‘Uragano negli occhi’, la storia dell’hardcore di Milano ci fa immaginare un futuro diverso | Rolling Stone Italia
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‘Uragano negli occhi’, la storia dell’hardcore di Milano ci fa immaginare un futuro diverso

Un documentario e una doppia fanzine raccontano gli ultimi anni della scena punk della città. «La cultura DIY è l’unica soluzione per non tornare a una normalità tossica»

'Uragano negli occhi'

Foto press

A volte mi chiedo se la pandemia ci abbia davvero insegnato qualcosa. Certo, qualcuno in qualche città, in qualche azienda vagamente illuminata sta ancora respirando l’aria dello smart working, ma basta un giro a Milano nell’ora di punta per ricordarci che è già tutto tornato come prima. Abbiamo ricacciato gli animali nella “natura”, abbiamo ripreso a produrre, a odiare chi è diverso da noi. Siamo tornati a LA-VO-RA-RE, come scandiva il sindaco di Milano Beppe Sala in uno dei suoi peggiori interventi dello scorso anno. Chiamala, se vuoi, (a)normalità.

Ma ogni volta che c’è una società che vuole tornare prepotentemente ai pieni regimi produttivi capitalistici, c’è un sottobosco DIY che si rifiuta di farne parte e che cerca e propone soluzioni alternative. «L’impressione è che la pandemia abbia rafforzato in molte persone la consapevolezza che nuove forme di produzione (materiale e culturale) si rendano necessarie per non ritornare a una normalità già di per sé tossica. In questo senso le pratiche DIY offrono molteplici spunti ed esempi replicabili ovunque, in progetti collettivi come nelle scelte individuali», ci racconta Paolo del FOA Boccaccio 003 di Monza che da poco ha pubblicato Uragano negli occhi. Uno sguardo sulla Milano hardcore punk 2015-2020, documentario (in chiavetta USB) e doppia fanzine (una fotografica, una di raccolta flyer) che si pone l’obiettivo di «scattare una fotografia della comunità DIY milanese attraverso un’autoproduzione multimediale, nel tentativo di restituire, almeno in parte, la grande ricchezza di esperienze, linguaggi, individualità che animano la comunità stessa».

Lo sguardo sulla Milano hardcore punk di Uragano negli occhi è su una Milano ampia, una città metropolitana che ingloba il suo hinterland fino a Monza, ruotando attorno a centri sociali e spazi occupati come il COA T28, il CSOA Cox 18 e lo stesso FOA Boccaccio 003. Uragano negli occhi è un racconto corale della scena DIY punk hardcore lombarda, una comunità «varia sia per generi musicali che per estetica in grado di accogliere». Il segmento temporale scelto va dal 2015, anno della prima edizione del festival Le 5 giornate DIY di Milano, la manifestazione che ha legato questa scena e ha scritto pagine indelebili della cultura DIY della città («Il festival marca il salto di qualità nelle relazioni e nelle capacità di auto-organizzarsi da parte di realtà, collettivi e individualità metropolitane»), per concludersi obbligatoriamente con la pausa pandemica del 2020.

Le voci si intrecciano tra i filmati dei live de Le 5 giornate, come l’assurda occupazione stradale di Via Gola del 2016 con il pubblico che si lancia in stage diving folli dalla cima di una scala apparsa magicamente in mezzo alla strada, e video di repertorio all’interno dei principali centri della scena DIY. Uragano negli occhi è un viaggio visivo (in particolare nelle due splendine fanzine a supporto) all’interno di questa «oasi difesa con gli artigli», che non si ferma al compiacimento di quanto raggiunto in questo periodo storico, ma si permette di fare autocritica dall’interno, mettendo in discussione la stessa scena su temi quanto mai attuali come l’inclusività e il femminismo.

Nell’ora di documentario (a cui segue un’ora di interviste aneddotiche della scena), artiste e artisti ripercorrono i momenti più importanti del movimento e il significato di queste prese di posizione, facendoti salire una voglia fottuta di mollare il lavoro e ritirare fuori chitarra, amplificatore e – naturalmente – tutte le distorsioni del caso. Quando si sentono affermazioni come «viviamo in una società capitalista che ci induce al consumo e il DIY invece è far qualcosa perché ne senti la necessità o perché ne hai bisogno», viene voglia di mollare la vita (a)normale per abbracciare il lato oscuro della resistenza. Autoproduzioni, economia circolare, mutualismo produttivo: esiste un modo differente di vivere il contemporaneo in cui «partecipi a qualcosa che ha i crismi di una lotta culturale, politica, di contenuti, di trasformazione radicale dell’esistente». Un’alternativa c’è, sempre.

Il DIY e il punk e l’hardcore sono fatica e sbattimento, sono reazione e azione tra sudore e lividi. Come viene detto all’interno del film, «sono stanco, ma lo rifarei mille volte». Questo perché il DIY non è solo un modo di pensare la musica, ma è un modo di ripensare la propria esistenza e il proprio ruolo all’interno della società. Uragano negli occhi è un omaggio a una scena, certo, ma per noi che ne siamo fuori è un biglietto che ci ricorda che questo nostro modo di vivere e pensare non è sostenibile. Per sopravvivere – come società – dobbiamo accettare di abbandonare alcuni privilegi e alcune comodità, è uno sforzo che ci dobbiamo in nome della collettività.