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Vent’anni dopo, ‘When the Pawn’ di Fiona Apple è ancora un gran disco

Nel secondo album, pubblicato nel novembre 1999, la cantautrice americana ha affrontato critiche feroci e ha trasformato i suoi demoni in canzoni di rabbia e resilienza

Fiona Apple

Foto: Jim Steinfeldt/Michael Ochs Archives/Getty Images

Se state cercando una dichiarazione d’intenti nel secondo album di Fiona Apple When the Pawn…, uscito vent’anni fa, la trovate all’inizio della seconda traccia. Sopra i rintocchi regolari di pianoforte e i tamburi rimbombanti di To Your Love, l’allora ventiduenne prende di mira i suoi detrattori invocando il modo in cui la deridono: “Ecco un altro discorso che secondo te dovrei mandar giù / Un altro motivo per piegare le orecchie / Un altro flusso di pensieri difficile da seguire / Seguendo il ritmo di una canzone con una marcia in più”. Questo mix di scrittura pop sofisticata e punzecchiature sfacciate e giovanili – tipo dedicare un’intera strofa agli hater – ha reso l’Apple di inizio carriera una brutta bestia per i critici e un’eroina per schiere di giovani fan.

Era il 1999 ed erano passati tre anni e tre milioni di copie vendute dal debutto Tidal che Apple aveva registrato a 17 anni d’età. Aveva testi potenti e parti vocali che non sembravano appartenere a una diciassettenne. Apple disse che il suo songwriting derivava dall’abitudine di scrivere lettere ai genitori. Non c’è da stupirsi che adolescenti precoci e desiderose di avere l’ultima parola in un mondo che le ignorava fossero attratte da ballate adolescenziali come Sleep to Dream o Shadowboxer.

I critici adulti adoravano il suono jazzato e tradizionalista e pure l’umore felpato della produzione di Apple, ma non la schiettezza del personaggio. Si aspettavano che Apple fornisse una cronaca autobiografica e dettagliata dei suoi tormenti restando un semplice tramite di quel dolore, una ragazza fredda e mite nascosta dietro il pianoforte. La concretezza con cui Fiona ha affrontato il tema della violenza sessuale in Sullen Girl, unita all’approccio piuttosto franco nelle interviste, ha scatenato una reazione impulsiva da parte di giornalisti per lo più bianchi e affermati che hanno sottolineato la contraddizione tra l’atteggiamento sfrontato e la presenza scenica mite, divertendosi a chiamarla “fuscelletto”.

È tutto venuto a galla durante il famigerato discorso “questo mondo fa schifo” agli MTV Video Music Awards del 1997 che all’epoca veniva considerato il capriccio di una mocciosa viziata che nulla sapeva della cultura della celebrità e dello sfruttamento che criticava. Nello stesso periodo, il video provocatorio di Mark Romanek per Criminal l’ha marchiata come sex symbol dagli occhi di cerbiatto – una “Lolita di periferia”, come l’ha definita il Times – nonostante avesse avuto poca voce in capitolo nel progetto (non sapeva, ad esempio, che non avrebbe indossato altro che lingerie. “Alla fine ha funzionato, perché era un video a tema sessuale e ho ottenuto quel che volevo”, ha detto nel 2005, “poi però non mi sono sentita bene. Anzi, dopo averlo girato mi sentivo proprio come una criminale”).

Dopo una cover story di Spin con foto di (chi altri?) Terry Richardson, Apple ha sfogliato la rivista mentre era in tour e ha trovato un’intera pagina di lettere piuttosto critiche nei suoi confronti. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ha risposto in un modo tipico per lei, scrivendo una poesia che sarebbe diventata il titolo del suo album successivo:

When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks Like a King / What He Knows Throws the Blows When He Goes to the Fight / and He’ll Win the Whole Thing ’Fore He Enters the Ring / There’s No Body to Batter When Your Mind Is Your Might / So When You Go Solo, You Hold Your Own Hand / and Remember That Depth Is the Greatest of Heights / and If You Know Where You Stand / Then You Know Where to Land / and If You Fall It Won’t Matter Cuz You’ll Know That You’re Right

Prima di Instagram, era il testo più egocentrico che si potesse immaginare. Al giorno d’oggi, dopo Tumblr e LiveJournal, la poesia di Apple sembra relativamente lucida, una volta superato l’atteggiamento del tipo ti-mostro-come-sono-fatta. Apple la considerava una lettera indirizzata a se stessa più che ai detrattori, un promemoria di auto-aiuto su come superare le critiche, anche le più sgradevoli e ridicole (ha funzionato: Spin ha poi pubblicato un pezzo in cui docenti di poesia e linguisti hanno fornito analisi del significato del titolo).


When the Pawn è maggiormente estroverso e consapevole rispetto al disco precedente. Abbina controffensive e autocritiche che Apple rivolge a se stessa per la tendenza all’auto-sabotaggio. “Non so cosa sto facendo, non so, dovrei cambiare idea? Non riesco a decidere, ci sono troppe cose da considerare”, canta nell’iniziale On the Bound con una voce che diventa via via più assurda mentre fa sfoggio di prodezze sillabiche: “No thing I do don’t do no thing but bring me more to do / It’s true, I do imbue my blue unto myself, I make it bitter”. In A Mistake, Apple assume le sembianze del personaggio di Criminal e minaccia di fare scelte sbagliate “di proposito” e “divertirsi mentre metto tutto sottosopra”. Ma quando ammette di “fare sempre quello che penso di dover fare”, si capisce che si tratta del manifesto di una perfezionista con le mani legate, che vuole disperatamente liberarsi.

La morbidezza delle parti vocali di Tidal è accantonata. Non sono così impetuose come nel successivo The Idler Wheel, ma è emozionante sentirla cantare in un registro rock & roll senza abbandonare i modelli di Tin Pan Alley e Paul McCartney. Una canzone come Limp trasmette una rabbia di cui Apple non sembrava capace.

E poi, la parola “crazy” appare in non meno di tre canzoni di When the Pawn. È il modo in cui Apple si appropria di un insulto rivolto a lei e alle colleghe dell’epoca. Due di quelle canzoni sono state pubblicate come singoli. A prima vista, Fast As You Can è un avvertimento ai futuri partner, con i suoi rapidi cambi di tempo e la sua spavalderia, ma contiene il verso misterioso “pensi di sapere quanto sono pazza” che Apple canta come se stesse cercando di mostrare quanto è effettivamente fuori di testa.

In Paper Bag, Apple dice “sono impazzita oggi” con una tale spavalderia da renderlo uno dei momenti più divertenti di un pezzo pieno di grandi passaggi. L’elaborata produzione musicale del video, diretto dall’allora fidanzato della cantante Paul Thomas Anderson, renderebbe orgoglioso Stanley Donen, ma non fa altro che sottolineare la distanza tra la melodia piena d’ottimismo e il modo in cui i testi prosciugano ogni desiderio. Apple ha detto al Washington Post che per mettere in fila le canzoni di When the Pawn ha misurato la quantità di speranza contenuta in ogni brano; per l’ascoltatore, i vari gradi di positività dei pezzi non sono così chiari. Con i suoi riferimenti franchi e spesso stridenti al suo stato mentale, Apple fa pensare di essere compiaciuta dalla “bestia” che sente crescere dentro di sé.


Il melodramma di When the Pawn è confezionato con l’aiuto del produttore Jon Brion, che aveva già collaborato con Rufus Wainwright e Aimee Mann. Brion ha lavorato sulle tracce per voce e pianoforte della Apple, utilizzando testi e ritmi scritti da lei, e ha aggiunto fioriture barocche che conferiscono alla musica un’energia maniacale. Con l’aiuto di un piccolo gruppo di turnisti, ha abbellito il ritornello di To Your Love con un pianoforte elettrico che suona minaccioso e ha piazzato una chitarra ondeggiante su The Way Things Are che contrasta con la risolutezza di Apple. Tutto il pezzo è attraversato da un pianoforte insistente, quasi un promemoria del fatto che lo strumento suonato da Apple appartiene alla famiglia delle percussioni.

Pare che Apple, quando i due hanno iniziato a lavorare assieme, abbia detto a Brion: “Penso di aver capito in cosa sono brava. Scrivo piuttosto bene, sono una brava cantante e so suonare i miei pezzi al pianoforte. Tu sei bravo in tutto il resto. Penso che dovremmo procedere così. Ti farò sapere se stiamo andando fuori strada”.

Apple ha stemperato i manierismi dell’album con abilità. Quando un semplice gioco di parole non funziona, lei va dritta alle viscere. “Metti via la carne che stai vendendo” è una frase che colpisce, ma arriva dopo una serie di riferimenti al fatto di strisciare sotto pelle, a una zecca piena di sangue, a un predatore che lecca le ferite della sua vittima. Ci sono due vere ballate nel disco. Love Ridden è forse la più devastante, ma I Know sembra più genuina. Lei fa la parte dell’amante dominante in una relazione e si autodefinisce “un piede di porco” che apre la mente del suo uomo. La canzone (e l’album) finiscono in modo irrisolto, con una filastrocca incompiuta.


Quando è stato pubblicato, il 9 novembre 1999, When the Pawn ha ricevuto apprezzamenti lusinghieri anche da parte dei giornalisti che fino a quel momento avevano deriso Apple. Eric Weisbard di Spin ha definito l’album “inflessibile”, inteso come complimento, mentre l’articolo di Pitchfork dal 1999 è una masterclass in ambiguità. Se non altro, la reputazione della cantante non ha più eclissato la sua arte. La difficile realizzazione e la pubblicazione ritardata di Extraordinary Machine del 2005 e The Idler Wheel del 2012 non hanno impedito ai due album di ricevere un plauso universale. Allo stesso tempo, i grandi cambiamenti avvenuti nel modo in cui il pubblico interpreta l’arte femminile e nelle rappresentazioni delle malattie mentali hanno generato letture più generose del lavoro di Apple.

Considerate col senno di poi, le buffonate adolescenziali della cantante erano irrilevanti. “Questo mondo fa schifo” è una frase invecchiata bene e negli ultimi due decenni Fiona Apple ha continuato a produrre musica al proprio ritmo – una rarità per gli artisti della generazione di MTV. Anche se il dolore, come ha detto lei stessa, è una presenza costante nella sua vita – un modello per ogni ragazza triste che ha fatto musica negli anni ’10 – non le sono mai mancati coraggio e resilienza. Pensate a che cosa ci saremmo persi se Apple non avesse scelto di condividere con il mondo i suoi discorsi di auto-incoraggiamento.

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