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Vent’anni da ‘Turn On the Bright Lights’ degli Interpol, una malinconica profezia

Acclamati come i nuovi Joy Division, esattamente vent'anni fa gli americani annunciarono una nuova ondata che non sarebbe mai arrivata. Ma in qualche modo hanno anticipato il nostro presente

Foto di Alain Jocardi/AFP via Getty Images)

In una ipotetica foto di gruppo, in stile copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, raffigurante la scena alternative rock dei primi 2000, gli Interpol sarebbero certamente vestiti di tutto punto come dei becchini, sistemati ai margini, imbronciati, mossi e sfocati. Non per poca rilevanza, ma per attitudine. Pionieri di qualcosa che non sarebbe mai esistito.

Nell’agosto del 2002 gli Interpol non erano dei perfetti sconosciuti, come ci si immagina per degli esordienti. Prima che il loro album di debutto arrivasse sugli scaffali dei negozi di dischi, infatti, erano già stati in giro con una lunga tournée, accompagnati da un EP che anticipava in un piccolo frammento quello che avremmo ritrovato in Turn On the Bright Lights, che forse, proprio per questo motivo, divenne un instant classic.

Presentati dalla Matador come i nuovi astri nascenti del post punk, pronti a contendere lo scettro di miglior band di New York agli Strokes, Paul Banks & co. si presentavano come i ragazzi poco loquaci di Williamsburg, roccaforte hipster, capolavoro di gentrificazione, luogo sacro per appassionati di arte contemporanea e bagel.

Tuttavia la New York in cui escono gli 11 brani di Turn On the Bright Lights è quella sconvolta e prostrata che sta ancora piangendo i morti dell’11 settembre. Un evento traumatico al quale questo disco, proprio come Is This It degli Strokes, rimarrà inevitabilmente legato, pur essendo stato scritto prima della tragedia e registrato in Connecticut in un regime di isolamento con un budget esiguo in grado di coprire solo due settimane di sessioni avvenute con il geniale Peter Katis – stretto collaboratore dei National – artefice del suono rigido e glaciale che farà la fortuna degli Interpol.

Turn On the Bright Lights è un disco follemente metropolitano, come solo gli anni Zero potevano essere. Il 2000, pur essendo oggi a tutti gli effetti il passato, continua a suscitare nella nostra mente un immaginario fortemente occidentale, fatto di grattacieli, uomini in completo che impugnano una ventiquattrore, uomini in completo che cadono dai grattacieli. E così che quando si accende la chitarra granulosa di Untitled, veniamo subito catapultati in quel momento storico e, quando la batteria irrompe, in quella città che si rimette di nuovo in movimento. Una città fantasma perfettamente funzionale, un luogo asfittico e decadente, popolato da persone che non si parlano tra loro, che vanno dritte per la propria strada, tra le macerie. A ripensarlo oggi sembra la descrizione più ampia della nostra società e della direzione verso cui è andato il mondo a passo svelto negli ultimi vent’anni: mancano solo gli smartphone in mano alle persone.

I 48 minuti di riff a cui veniamo sottoposti sono avari di sorprese, di colpi di scena e di stacchi improvvisi. Trasudano cinismo, ma lasciano intravedere un cuore pieno di sentimenti. Turn On the Bright Lights è innanzitutto un disco romantico, notturno e introspettivo – asfalto, cemento, incroci stradali, pubblicità giganti, gallerie e lampioni, insegne al neon, pozzanghere che riflettono la luce dei semafori – prima ancora che un viaggio cupo, teatrale e pomposo.

Quello che mi ha sempre stupito di questo album è la mancanza di un vero e proprio apice: un monolite senza sporcature. Compatto e drammatico. Non ci si esalta mai realmente in un momento preciso e non trova mai sfogo l’euforia che sale sotto traccia e sotto pelle. “She doesn’t know that I left my urge in the ice box”. Ad ascoltare ancora quei brani viene la pelle d’oca, ma senza riuscire a stabilire bene in quale preciso momento accada, o per quale ragione; l’ho sempre considerato brutale e perverso. Paul Banks impassibile sul palco che si accende una sigaretta, algido, cinico, che fa uscire quel magma sonoro dal corpo, senza infondere nessuna morale.

Quando uscì Turn On the Bright Lights, e gli Interpol arrivarono sulla scena, i paragoni forti non mancarono. I riff dei Television, la poetica dei Velvet Underground, l’energia dei Bauhaus, e poi ancora R.E.M., Pixies, Sonic Youth e Chameleons, fino al confronto più evocato: quello con i Joy Division. Se così fosse stato, sarebbero stati i messia del nuovo millennio. Il successo fu enorme, certo, ma non fu disruptive – tanto per usare un termine caro alla wave yuppie 2.0 che prendeva piede sull’altra costa – non segnò un prima e un dopo, perché un vero e proprio dopo non ci fu. Sappiamo oggi che a seguire la band non ci sarebbe stata nessuna new wave.

Quegli anni segnarono in qualche modo il canto del cigno della musica fatta con le chitarre, anni frenetici e isterici che videro la riproduzione di band sempre meno efficaci, sempre meno impattanti, copie sempre più sbiadite, di cui gli Interpol rappresentarono il campione e l’anomalia, ma che finirono a loro volta per sbiadirsi negli album successivi, pur assestando degli ottimi colpi nella mediocrità generale, mentre il grande riflusso procedeva imperterrito.

Le luci abbaglianti che si sarebbero accese erano fuochi di guerra, incendi e catastrofi. Il nuovo millennio si sarebbe mostrato in tutta la sua sofisticazione e in tutta la sua fragilità. E noi siamo qui, come testimonianza, a celebrarlo.

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