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Undicesimo comandamento: al risveglio, controllare le notifiche

Ogni messaggio su Whatsapp, LinkedIn, Messenger, ogni email e sms potrebbe cambiare la nostra vita per sempre, finalmente. Per questo tocchiamo il cellulare 2.600 volte al giorno, in attesa di una rivelazione domestica. Ma, com’è a tutti evidente, il miracolo non arriva mai.

Walter Benjamin ricorda che agli ebrei era vietato investigare il futuro. Eppure, scrive il filosofo tedesco: “in esso ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia”. A noi non è vietato investigare il futuro. Però la nostra incertezza, l’abisso sul quale è sospesa quest’epoca, ha reso il futuro ininvestigabile.

Così la nostra fede è compulsiva: la piccola porta attraverso la quale può entrare il messia è ogni notifica.

Niente arcangeli con le trombe o cori celesti. Un bip nella tasca, una vibrazione sulla scrivania. Non è solo questione di debolezza psicologica, di bisogno di riconoscimento continuo, di astinenza da piccole e frequenti dosi di dopamina impacchettate in pollici alti e cuoricini. Affrontiamo i giorni lusingati da una segreta promessa di overdose. Ciascun messaggio su Whatsapp, su LinkedIn, su Messenger, ogni email e sms potrebbe cambiare la nostra vita per sempre, finalmente. Crediamo. Ma, com’è a tutti evidente, il Messia non arriva mai.

Aspettiamo un attestato definitivo di eccezionalità, una stellare promozione a sorpresa, il ripensamento collettivo dei nostri detrattori, il pentimento di chi ci ha rifiutato, la panacea delle frustrazioni, la pace dell’ambizione, un posto fisso sul tetto del mondo, un amore redentore.

Aspettiamo il miracolo. In media controlliamo lo smartphone ogni venti minuti. Un sacrestano che ogni venti minuti controlli se la madonnina di gesso tra candele e cassette delle offerte non abbia preso a pianger sangue. Tocchiamo il cellulare 2.600 volte al giorno. Il rosario cristiano, il mala buddista. Magari il messia arriverà mentre dormiamo, pure lui come un ladro nella notte: al risveglio allunghiamo una mano sul comodino e ci sforziamo di aprire almeno un occhio, abbagliati dalla luce al led di un’ipotetica annunciazione domestica. È Egli sceso dai cieli? Il tempo continuerà a essere così com’è sempre stato, un monotono susseguirsi di secondi e minuti e ore, o da oggi il tempo sarà nuovo? Il redentore indosserà una cravatta regimental da amministratore delegato, porterà una quinta di reggiseno? Anche oggi il futuro tace. Andiamo a lavarci i denti, la faccia, ci guardiamo allo specchio: dopotutto siamo ancora vivi, magari domani…

Rischiamo incidenti in autostrada, ci schiantiamo contro i guardrail. Siamo consapevoli che questa vita è ben sacrificabile per quell’altra, siamo pronti a diventare martiri della fede. Teniamo lo smartphone a schermo in giù, impostiamo le notifiche silenziose, ci votiamo alla scaramanzia: ci facciamo il segno della croce, non mischiamo latte e carne. Inventiamo password apotropaiche, salmi alfanumerici, mantra ticchettanti, sure con almeno una lettera maiuscola. Siamo aspiranti evangelisti: il Messia parlerà a me, si rivelerà sul mio account, non sul tuo.

Egli verrà con un’aureola di pixel e ci parlerà in codice binario. Per ciascuno di noi, è il mondo digitale il luogo dell’Apocalisse. Solo il Papato è stato in grado di esercitare un potere altrettanto profondo sull’animale che prega.

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