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Vince Staples ricorda SOPHIE: «Mi ha insegnato a non avere paura»

Una settimana dopo la morte della producer, il rapper racconta la loro collaborazione, l'amicizia, il tour in Australia. E la ritrae come una persona creativa, che non aveva timore di essere sé stessa

Vince Staples e SOPHIE

Foto: Scott Dudelson/Getty Images

La musica mi annoia velocemente. Non quella di Sophie. La sua era interessante. Era chiassosa. Ricordo quando ho sentito per la prima volta Lemonade e MSMSMSM. Ai tempi l’universo PC Music era ancora circondato dal mistero. Forse, pensavamo, Sophie non è altri che A. G. Cook. È stato in quel periodo che ho comunicato a esibirmi ai festival, a capire come si fa a catturare l’attenzione del pubblico, a selezionare i suoni e le tessiture che colpiscono la gente. Alcune nostre canzoni piacevano al pubblico, ma non esigevano attenzione. Quelle di Sophie, sì, le sue esigevano attenzione.

Nel 2016 siamo andati in tour in Australia con Flume. Mai fatto un viaggio tanto bello. Mi alzavo la mattina presto in un hotel con piscina e non trovavo nessuno, solo Sophie. In Australia Flume è popolare quando Justin Bieber, noialtri però non eravamo certo famosi e perciò ci davano stanze più piccole. Quandouscivo a prendere un po’ d’aria trovavo Sophie. Non so quante persone fossero in tour con lei, forse una o due. Diciamo che viaggiava leggera. Comunque, un giorno eravamo a bordo piscina e lei se ne stava lì col computer. L’ho salutata: «Ciao Sophie, a dopo!». Mi ha guardato come se fossi matto, forse pensando come cazzo facessi a conoscere il suo nome.

Quel giorno abbiamo suonato in un posto dove servivano il pranzo. Ero col mio manager e il mio dj. Il manager è un quarantenne di New York, è tipo la persona più hip hop che ho mai incontrato in vita mia. Non sembrava il genere di persona che entra in connessione facilmente con una come Sophie. E invece li presentai, lui disse «la tua roba è forte» e da quel momento è andato tutto bene.

Ci si parlava ogni giorno in Australia. Eravamo affiatati. Era il tour di Flume, il pubblico non badava granché a Sophie o a me. Ma la sua musica esigeva attenzione anche lì, di fonte a 30 mila persone che aspettano di ascoltare un altro. Io mi rilassavo nel backstage e lei mi invitava nel suo studio: «Dai, vieni a trovarmi prima o poi». Sono uno che va a letto presto – sapete, ho un certa età. Ma una notte, saranno state le 2, ero ancora in piedi e allora sono andato a trovarla col mio dj. Sophie stava suonando della musica. È uscita e ci ha salutati. «Ho qualcosa per voi» e ci ha fatto sentire Yeah Right. Ho provato ad aggiungere qualcosa, ma lei cercava altro, cercava qualcosa che catturasse l’attenzione. Così l’ho rifatta. Il suo approccio era: poche storie, non mi interessa di cosa stai parlando, voglio qualcosa che attiri l’attenzione.

È così che lavorava. Ai tempi mi ponevo domande sulla mia carriera, sullo scopo di quel che facevo, sul mio suono. Sophie aveva le risposte.

Qualche mese dopo, lavorando a Big Fish Theory all’EastWest di Los Angeles, è passata a trovarmi in studio. Con li c’era il produttore Jimmy Edgar, tornavano da Disneyland. Ed eccola che entra in studio con addosso due enormi orecchie da Topolino e una giacca in pelle. E fuori ci saranno stati 38 gradi. Jimmy ha suonato 745, Sophie ha preso una bottiglia d’acqua ed è sparita. Sarà rimasta lì tre minuti. Dopo un po’ l’ho richiamata: sei ancora a Los Angeles? Scopro allora che ha scritto un pezzo, Samo. A lei non interessava chi eri. Produceva beat per te, indipendentemente dal fatto che alla fine tu li usassi o meno.

Abbiamo lavorato assieme, ma non l’ho conosciuta davvero grazie alla musica, ma facendo cose banali. La nostra amicizia non si basava sulla musica. Andavo a vederla in un festival a New Orleans o da qualche altra parte ed erano sempre giornate spassose. È stato quella volta che è stata scattata la foto che ho postato. Sono andato a trovarla nella casa in cui stava, mi ha fatto sentire un po’ di musica. Volevo assicurarmi che stesse bene, come si fa tra amici.

Sophie era unica. Un paio di settimane fa ero in studio con Kenny Beats e lui raccontava storie di quando lavorava con lei. Quando entrava in una stanza, la sua presenza la sentivi, chiunque fosse lì dentro. Era brillante e divertente, anche se non parlava tanto. E quando parlava, diceva cose folli.

L’ho vista in azione una dozzina di volte, che collaborava con varie persone, su generi differenti, razze diverse, background vari. Non l’ho mai vista impaurita. Non ha mai avuto paura di essere quel che è, di dire quel che voleva, di suonare quel che le pareva. Mai. Questa è la cosa più importante: mai avere paura. Produttori, musicisti, trans, gente d’ogni tipo, non importa chi voi siate, non m’interessa, c’è sempre qualcosa da imparare. Mai avere paura. Qualunque cosa accadesse, non ho mai visto Sophie impaurita.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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