War On Drugs, come trovare il mainstream dentro l’indie e vivere felici | Rolling Stone Italia
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War On Drugs, come trovare il mainstream dentro l’indie e vivere felici

Fanno rock senza spigoli, con le radici nell'underground, ma buono per tutti. Perciò sono detestati. Eppure il loro 'I Don’t Live Here Anymore' resta attaccato addosso: è musica da viaggio terapeutico

War On Drugs

Foto: Shawn Brackbill

Zitti zitti (e sicuramente buoni) i War On Drugs sono diventati la DC del pop-rock. Per introdurre il pubblico al nuovo disco I Don’t Live Here Anymore, uscito il 29 ottobre, il sito ufficiale li racconta così: «Negli ultimi 15 anni, i War on Drugs si sono fatti conoscere come una delle grandi opere di sintesi del rock and roll di questo secolo, assottigliando le distanze tra l’underground e il mainstream».

Già A Deeper Understanding, primo disco con una major e Grammy nel 2018 per il miglior album rock, mostrava il desiderio di trovare un’intesa fra le produzioni indipendenti e più schive dei primi anni e quelle più apertamente commerciali, a partire dal capolavoro del gruppo, Lost in a Dream. «Eravamo quelli senza ritornelli, ora me li godo anch’io», ha chiosato il leader Adam Granduciel.

E il nuovo, quinto album in studio, se escludiamo gli EP e il live dell’anno scorso (Live Drugs, con una bella cover di Accidentally Like a Martyr di Warren Zevon), riflette in pieno la concezione ecumenica, invisa agli ascoltatori più radicali. Il 5 maggio all’Alcatraz di Milano, unica data del tour, si aspetta l’apoteosi. Pandemia permettendo.

Adam Granduciel, ossessionato da Bob Dylan, ha cominciato a lavorarci all’indomani del Grammy. Con il fedelissimo bassista David Hartley e il polistrumentista Anthony LaMarca, si è rintanato nello Stato di New York per registrare un primo nucleo di canzoni. La copertina, dichiaratemene brutta ma con il logo Atlantic Records bene in vista come un blasone, mostra il frontman che cammina nella neve con la testa “croppata”, la chitarra elettrica di cui è talentuoso maestro, una tazza da tè con intarsi dorati che sembra quasi una kintusgi e un look fra la new wave e il grunge. Per completare le registrazioni si sono aggiunti gli altri musicisti della line up: Robbie Bennett (tastierista), Charlie Hall (batteria) e Jon Natchez (sassofono e tastiere), con la supervisione di Shawn Everett. Risultato: dieci brani per tre anni di lavorazione, costati un pellegrinaggio in sette studi di registrazione, fra cui gli Electric Lady di New York e il Sound City di Los Angeles.

Living Proof, traccia d’apertura e primo singolo dell’album, in effetti è una canzone che non può non piacere da quanto è intensa e sopraffina. Fa un triplo salto mortale: parte come Shelter from the Storm di Dylan, brano poi citato nel testo della title track, fino a una contorsione impercettibile: una chitarra che esplode pian piano, a là Nels Cline (Wilco), come ha suggerito qualcuno. In I Don’t Live Here Anymore, Granduciel ospita le Lucius. Il tema non è una resa al passato. All’opposto, una dichiarazione di fiducia su come affrontare il futuro senza dimenticare, oltre ai dolori, tutto quello che ci ha appassionato.

Ci si sorprende pochissimo. Ed è questo è il limite vero dei War On Drugs dal punto di vista strettamente musicale. Ovvero la tendenza a fare e disfare una trama sempre uguale a se stessa. Chi li ascolta dal primo album Wagonwheel Blues ha già in mano tutti gli ingredienti base del cocktail Heartland pop di Granduciel. Un rocker che, più che alla working class, parla in modo universale a tutti quelli che come lui stanno cercando una propria strada “spirituale”, una qualche forma di cambiamento.

Il suo modo di cantare – ma anche la sua musica – lambiscono troppo il lavoro di Dylan o quello dell’E Street Band. All’inizio si parlava persino di una spruzzata dell’estetica dei Suicide di Martin Rev e Alan Vega. Ma quell’aspetto più claustrofobico e intrigante è venuto meno. E poi il drumming così tipico, assieme alle schitarrate sognanti e alle tastiere. Quel ritmo dinamico e inequivocabile che sembra un treno in corsa, lanciato con frenetico candore verso il nulla.

Se si volesse proprio pensar male, l’opera dei War On Drugs potrebbe essere sintetizzata come un’eterna Dancing in the Dark di Bruce Springsteen, rallentata o velocizzata a seconda dello stile, o una prolunga narcisistica di Keep the Car Running degli Arcade Fire (altro gruppo accusato di esser doroteo).

Non c’è dubbio che negli anni questa formula sia cresciuta molto dal punto di vista produttivo, sfoggiando brani deliziosi (per esempio Baby Missiles) e dischi sempre più dettagliati e suadenti. Su tutti, appunto, Lost in a Dream. La prestazione più eloquente dei War On Drugs, figlia della disperazione del cantante, avvinto alla sua pesante depressione post successo.

I War On Drugs sono diventati una cucina pop con plaudenti commensali, contestata però da chi dice che non sa di nulla. Musica di plastica (The History of Plastic, s’intitolava il brano di chiusura dell’EP Future Weather). Bella senz’anima. C’è però una teoria secondo cui la musica bella non esiste. Esiste solo quella che ti rimane attaccata addosso. Quella della memoria.

La musica di Adam Granduciel è in tal senso preziosissima. È un pop-rock da cartolina, pieno di overdub (oggi un po’ meno), dannatamente vitale. O un mixtape da viaggio terapeutico. Di quelli che si fanno per lasciarsi indietro scie di panorami e squarci di tramonti. Ondeggia fra canzoni languide, robuste e per alcuni versi dimenticabili.

A ben pensarci, la vocazione ecumenica nasce agli albori, quando Granduciel, californiano catapultato a Est, all’epoca in coppia con Kurt Vile, discettava del nome “rubato” a Richard Nixon, primo fautore della campagna del governo federale statunitense contro la droga. «Ho sempre ritenuto che fosse un termine slegato da qualsiasi genere, che mi permetteva di produrre tutti i tipi musica che volevo».

Quei giorni a Philadelphia dei due capelloni con camicia di flanella sono oramai un ricordo sbiadito (a parte la lunghezza dei capelli e le camicie di flanella). Inversamente proporzionale alla nettezza di un sound sempre meno lo-fi e sempre più curato. Il Grammy non si vince per caso.

Il rischio è dunque la ridondanza, la piaggeria. Se vogliamo guardare con ottimismo ai War On Drugs, la prima traccia, registrata live, che è il gioiello del disco, potrebbe essere la traiettoria da seguire per i lavori futuri in un panorama rock che assomiglia sempre più a una desolante Death Valley.

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