Vent’anni da ‘The Rising’ di Bruce Springsteen, gospel per una nazione ferita | Rolling Stone Italia
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Vent’anni da ‘The Rising’ di Bruce Springsteen, gospel per una nazione ferita

È passato alla storia come l'album sull’11 settembre. Lo è, ma fino a un certo punto. Appunti su un pezzo unico nella discografia di un artista che crede nella musica come collante della comunità

Springsteen esegue 'The Rising' nel 2002

Foto: Michael Williamson/The Washington Post via Getty Images

11 settembre 2001. Fra le pagine scure di quel giorno surreale e delle sue conseguenze drammatiche e fatali ce n’è una luminosa, di quella luce traballante da candela rituale. L’ha scritta Bruce Springsteen esattamente un ventennio fa. The Rising, il primo album con la E Street Band dopo ben diciotto anni, fu pubblicato il 30 luglio del 2002 e fece tornare la musica del Boss al numero uno delle classifiche quindici anni dopo i fasti di Tunnel of Love. Per un soffio non vinse il Grammy, che fu attribuito a Come Away with Me, esordio di Norah Jones. Si aggiudicò però il premio di consolazione come miglior album rock e l’ingresso in numerose liste che contano.

Fu invece criticato (non da molti, va precisato) perché poco moderno e goffo nei tentativi di esserlo. Canzoni come The Fuse o Let’s Be Friends (Skin to Skin) possono, in effetti, avvalorare questa tesi. Soprattutto fu criticato per le scelte lessicali troppo semplici. I commentatori che già avevano segnalato una deriva populistica di Springsteen negli anni passati (ed è un mestiere che continuano a fare anche oggi) “dimenticavano” che l’arte poetica del rocker del New Jersey era legata a doppio filo alle aspettative della gente. Era un po’ come se un Bat-segnale illuminasse da New York tutto il Garden State. La fuga, per un uomo che ne aveva fatto un mantra (Born To Run), non era più una scelta disponibile. Senza tener conto che il cammino di un eroe va di pari passo con la sua scongiurabile nemesi. Che nel caso più beffardo poteva assumere le sembianze della sua più celebre invettiva e sbattergliela in faccia: “And the poets down here don’t write nothing at all, they just stand back and let it all be”. Springsteen per sua fortuna ha un ego grande almeno quanto quello di Batman e l’indifferenza non è il suo pane.

Un pezzo unico

Guardando oltre i piazzamenti e le critiche, The Rising è un’opera mistica e simbolica a sé stante che forse non appartiene alle normali categorie discografiche. Questo è il punto. È e per sempre sarà un atto unico. Quale altra raccolta di canzoni rock è stata intesa come seduta terapeutica di un popolo ferito dalla storia – in primis per le famiglie delle quasi 3000 vittime degli attentati – o come balsamo spirituale di fronte a un impatto così devastante vissuto in diretta su tutti gli schermi tv del mondo? Il complottista di turno – c’erano anche allora, sì – diceva che era tutto un montaggio, che quel che si vedeva erano le scene scartate di Independence Day.

Non solo 11 settembre

Durante gli incontri con la stampa e le televisioni Bruce Springsteen diede due versioni di The Rising. In patria dichiarava che era un disco ispirato negli ampi ma limitati confini degli Stati Uniti, mentre in Europa discuteva di canzoni orientate al mondo nella sua interezza. Bisognava essere diplomatici. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Se no, come avrebbe mai potuto inserire in quel disco pezzi come Paradise, dove l’autore immagina di essere nella mente di una donna kamikaze, oppure Worlds Apart – con i suoi cori mediorientali diretti da Asif Ali Khan – in cui cerca di capire le ragioni dell’incomunicabilità fra l’Islam estremo e l’Occidente cristiano? In ogni caso, per tutti, quel disco divenne la risposta all’11 settembre del Boss. Vietate altre interpretazioni.

Marketing e retorica

A mente fredda, dopo tutto questo tempo, possiamo sostenere che la verità sta nel mezzo. E che The Rising può intestarsi valori ed emozioni non per forza legate agli eventi di quel giorno. La realtà è che il primo lavoro con la E Street Band dopo una lunga e in parte dolorosa separazione era già in fieri e sarebbe stato il proseguimento naturale della reunion risalante al 1999. Era già tutto in parte programmato (alla maniera del Boss). Bruce e i suoi si erano assicurati il miglior produttore del decennio precedente, Brendan O’Brien. E stavano cercando di riprendere un discorso di scrittura musicale collettiva interrotto con Born in the U.S.A. Chissà cosa sarebbe uscito fuori dal cilindro se l’11 settembre 2001 non fosse mai esistito. Quel che si dimentica più di ogni altra cosaerano le ambizioni artistiche di Springsteen e dei suoi compagni di viaggio, con cui si era da poco riconciliato. Sul piano discografico, dopo l’eccellente ripresa dal vivo, la E Street Band e il suo frontman non potevano fallire se volevano continuare un percorso non nostalgico. L’11 settembre fu – è lampante – un carico da novanta da aggiungere a quella che gli addetti ai lavori ricordano come la campagna di marketing più pompata della saga springsteeniana. Dall’altra parte dell’oceano – cioè da noi in Italia, ad esempio – si aspettava con ansia il nuovo sospiratissimo album di Bruce Springsteen & The E Street Band. Il timore di una delusione o di ascoltare un’opera retorica era palpabile. Dubbi fugati dall’ascolto.

Quello che era già sul tavolo

L’influsso “9/11” sull’opera è inoltre mitigato dal fatto oggettivo che alcuni brani erano già stati concepiti ben prima del crollo delle Torri Gemelle, del colpo al Pentagono e della sventata distruzione della Casa Bianca. Nothing Man, una perla che ancora oggi mette i brividi, era stata incisa su nastro con un testo alternativo nel 1994 e chiusa in un cassetto. Further On (Up the Road) era invece già spuntata fuori durante il Reunion Tour del 1999. My City Of Ruins, assimilabile a People Get Ready di Curtis Mayfield (così come Mary’s Place è un chiaro riferimento a un pezzo quasi omonimo di Sam Cooke), è un canto dolente dedicato ad Asbury Park e al suo degrado risalente al giugno del 2000 e già suonato più volte dal vivo. Incontestabile però che, quando fu usata durante America: A Tribute to Heroes, la maratona televisiva capitanata da George Clooney subito dopo gli attacchi di Al Qaida e trasmessa il 21 settembre a reti unificate e senza pubblicità, quella “mia città di rovine” divenne New York in stato di shock, l’America sconvolta e l’Occidente sgomento.

Fuori le setlist!

Musicalmente, specie se comparato con altre produzioni springsteeniane, non parliamo di un disco decisivo. The Rising però suona ancora molto bene, la musica è viva, la sfiori con un dito e canzoni come You Are Missing o Empty Sky risollevano lo spirito. Nel corso di un ventennio stupisce – e chi lo segue dal vivo lo sa bene – come la title track sia un baluardo degli show. Al momento è all’ottavo posto delle canzoni più suonate dal vivo nel corso di cinquant’anni di carriera. Significa che The Rising è stata eseguita più di Hungry Heart, The River e Glory Days. Altri due capisaldi delle scalette tratte dal disco del 2002 sono Waitin’ On A Sunny Day e Lonesome Day. Insomma, i tre singoli tratti dal disco sono stati selezionati con cura. C’è stato lo zampino di Jon Landau?

Un disco di riscatto e rinascita

Quasi a opporre i temi cari al Boss (la fede in senso laico o religioso, la speranza, il superamento dell’odio attraverso la comprensione del lutto e del dolore, la musica rock nella sua accezione più vasta come collante della comunità) a una visione radicale e violenta del sentimento e della cultura religiosa (non c’è timore di unilateralismo: le pulci al sistema socio-economico a stelle e strisce e al suo runaway american dream sono il secondo mestiere del Boss) The Rising, accompagnato dalle mani capaci di O’Brien, si configura come un disco soul-blues-gospel più che pop-rock. Sacro lavacro concepito con parole e suoni della cultura globale/occidentale destinato forse a finire archiviato – suo malgrado – in un file “patriottico”. Ma nella mente dell’autore era destinato alle case del pianeta reale e alle platee da stadio che di lì a poco lo avrebbero abbracciato assieme alla E Street Band per concerti indimenticabili. A San Siro si ricorda un concerto del tour di The Rising l’anno successivo, il 28 giugno 2003, sotto la pioggia torrenziale di un’altra estate caldissima che in pochi consumarono a viso aperto infradiciandosi fino al midollo senza paura di passare una settimana con i reumatismi.

«Bruce, we need you»

I fan, appunto. Quel giorno, l’11 settembre del 2001, anche il Boss era incollato a uno schermo tv. Come ognuno di noi. La casa dove abitava dal 1983 era diventato quel nido vagheggiato e idealizzato negli anni di singletudine dov’era poi cresciuta la sua famiglia. Si trovava nella roccaforte repubblicana di Rumson, a due passi due dalla spiaggia. Come molti avrebbero fatto nei suoi panni, Bruce (d’altronde la critica più ridondante da destra è che da Nebraska in avanti – cioè da quando è diventato veramente ricco con Born in the U.S.A. – è ormai un uomo mediocre, falso e in declino come il Partito Democratico) si recò verso il mare per vedere coi suoi occhi quello che stava succedendo a 35 chilometri di distanza in linea d’aria, a Lower Manhattan. Mentre tornava smarrito verso la sua vettura, un uomo in automobile abbassò il finestrino e gli gridò: «Bruce, abbiamo bisogno di te».

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