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Wayne Coyne racconta i Pink Floyd: «Per tre anni ho ascoltato ‘Dark Side’ tutti i giorni»

Il frontman dei Flaming Lips spiega perché ha tanto amato la band inglese: «Rispetto ai King Crimson o ai Genesis, facevano musica semplice, che capivo. Parlavano di me e dei tramonti che vedevo in Oklahoma»

I Pink Floyd nel 1968

Foto di Michael Ochs Archives/Getty Images

Quand’ero un ragazzo negli anni ’70 i Pink Floyd erano ovunque. I miei fratelli e sorelle più grandi e tutti i loro amici sentivano costantemente i loro dischi mentre fumavano erba. Soprattuto Dark Side of the Moon. Per almeno tre o quattro anni l’ho ascoltato tutti i giorni.

Avere 14 anni è di per sé pesante. Avere Dark Side of the Moon sul piatto è stato perfetto. Più guardavo in profondità nella loro musica, più finivo per scoprire cose interessanti. I Pink Floyd sono sempre stati un gruppo di grandi menti creative che facevano il cazzo che volevano e non si preoccupavano delle regole.

Avevano la straordinaria capacità di cambiare tra un disco e l’altro. È difficile realizzare quanto questa cosa sia importante se sei solo un ascoltatore. Ma dopo aver scritto io stesso 14 album, ne capisco l’importanza. Hanno attraversato una, due, persino tre o quattro fasi diverse. Molte band – se sono fortunate – ne hanno una.

Hanno cominciato con Syd Barrett e le sue storie stravaganti. Quelle canzoni erano quasi surf rock, persino r&b in un modo assurdo. Più tardi è arrivato Roger Waters con i suoi enormi paesaggi universali e le crisi dell’umanità. Poi hanno capito una cosa: “Possiamo suonare negli stadi e riempirli di giganteschi palloni a forma di maiale”. Quella musica glielo permetteva.

Tuttavia, nonostante ci siano tanti elementi in gioco, le loro composizioni sono davvero semplici. Paragonata a quella dei gruppi prog a cui vengono associati – i King Crimson, gli Yes, i Genesis –, la loro musica è davvero semplice. Puoi indovinare la progressione d’accordi e la melodia già al primo ascolto. Amo tutte quelle band, ma con i Pink Floyd capisco le emozioni.

Prendete Fat Old Sun, un pezzo di Atom Heart Mother. Io vivo in Oklahoma e spesso non riesco a capire quando gli inglesi cantano di cose inglesi. Ma quando Gilmour parla del sole che tramonta, è una storia semplice. Non parlava del tramonto del regno di un vecchio re, o di un altro mondo. Parlava di me, e dei tramonti che vedevo in Oklahoma.

Il testo che avete appena letto fa parte della lista 100 Greatest Artists che Rolling Stone USA ha pubblicato tra il 2004 e il 2005. Potete leggerla qui.

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