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Le radici del bene e del male

La guerra, la manipolazione dell'opinione pubblica, gli immigrati (italiani) untori e portatori del male. Quello che "The Knick" racconta della nostra realtà

Ci sono due tesi che ripeto come un mantra, perché ci credo ciecamente. La prima è che la fiction è più vera del vero. La seconda è che solo la storia può farci capire il presente. Mettile insieme e avrai The Knick, la serie di Soderbergh sulla nascita della chirurgia come scienza. È una serie a prima vista sgradevole, perché ci mette di fronte alla sala operatoria, al sangue, agli esiti incerti di una pratica ancora per molti versi fuori dalla scientificità e tutta legata alla sperimentazione. La prima impressione è quella di un macello in cui si estraggono visceri, si scoperchiano cervelli, si amputano arti. Ma, nello stesso tempo, è il drama più didattico che io conosca. E non perché esalti la scienza e ce ne spieghi le origini e il significato, ma perché di questa scienza scopre il lato ideologico, incerto, inaffidabile.

La serie è basata sulla figura reale del chirurgo John Thackery. E il titolo The Knick è una abbreviazione di Knickerbocker, l’ospedale in cui ha inizio in America la chirurgia moderna. La scienza di inizio ‘900 è costellata di assurdità. Ad esempio, il nostro protagonista riesce a operare solo sotto l’effetto della cocaina. Per guarirlo viene internato in una clinica in cui si sperimenta l’ultima invenzione della Bayer, la casa farmaceutica depositaria del brevetto dell’aspirina. La nuova scoperta della Bayer si chiama eroina e induce nel dottor Thackery una nuova più terribile dipendenza. La moglie di uno dei chirurghi del Knickerbocker è affetta da instabilità psichica che evolve in pazzia. La terapia, che viene sperimentata nel suo caso da un rispettato antesignano della psichiatria, è l’estrazione di tutti i denti. In un caso più grave al paziente di turno vengono asportati, oltre ai denti, tonsille e testicoli, alla ricerca di un’improbabile guarigione. La cura è spesso peggiore del male che dovrebbe risolvere. Ma è sull’opinione pubblica e sul suo condizionamento da parte di ideologie sedicenti scientifiche che The Knick ci insegna molte cose. Perché anche la pratica più aberrante e la decisione più ingiusta diventano necessarie se giustificate dalla scienza.

C’è qualcosa di infantile nel voler distinguere il bene dal male

Come molti della mia generazione, nati nel dopoguerra, ho sempre stentato a capire come fosse possibile che le popolazioni coinvolte avessero potuto accettare la guerra. Nessuno può amare la guerra. E le motivazioni ufficiali che l’avevano generata erano ancora più improbabili. Allora come oggi la guerra era presentata come lotta del bene contro il male. Ma non è facile stabilire da che parte stia la giustizia. C’è qualcosa di infantile nel voler distinguere il bene dal male. Nella storiografia tradizionale, tutto il male sta sempre dalla parte dello sconfitto, tutto il bene dal lato del vincitore. Il nazismo è diventato il prototipo del male assoluto, perché basato sul razzismo e sulla concezione di una superiorità/inferiorità dell’essere umano a seconda di razza, attitudini, handicap. Gli Usa e gli alleati avrebbero sradicato tutto questo. Così come la guerra di secessione ha sconfitto lo schiavismo, la vittoria del fronte antifascista avrebbe cancellato il razzismo. Purtroppo la storiografia ufficiale tace su un tema fondamentale. Per i primi anni del ‘900 il razzismo rappresenta in qualche modo una visione del mondo condivisa in tutto l’Occidente e affonda le sue radici non nella superstizione, ma nello scientismo positivista. E questo scientismo farà da brodo di coltura del fascismo. Ad abbracciare questa visione sono le élite mediche che forniscono al razzismo solide basi scientifiche.

Tutto questo ci racconta The Knick. A parte Thackery, che è progressista, per alcuni colleghi gli handicappati, i cretini, gli incapaci non hanno diritto a riprodursi e devono essere oggetto di sterilizzazione forzata. Tralascio, perché già troppo trattato, il discorso del razzismo verso la popolazione di colore. E arrivo al tema che ci assilla anche oggi: l’immigrazione. Agli inizi del ‘900 in America, l’immigrazione è, letteralmente, un’infezione che contagia il tessuto buono della società. Ogni giorno le navi si caricano nei porti una massa di disperati, di diversi, di incapaci, ma soprattutto di sporchi, di infetti, pericolosi untori. Sono loro che portano il male e diffondono la peste. Sono loro che vivono come bestie e vanno isolati in campi di raccolta. Sono i loro bambini che aggrediscono per strada le signore per bene, chiedendo una moneta, perché hanno fame. E sono italiani. Nei loro confronti la società reagisce come oggi noi reagiamo nei confronti dei rom, degli immigrati, dei rifugiati, e le menti più illuminate ne chiedono la sterilizzazione.

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