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Care partite IVA, siate puttane allegre!

Tute blu, colletti bianchi, divise: il pigiama è la nostra uniforme; il cesso, la nostra sala riunioni. La maggior parte della nostra vita passa per una sequenza identificativa di undici cifre: perché non affezionarcisi?

Foto: Josh Howard via Unsplash

La partita IVA è il mestiere più antico del mondo. Col cazzo che ai tempi delle caverne c’erano tredicesima e previdenza. Se ti ammalavi non accoppavi la lepre, e la fame accoppava te. Niente da lamentarsi, l’uomo ci nasce, partita IVA. E a volte, di partita IVA, ci muore pure. Onnivoro, flessibile, adattabile: se le formiche sono biologicamente operaie, noi siamo biologicamente partite IVA. Sì, d’accordo il branco e lo zoon politikòn: in effetti per un po’ ci abbiamo provato ad agire come un organismo collettivo. Avevano il loro fascino, tutte quelle storie di sindacati e coscienza di classe, l’idea di starsene al calduccio tra corpi simili, ma a quanto pare non è andata mica un fiore. Finalmente, nei paesi più avanzati del terzo millennio, la potenza è diventata atto: eccoci predatori opportunisti, solitari, all’occorrenza necrofagi, sciacalli glabri. Il branco funzionava finché la terra era percorsa da grossi erbivori, da ungulati mastodontici. Oggi che è percorsa da tir carichi di merci, basta una singola mano per afferrare la monoporzione di zuppa dal banco frigo del supermercato. In scadenza, che risparmi 20 centesimi. E poi spendi venti euro per l’aperitivo. Si lavora mica per soffrire, cristosanto. E che gli altri si arrangino con la loro, di mano.

Tute blu, colletti bianchi, divise, targhette: niente da fare, il pigiama è la nostra uniforme. Il cesso – cellulare di qua, rotolo di carta igienica di là – la nostra sala riunioni. “È una lotta, ma non ho capi. Solo clienti”. Atomi in pigiama, ecco che siamo. Dopo secoli di monoteismo professionale, in cui là sul piedistallo svettava la statua di un dio unico e incontrovertibile – il capo, il padrone, l’azienda, il marchio – ci siamo ritrovati politeisti per causa di forza maggiore.

Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio si consuma il rito centrale della nostra religione, la Grande Ecatombe. Lì, valutiamo la benignità dei rispettivi idoli ottimizzando gli sprechi del cerimoniale, un solo sacerdote per decine di altari: il Commercialista. Chi ci capisce qualcosa di quella lingua esoterica? Si paga sulla fiducia. Dopo trenta secondi che il Commercialista sta lì a parlarti di acconti e percentuali, tu inizi a giochicchiare con una graffetta. Facciamola finita, tanto vale piegarsi a novanta. Ed eccoci a spulciare con lui fatture e conti correnti. Questo dio qui io l’ho onorato alla grande, ma col cavolo che lui mi ha concesso il miracolo di un pagamento. Quest’altro, pur impegnato a scoccare una saetta di qua e a ingravidare una giumenta di là, dopo quattro mesi ha saldato il debito col suo adoratore. Ave a te! È un senso di impotenza sommamente istruttivo. Il dio fa un po’ il cazzo che gli pare. I mortali: i creditori. Altrimenti tu che fai, denunci? Sentite questo rumore tellurico, questo sussultare dell’universo tutto? Sta ridendo la terra, il magma, le stelle, i neutrini si sbellicano, sogghigna l’antimateria. La soluzione resta sempre la stessa: mandare un’email. Dosare gentilezza e fermezza. Buongiorno, cordiali saluti, ma punti e capo eh, belli secchi, mica virgole mollaccione, niente moine. Il rapporto tra causa (l’email) e l’effetto (il pagamento) ha un’evidenza scientifica paragonabile a quella di preghiera (causa) ed esaudimento (effetto).

Aliquote, regimi agevolati, forfettari, speciali. Boh, ogni tanto cambia tutta la faccenda, tu continui a non capirci un cazzo, non sai se è giusto o sbagliato in senso etico, sociale, politico, economico. Non sai un cazzo. Sai solo che a ogni finanziaria ci sono i sommersi e i salvati e che hai le bollette da pagare e che sarebbe ora di comprarti un paio di scarpe per i matrimoni degli amici. Si subisce, si ringrazia, si bestemmia. Ma chi ha voglia di scendere in piazza? Chi ci crede ancora, alla piazza? Fa freddo, facce che non conosci, lavori che non conosci, vite che non conosci, e poi c’è un progetto da consegnare, un’email da inviare, un sollecito, una proposta: tra cinque mesi è estate e, chissà, se ti impegni ora magari ai primi di giugno ti arriva un bonifico e puoi partire per mete splendidamente instagrammabili.

Puttane alla disperata ricerca di un pappone. Figa, bocca, culo: a te tutti i miei buchi ma a fine mese saldami il conto. E invece sarebbe il caso di godersi la libera professione. La Germaine di Tropico del cancro come modello. Scrive Henry Miller: “Germaine invece era puttana sin dalla culla; era completamente soddisfatta della parte sua, se la godeva anzi”. Ogni cliente ha le sue piccole perversioni. Chi vuole la marca da bollo, chi ti fa prima compilare un questionario, chi vuole guardarti negli occhi. La tolleranza, il relativismo, lo scetticismo, si imparano un sacco di cose molto belle, roba evoluta, a soddisfare decine di committenti. Una partita IVA fanatica è una contraddizione in termini. Una partita IVA non può nemmeno odiare: l’odio presuppone un nemico supremo, la fedeltà delle nostre veglie a un singolo nome da insultare. E invece noi proviamo un fastidio diffuso e democratico, per tutti, che è appunto l’odio delle puttane. “Era puttana dalla testa ai piedi, e questa era la sua virtù!” scrive il Millerone.

La maggior parte della nostra vita, del nostro tempo, una decina di ore al giorno per cinque giorni alla settimana, passa per una sequenza identificativa di undici cifre. È da lì che entrano ed escono i nostri clienti. A lungo andare ha perso di tono, per forza, s’è slabbrata, poverina, ma come non affezionarcisi? La vagina di Germaine era “l’unico posto in cui facesse esperienza di vita” e a cui mormorava “che era bella, buona, un tesorino”. Dovremmo coccolarla nello stesso modo, la nostra partita IVA. E poi, rispetto alla vulva delle puttane, ha un indubbio vantaggio, che ci risparmia innumerevoli spese e complicazioni: a giudicare dai tassi di natalità, è sterile come un pugno di sabbia desertica.