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‘Vasco Non Stop Live’ è un film per chi va al cinema con la bandana

Il regista Pepsy Romanoff porta lo spettatore sul palco e dietro le quinte dell’ultimo tour di Vasco Rossi. E in sala si canta e si esulta come allo stadio

Vasco Rossi

Foto: Chiaroscuro Creative

Vasco Non Stop Live è il titolo della tournée di Vasco Rossi andata in scena nelle estati del 2018 e del 2019. Qui vi avevamo parlato della prima data a San Siro dello scorso giugno e lì oggi torniamo per raccontare che cos’è questo film che di quest’ultimo tour porta il titolo. Già campione d’incassi in soli due giorni di proiezioni speciali cui seguiranno i dati di oggi, ultimo giorno di programmazione, Vasco Non Stop Live 018+019 è ideato e diretto da Pepsy Romanoff, a tutti gli effetti “il regista di Vasco”, già autore del film di Modena Park, il live di Modena del 2017 per celebrare i 40 anni di carriera del cantante, e di Vasco: Tutto in una notte del 2016.

Siamo di fronte, va detto, all’ennesimo viaggio elegiaco nella Vasco experience, qualcosa che trascende l’idea comune di concerto e quella di musica dal vivo: il film porta diretti on stage, in tour, mostrandone, tramite un complesso apparato registico di 23 macchine da presa sul palco, i momenti musicali centrali articolando il viaggio utilizzando i racconti di Vasco stesso e del suo “direttore d’orchestra”, Vince Pàstano. I racconti sono abbastanza sorprendenti e sostengono, va detto, il film: Vasco racconta dettagliatamente il senso della scelta dei brani e della loro posizione in scaletta e Pàstano rincara la dose spiegando in modo sufficientemente tecnico ma naturalmente altamente divulgativo, il lavoro sugli arrangiamenti dei brani perché questi rispondano, nell’esatto ordine definito da Vasco, alle esigenze di incontrarsi l’un l’altro, susseguirsi, ordinarsi in modo da tenere alto, forte e costante il coinvolgimento di un pubblico che, in tutto, ha complessivamente (17 concerti) raccolto oltre 900.000 spettatori.

“Dal vivo”, dice Vasco, “la canzone diventa viva e si incastra in un’onda emotiva che ti porta su e giù. Dagli anni ’80 io faccio in questi live un discorso che ogni volta riprendo dalla volta precedente portandolo un po’ più avanti”. Sottolinea più volte, raccontandosi, l’importanza di essere l’accordatore dello spettacolo, perché le canzoni, in live di questa portata (ma, diremmo, in ogni live esistente) devono essere tutte perfettamente accordate tra loro. Altresì le canzoni devono essere riarrangiate in un modo che, più che banalmente ‘moderno’, sia rispondente al sentimento del tempo di chi le canta e le suona, sia cioè anch’esso accordato allo stato d’animo del presente.

La sala, in cui la stampa e il pubblico sono abilmente mescolati a settori come fossimo allo stadio, si trasforma dunque nello stadio stesso, qualcuno discute con i fan più accaniti che non stanno seduti a guardare il film ma si alzano in piedi a cantare a voce sostenuta i brani in video facendo una gran fatica a fermarsi ogni volta ad ascoltare le parole di Vasco, di Claudio ‘Gallo’ Golinelli (al basso con lui dal 1980 dopo essere stato folgorato sulla via di Paul McCartney), la nuova leva di grande talento meritatamente sottratta all’indie Beatrice Antolini e ancora Stef Nemola, Alberto Rocchetti e gli altri. A loro il film dedica grande attenzione, cercando di soffermarsi in modo attento a tutto quello che, in un live di questa portata, è pura costruzione musicale, attenzione sonora, rigore artistico.

Fan alla prima di ‘Vasco Non Stop Live’

Questo è l’elemento più interessante del film: la capacità di mostrarci che su quel palco c’è un artista ancora attento a ciò che sta facendo nei minimi dettagli, circondato da altri artisti del suono – appunto i suoi musicisti ma pure i tecnici e i responsabili di palco – che ben sanno che gli stadi, San Siro in primis, non si guadagnano mai per sempre e che ogni serata, ogni notte lì sopra, anno dopo anno, non è mai scontata. Non ci saranno cioè effetti speciali, maxischermi, fuochi d’artificio che sapranno valorizzare uno spettacolo adeguatamente se questo, per citare, non va al massimo dal punto di vista strettamente musicale.

Un film per fan, è chiaro, per fan che vengono al cinema con bandane, fasce e magliette del loro eroe, esattamente così come, si diceva a giugno scorso, da decenni vanno allo stadio, invecchiandoci in qualche modo, crescendoci, portandoci i figli. Un film per fan che avvertiamo diviso tra la voglia di rendere su schermo e quindi restituire la roboante macchina del re Vasco Rossi e di mostrarci invece l’umano che ancora vuole fare musica. Inutile dire che qui si preferisce la seconda prospettiva, ché di Vasco komandante ne abbiamo visto tanto e sta sempre in quell’occhio lucido il nido in cui cercare il senso di questo storia che, di senso, eccome se ne ha.

 

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