivide il suo metodo, e quant’altro, e glielo dice in faccia (“sei un caochidiota!”, anzi: “sei un cocidiota!”), perché dovrebbe scandalizzarsi se la domenica sta in panchina?

Quello che dunque mi stupisce (eufemismo), è questo rivolgimento dei ruoli delle suscettibilità in gioco. Non riesco e non voglio arrivare a comprendere la suscettibilità di riporto di chi adotta un modo arrogante e aggressivo di porsi nel contesto social e poi si offende se si risponde allo stesso modo. È purtroppo una tattica ben nota ormai, molti se ne sono accorti, ha valenze social-i rilevanti perché sempre più sta guastando la nostra socialità virtuale e reale (vi ho scritto che è quello che ai piani alti si vuole, ma purtroppo su chi sta a quei piani alti si è in disaccordo: chi mi deride immagino che pensi a chi non penso io, e viceversa. E intanto ci dividono).

Ricordo un post dell’amico Piero Pelù sul suo IG, poco prima della redazione del mio articolo: indossava una mascherina mentre guidava l’auto, credo raccontasse la sua salita a Sanremo per andare a fare il giudice. Mezzi commenti erano derisioni e insulti, acidi e cattivi come di prammatica, e riguardavano l’uso della mascherina. Li vidi, come spesso accade, con una indignazione interiore impossibile da ignorare o reprimere: non mi facevano sorridere, non mi facevano fare spallucce. Forse furono uno dei motivi che mi spinsero a scriverne qua. Se ho bene intercettato il ragionamento medio degli insulti che ho ricevuto io, erano più o meno della natura di quelle parole che ho ricevuto sui miei social: la mia assenza di dubbi, la certezza di avere la ragione in tasca. Beh, questa è davvero una situazione grossolana no? Se si prova con una sorta di buon esempio a far capire alla gente che serve la corresponsabilità di tutti perché solo insieme se ne esce (sai com’è… sai di essere un personaggio famoso e dunque in grado di arrivare a più gente, e cerchi di fare la tua parte), si viene derisi, insultati, sottoposti alla gogna. E dunque se provi con le buone maniere a dire la tua non solo non funziona, ma ti becchi anche il peggio.

In nome di quale predisposizione alla santità sta scritto (e dove) che si debba accettare tutto questo senza lamentarsene mai e contrattaccare? Ho molti amici colleghi musicisti, questo lo potete immaginare, sia provenienti dall’underground che più in vista: non conosco nessuno che non sia intimorito dal virus, che non sia infastidito dai negazionisti, che straparli di privazione della libertà, che non indossi le mascherine, che le percepisca come un sopruso, che abbia posizioni di rigetto e dubbio senza appelli nei confronti della pandemia. Siamo tutti scemi? Tutti covidioti? Di sicuro mi pare di essere uno dei pochi ad avere l’imprudente coraggio di proporre riflessioni su temi ritenuti divisivi: imprudente perché, contro ogni mia volontà, rischio ogni volta di perdere del pubblico. Eppure le mie non sono esattamente posizioni politiche: sono etico-sociali. È la mascherina che è diventata politica, non le intenzioni principali del sottoscritto.  A me sembra una allucinazione, a molti evidentemente no. 

(Ora passo a un capoverso accorato. Assume un altro tono, si colora della potenziale veemenza di un j’accuse. Lo so perché l’ho scritto l’altro ieri, come uno sfogo destinato a rimanersene nel mio computer. Rileggendolo ho pensato che poteva essere divulgato, al netto della “veemenza di un j’accuse” che ovviamente ho nominato con la leggerezza dell’autoironia. E allora lo copioincollo. Il “voi” che adotto è generico, divide in modo manicheo la questione. Come d’altronde il “noi”. Buoni e cattivi? Forse sì, ed è generico. Lo so e mi scuso in partenza. Ma non sto scrivendo un romanzo o un saggio: sono su una testata on line, e serve un po’ di sintesi, dote a me del tutto mancante).

Com’è possibile non comprendere l’esasperazione?
Come si fa a tollerare per molto tempo (qualsiasi tempo? dovremmo tollerare sempre?) di essere considerati dei covidioti solo perché crediamo che esista una pandemia che riguarda tutto il mondo e che sta mettendo in ginocchio decine di Paesi?
Quale danno vi procura in particolare questa nostra credenza? Ostacola il vostro anelito a un mondo come piace a voi?
Siamo ingenui? Lo possiamo accettare, ci possiamo riflettere su (io nel mio articolo l’ho fatto a più riprese: non credo sia stato letto o compreso), ma poi se ci capita di imbatterci in testimonianze varie che ci dicono di vere e proprie sofferenze (di nostri amici, di nostri cugini, di amici di nostri amici) o che raccontano di come stanno le cose negli ospedali, con quale coraggio volete mettere in dubbio, deridendoci, il nostro timore conseguente?
Cosa vi autorizza a ritenere che non dobbiate voi, a vostra volta, essere rispettosi delle nostre paure e dei nostri dolori o di quelli di chi conosciamo bene?
Perché anche di fronte a queste verità voi non volete credere?
Perché volete pensare che non sono verità? Perché dovremmo noi accettare che il vostro dubbio di quanto noi abbiamo vissuto e riportato debba essere condivisibile e rispettabile? Come potete non immaginare che per noi sia semplicemente offensivo che le nostre intime verità vengano messe in discussione sulla base di supposizioni? Se voi sapeste di aver contratto un tumore, o anche una “semplice” appendicite, quanto fastidio vi darebbe se noi supponessimo che non è vero? O se minimizzassimo il vostro dolore?
Quanto ragionevole è dunque la perdita della pazienza di tutti coloro che non ne possono più di questa derisione? Di questa assenza di senso civico? Di questa manifestazione sempre più diffusa di una pancia che non permette all’intelletto e alla empatia di riflettere e di fermarsi di fronte alle verità?

Ho accennato alla post-verità spesso, e spesso ho accennato alle usurpazioni che tutti noi subiamo, soprattutto in Internet. Anche io ho a cuore questi soprusi subdoli, li detesto. Ma non siamo d’accordo neanche su quali sono i possibili creatori dei soprusi: voi li collocate a sinistra, se non erro e se non sono troppo generico, io li colloco all’ultra-destra (non ho nessun dubbio al riguardo, nessuno, e gente come Steve Bannon mi fa semplicemente orrore. Dovrebbe farlo anche a moltissimi di voi) e nei meccanismi della rete (sempre vi invito a guardare senza diffidenza The Social Dilemma, che si rivolge a tutti noi, “noi” e “voi”. “Loro” ci fottono, fottono “noi” e “voi”. Sono arrogante nello scrivere ciò? Ho il timore che lo pensiate), e ho il forte timore che molti fra voi non se ne accorgano, turlupinati dagli algoritmi (non siate offesi dall’uso di “turlupinati”: lo dico con partecipazione, non con arroganza. D’altronde voi pensate che i fessi siamo noi…). Sono certo che molti fra voi abbiano, in linea teorica, orrore dell’ultra-destra. Coi miei articoli provo a rifletterci su: meritano confutazioni intellettualmente costruttive semmai, non insulti.

Fine della parte accorata: molti la derideranno come ridicolmente melodrammatica. Così è, nei social.

Vorrei chiudere con una precisazione: conosco tre persone in particolare, menti raffinate, uno di loro un mio caro amico, gli altri due ottimi conoscenti, che si dichiarano felicemente complottisti. Come “norma di vita”, quindi non solo in merito al Covid (due di loro, per precisare, non pensano a nessun complotto dietro al Covid). Non si sentono minimamente offesi da tale definizione di complottista: la reclamano per sé con qualche forma di divertito orgoglio. Quindi keep calm: voi complottisti, noi covidioti. Dove sta l’offesa?

Anzi no, chiudo con questa: la zia di Luca Bergia, il batterista dei Marlene, è purtroppo diventata da poco una malata oncologica. Era in programma l’intervento chirurgico in questi giorni: è stato rimandato a data da destinarsi. Perché gli ospedali sono pieni di urgenze Covid. Quanto è difficile empatizzare con questo dramma? Non c’è più posto: frase difficile da comprendere? Ti dicono che hai un tumore, vai in paranoia (e che paranoia) e non puoi andare in ospedale a farti curare in fretta, per fermare la bestia in tempo, perché non c’è posto. Il Veneto dell’amato Zaia ha stoppato gli interventi chirurgici che prevedano terapie intensive: non c’è più posto in questo momento. Vorrei che queste parole fossero sufficienti a far capire un sacco di cose, ma certe reazioni al mio scorso articolo mi fanno desistere da questa vana speranza. Un augurio: che non vi capiti la sventura di imbattervi in qualche brutta malattia di questi tempi, oltre che di prendere il Covid. Augurio esteso a tutti voi più me. Quindi a tutti noi. Noi nel senso di tutti, non nel senso di “noi”. (Sapete, “voi” che la pensate come me, qual è la cosa terribile? Che già quelli che non la pensano come “noi” stanno iniziando a prendersela con il solito rosario di antagonisti, tra virologi, politici, ospedali, dottori: colpa loro se non potranno essere ricoverati. Buona fortuna a tutti).

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