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Aiutiamoci a casa loro

Investire sull’Africa e sulle politiche di sviluppo e integrazione. E smetterla al più presto con le tesi securitarie in casa nostra. Non c’è nessuna sostituzione etnica, la mobilità globale è sempre esistita.

Photo by Dan Kitwood/Getty Images.

Non mi dispiace lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, al di là dell’uso strumentale che le forze politiche ne hanno fatto. Il problema è quale sottotitolo vogliamo dare a questo slogan, e quale policy affiancargli. La mia attenzione verso l’Africa è iniziata alla fine degli anni ’70, quando Marco Pannella lanciò la campagna contro lo sterminio per fame: la nostra visione era che l’Europa fosse un continente sempre più ricco e sempre più vecchio, e a 300 km di distanza da noi ci fosse un grande giardino d’infanzia estremamente povero. Oggi le cose stanno più che mai così.

Quindi cosa vuole dire esattamente “aiutiamoli a casa loro”? Al momento esiste un accordo di cooperazione tra Europa e Paesi in via di sviluppo, detto ACP (con Africa, Caraibi e Pacifico), che dev’essere rinegoziato, e un Fondo per l’Africa della Commissione Europea di 500 milioni di euro. Nulla più. Si parla di un nuovo Piano Marshall – l’operazione straordinaria compiuta alla fine della WW2 per il rilancio del continente europeo –, ma il contesto e la portata politica e finanziaria di quel provvedimento furono del tutto diversi: non esiste per il continente africano alcun progetto di integrazione, anche solo economica, e manca un’adeguata gamba finanziaria. Sarebbe davvero un bel modo di aiutarli a casa loro, ma ci vorrebbero investimenti importanti e tempo per vederne i frutti, non meno di due o tre generazioni.

Il tema è estremamente complesso e non esistono soluzioni miracolistiche. Tempo fa, per esempio, avevamo proposto alla Commissione di ampliare il programma Erasmus e aprirlo ai Paesi del Nord Africa, perché riteniamo che la fidelizzazione dei giovani attraverso l’ingresso nel nostro sistema universitario sia un metodo efficace per creare integrazione e promuovere le future classi dirigenti. Si tratta di affrontare con tutti gli strumenti possibili la crescita demografica che si sta abbattendo sul pianeta, di segno opposto sulle due sponde del Mediterraneo. L’Italia è un Paese in declino demografico, il 2018 rappresenterà il punto più basso di sempre per quanto riguarda la natalità (i dati Istat sono di pochi giorni fa: nei primi sei mesi dell’anno sono nati poco meno di 212mila bambini, con un calo percentuale del 3,8%, ndr). Spagna, Portogallo, Germania o Bulgaria sono in una condizione simile. Tutti quanti abbiamo bisogno, e sempre di più lo avremo in futuro, di giovani da immettere sul mercato del lavoro. I dati indicano chiaramente da dove deve arrivare la forza lavoro.

Nel 1930 al mondo c’erano due miliardi di persone, nel 2013 – tre generazioni dopo – eravamo sette miliardi, sono previsti nel 2050 tra i nove e i dieci miliardi. La popolazione del pianeta cresce di un milione di persone ogni quattro giorni. A Sud del Mediterraneo, dalla Turchia al Marocco, nel 1950 – due generazioni fa – erano 70 milioni, nel 2014 430 milioni e nel 2050 saranno 640. Allora la Nigeria avrà più abitanti di tutta l’Eurozona. Nessun tipo di sviluppo economico, nemmeno a due cifre, potrebbe assorbire una simile crescita. Soprattutto in assenza di presupposti politici adeguati, e di fronte alla totale mancanza di una cooperazione economica – il mercato Sud-Sud non è mai decollato e si alzano sempre nuove barriere tra i Paesi dell’area – e di infrastrutture: pensate che per andare dal Cairo a Casablanca si passa da Parigi.
Sono temi cruciali per il nostro domani, anche per ragioni ambientali. E altrettanto lo è l’emancipazione delle donne africane, un tabù di cui non si vuole nemmeno parlare. Da oltre 20 anni il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione non riesce nemmeno a convocare una conferenza per affrontare il tema del family planning e della salute riproduttiva nel continente (mentre da noi la consegna di contraccettivi ai richiedenti asilo diventa terreno di polemica politica, ndr).

Investire sull’Africa e sulle politiche di sviluppo e integrazione, dunque. E smetterla al più presto con le tesi securitarie in casa nostra. Non c’è nessuna sostituzione etnica, la mobilità globale è sempre esistita. Lo scorso anno 120mila italiani hanno lasciato questo Paese, cosa colonizzavano? Da quando esiste l’umanità le persone si muovono, per necessità, scoperta, curiosità, conquista. Non siamo alberi con le radici. L’idea di una invasione, alimentata dalla propaganda, è negata dalla realtà. Anche se qualcuno lo vorrebbe, queste persone non evaporeranno, anzi aumenteranno: i dati demografici parlano fin troppo chiaro. Fingere che non esistano o pretendere – come fa il Decreto Sicurezza – di aumentare ancora la platea dei 500mila irregolari sul nostro territorio è pura demagogia: una politica controproducente che crea insicurezza e fa un favore alla criminalità.

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