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2020, l’anno senza Natale

Il Natale è la pausa sigaretta del calendario, l'eccezione che conferma la regola del tempo. E il Natale 2020 è il nostro arto fantasma: i nostri addobbi li vedremo solo noi, i parenti estranei li avremmo sopportati volentieri

Fabio Teixeira/Anadolu Agency via Getty Images

Il tempo degli uomini è una casa pericolante. Va puntellata sennò crolla. Da parecchi secoli fissiamo all’anno solare, per mantenerlo abitabile, la gran trave del Natale. Più o meno consapevolmente hanno bisogno di questa struttura pure gli atei, ne ha bisogno pure chi la detesta. Durante il lockdown abbiamo sperimentato la necessità di azioni non per forza goduriose, come lavarsi i denti o infilarsi una camicia, senza le quali la giornata ci franerebbe però addosso. E l’ostinazione con cui, nonostante tutto, pretendiamo il Natale anche nel 2020 è dovuta alla paura di annaspare, disorientati, in un tempo ormai informe.

Il Natale è la sigaretta del calendario. Un modo per stabilizzare un intervallo temporale. Accendi, aspiri, soffi, pensi, scrolli, spegni. È sempre un po’ peggio di come uno se l’aspettava, dopo magari ti gira pure la testa, ma intanto hai riempito i secondi, li hai modellati secondo una precisa ritualità. Scegliere i regali, nella calca immedesimarsi in qualcun altro per brevi, svogliati istanti; recuperare dalla cantina lo scatolone con le decorazioni per l’albero e ricavare l’impressione di averle riconsegnate a quel regno di polvere appena il giorno prima; i convenevoli con i parenti, che di fatto sono estranei, e l’imbarazzo nell’invenzione della difficile seconda domanda – indispensabile per dare ai tic verbali l’apparenza di una conversazione – che segue la prima, “come va?”; commentare l’abete della propria città e investire minuti nel confronto mentale con quello dell’anno precedente, un “meglio o peggio?” supremamente irrilevante per la vita di chiunque; le passeggiate tra le bancarelle che spandono odore di saccarosio riscaldato dove alla fine se compri qualcosa lo compri con squisita noia; la speranza di una nevicata che riveli l’atmosfera come complice degli affari terrestri; la scelta di ristoranti e menù, il fastidio per ciò che ci differenzia dagli altri, l’odio per le loro allergie e i loro gusti, per forza più insensati e cretini dei nostri; la voglia di calore che prende alcuni, l’impacciato, molto spesso fallimentare, in ogni caso commovente tentativo di prendersi una breve vacanza dal proprio egoismo, di tradurre tiepidi affetti nella sintassi codificata dei biglietti d’auguri.

Tutto sempre uguale a se stesso, soltanto più sbiadito e disilluso ogni dicembre che passa. È questa la Salvezza che ci promette il Natale. Magari un po’ peggio, ma qualcosa si ripeterà di anno in anno, comunque vada la vita. Qualcosa resta. Miseria e acciacchi e lutti… quel che volete, ma qualcosa è per sempre. Il Natale è l’eccezione che conferma la regola del tempo, la crepa che manifesta la presenza di un vetro, il quadro prodotto in serie che ti fa notare la consistenza di una parete nella camera di un due stelle. Ma come ogni stabilità umana prima o poi si rivela un’illusione. E questa consapevolezza chi non è illuminato, cioè tutti noi a parte qualche monaco che levita nella posa del loto in un picco himalayano, non può sopportarla.

Ed eccoci qui. Nel 2020 i regali non si capisce se possiamo o non possiamo andare a comprarli; i nostri addobbi li vedremo solo noi e i nostri conviventi, una masturbazione decorativa; i parenti estranei di colpo non ci sembrano più così estranei e dopo tutto una volta all’anno li avremo sopportati volentieri, e c’è venuta in mente una domanda sulla pesca con la mosca che sentiamo l’urgenza di porre a un cugino di secondo grado; tra le bancarelle ci piacerebbe riempire i polmoni con quell’odore stucchevole anziché con i miasmi del nostro stesso fiato intrappolato dalla mascherina; ci riscopriamo carichi di un amore disinteressato e rovente che vorremmo donare agli altri ma che rimarrà un ordigno di cuoricini inesploso.

Del resto pure la milza è solo un grosso organo linfoide, molliccio e sanguinolento, mica un bel vedere, ma se la perdi t’accorgi che non era poi così male possederne una. Il Natale del 2020 è il nostro arto fantasma. Ci prude ancora, a volte ci sembra di avvertire perfino una fitta alla gamba, ma se allunghiamo la mano tocchiamo nient’altro che un moncherino. Ci arrangiamo con protesi rimediate all’ultimo momento, spaesati e zoppi, messi di fronte all’obbligo di scegliere che cosa per noi non è sacrificabile – quali persone vedere, comunque? Dove stabilirsi per due settimane? Vicino a chi? – in un periodo in cui più ti scarifichi tu meglio è per gli altri. Ma non c’è nessun piacere, nessuna convinzione in questa particolare versione della vacanza dal proprio egoismo. C’è diffidenza, la vaga sensazione di essere stati fregati non sappiamo bene da chi o da che cosa. C’è la paura di perdere il più solido punto di riferimento che la nostra civiltà avesse costruito, c’è la paura che il tempo si squagli, di affogarci dentro.