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Abbatti statue? Se hai le palle abbatti te stesso

Dopo le statue di Colombo, che faremo con le piramidi? E che dire di Dante e Shakespeare? La storia delle discriminazioni è lunga e inizia già nella grammatica: per combatterla, però, l’unica strada è la democrazia

La statua di Cristoforo Colombo abbattuta a Richmond, in Virginia, durante le proteste di Black Lives Matter

Foto: PARKER MICHELS-BOYCE/AFP via Getty Images

Hai voglia a rimuovere statue. Quella di Cristoforo Colombo, perché ha innescato il genocidio dei nativi americani. Che però anche tra di loro si erano massacrati per bene. Quindi via anche le piramidi atzeche, sulla cui cima sacrificavano i ragazzi del regno accanto (a Tenochtitlàn, 80.400 prigionieri durante quattro miseri giorni di celebrazione nell’anno del Signore 1487: cinque anni prima che il genovese approdasse nel Nuovo continente). Le tiriamo giù con bulldozer guidati da lavoratori con la quattordicesima. Mentre i costruttori delle altre piramidi, quelle egizie, a occhio e croce si sognavano perfino tredicesima e TFR: se non sono un simbolo di schiavismo quelle lì…(adesso pare che i costruttori non fossero schiavi, ma meglio andare sul sicuro). Tutti i castelli medievali, icone merlate della servitù della gleba. L’arte romana, visto che Roma almeno fino all’era cristiana campava solo grazie agli schiavi razziati in mezzo mondo. E quella greca: la democratica Atene prevedeva che partecipassero alla vita pubblica solo i cittadini adulti e di sesso maschile – 30.000 su una popolazione di 300.000 pover* stronz*. 

Con i libri, ciao. Partiamo dal primo: il Dio degli eserciti biblico, gli ebrei superiori agli altri semiti. E così via. Dante metteva i non Cristiani all’inferno e Shakespeare usava stereotipi razziali tipo il Moro che tendeva a ragionare col cazzo e impazziva di gelosia e quel viscido ebreo taccagno di Shylock. “Noi”, e “loro”. “Io”, e “tu”. I popoli hanno sempre preferito loro stessi agli altri, pensa un po’. Mica solo gli europei. Anche in Africa, tra di loro, si sono trucidati alla grande. Immaginare gli africani come vittime, antropologicamente diversi dai bianchi, incapaci di discriminare, è la più grande forma di razzismo concepibile. E invece bianchi e neri stessa merda. L’occasione fa l’uomo negro. La democrazia, Dio la benedica, serve proprio per scongiurare questa occasione. Serve per correggere la tendenza alla discriminazione connaturata all’animale, e quindi all’uomo. I leoni discriminano le gazzelle: preferiscono mangiare un erbivoro che un cucciolo di leone – lo mangiano solo se è di un altro leone, geneticamente estraneo. L’uomo discrimina tutte le specie, siano animali o vegetali, perché preferisce mangiare broccoli che pargoli (il cannibalismo è un’extrema ratio).

Il punto è che la discriminazione comincia con le persone grammaticali. Finché diremo “io”, “tu”, “noi”, “voi”, “loro”…esisterà il razzismo. La discriminazione comincia quando io preferisco “me” a “te”. Secondo quale principio morale universale io dovrei preferire “me” a “te”? Eppure, la stragrande maggioranza degli esseri umani pare incredibilmente preferire “me” a “te”. Messo alle strette, sulla famosa torre, l’individuo butta giù l’altro, mica se stesso.

Dovremmo convertirci tutti al giainismo, evitare di camminare per non pestare gli acari, evitare di bere perché anche l’acqua è viva. Dovremmo morire di consunzione sul posto, lasciare che un’assoluta equanimità ci consumi come sette miliardi di candele. Non prima di avere eliminato ogni traccia di coloro i quali hanno bevuto anche un solo sorso d’acqua, o mosso un singolo passo – le formiche, poveracce, i muschi e i licheni. Riscrivere tutti i libri sostituendo i “tu”, i “lei, i “lui”, i “loro”, i “voi”. Dovremmo sostituirli tutti con un grande Noi. Il buon vecchio One love, il bordo primordiale dell’individualità, un’immensa coperta tiepida in cui raggomitolarci collettivamente, dovremmo liquefarci nell’impersonalità.  “Romeo, Romeo! Perché siamo noi Romeo? Ah, rinneghiamo nostro padre! Ricusiamo tutti i casati!… O, se proprio non vogliamo, giuriamo amore a noi stessi, e noi non saremo più gli altri”. Un interessante esperimento di schizofrenia universale.

È un’eventualità, una scelta non priva di una sua logica. Oppure dovremmo più umilmente accettare che la democrazia sia una recentissima, importante conquista. Dovremmo accettare che sia un modo di ragionare tra gli altri, del tutto minoritario rispetto a millenni di storia umana, dovremmo accettare che adesso, a noi, sembri la forma di convivenza meno peggiore. Una volta non la pensavano così. Domani chissà. Dovremmo accettare che per abbattere statue e piramidi, per bruciare libri e dipinti, si debba concepire un programma politico, un disegno di legge, candidarsi, promuovere un referendum, domandare alla maggioranza se è d’accordo ad abbattere quelle statue e quelle piramidi, a bruciare quei libri e quei dipinti. Perché l’alternativa è il ritorno allo scontro tribale tra “noi” e “voi”.