Una comunità di valori: ecco perché Erriquez e la Bandabardò sono stati tanto amati | Rolling Stone Italia
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Una comunità di valori: ecco perché Erriquez e la Bandabardò sono stati tanto amati

Per loro la politica non era una posa. Era ritmo, strada, ironia, vitalità. Era uno stile di vita praticato in centinaia di concerti, grazie ai quali hanno costruito una grande famiglia di diciottenni per sempre

Enrico 'Erriquez' Greppi sul palco con la Bandabardò

Foto: Elisabetta A. Villa/WireImage via Getty Images

Una delle costanti dei messaggi di cordoglio per la morte di Erriquez, il frontman della Bandabardò scomparso ieri a 60 anni, è questa qui: lui potrà pure morire, certo, ma le idee e le battaglie e i valori della band dovranno andare avanti lo stesso. Perché – ed è il punto della questione – il suo è stato un gruppo politico, però non nel senso standardizzato del termine. E, anzi, forse proprio per questo è riuscito a creare un senso di comunità solido e longevo da fare invidia a tanti colleghi e relativi fedelissimi, in Italia.

Poi ok, il retroterra culturale in cui sono nati è quello dei ’90 del ritorno all’impegno sociale (la Prima Repubblica finisce, arriva Berlusconi; che fai, non prendi posizione?) tutto lambrusco e bandieroni al Concertone del Primo Maggio, di cui prima dell’ultimo restyling erano icone e passaggio irrinunciabile da stereotipo tipo Complesso del Primo Maggio. Tradotto: nessuno dice che fossero outsider assoluti. E pure contandone le amicizie, viene fuori una mappa che va da Daniele Silvestri a Caparezza, insomma gente che come loro ha sfruttato Piazza San Giovanni per mettersi di traverso al potere. Solo che poi, in realtà, l’amore del grande pubblico questi se lo sono guadagnato con pezzi leggeri, piuttosto che con quelli strettamente militanti.

Ecco: la Bandabardò, no. Semmai, il bello è che in questi anni ha rappresentato un’altra faccia della militanza stessa, una in cui il messaggio politico era direttamente sottinteso a un modo sanguigno di intendere l’attività di musicista, persino a uno stile di vita da condividere coi fan. Il risultato è stato un’allucinazione collettiva, che – allo stesso modo dei “cugini” Modena City Ramblers – al cliché di una sinistra un po’ snob ha sostituito la strada, l’antidivismo per eccellenza, il senso primordiale della convivialità con gli spettatori/amici, le suggestioni gitane, il «godere abbestia» (per citare il messaggio d’addio di Erriquez, ché già il fatto che ne esista uno la dice lunga sullo spirito del gruppo), persino della sana arroganza declinata in atmosfere da balera. Non che la venue fosse importante: soprattutto gli inizi, quando gli spazi erano pochi, si suonava per strada; solo dopo il debutto fulminante de Il circo mangione (Premio Ciampi per il 1996, mica niente, anche se poi la critica ha li spesso ignorati) arrivano club, feste di paese e dell’Unità, teatri, insomma tutti i posti in cui rendere giustizia a brani che in studio esprimono solo in parte un potenziale invece da bombe a mano per il live.

 

 
 
 
 
 
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Poi certo, anche qui il rovescio è stato un accostamento allo stereotipo opposto al (post) cantautore schierato, ergo tutt’altro che intellettuale, combat folk (percussioni, armonica, mandolini, trombe) per pogare da ubriachissimi mai cambiato oltre il minimo sindacale dal giorno zero; ma il punto è che per la band quest’integrità assoluta ha rappresentato un giuramento di fedeltà, più che un limite. Ed Erriquez ne era il cerimoniere, con barba da fricchettone, look gipsy come i compagni e voce sensuale. Perché se da una parte c’era il mood da bisboccia, dall’altra i suoi testi – e in generale il personaggio, da domatore da circo dei freak o corsaro di serie B – erano uno statement, fra i sempreverdi Che Guevara e Resistenza, viaggi da carovana, vino, un amore verace per le donne che poi è per la vita puntualmente contraccambiato, e una visione del mondo incazzata ma ottimista. Era la voce degli ultimi e dei giovanissimi, lui, ma di quelli che per una sera volevano urlare al mondo la propria rabbia divertendosi.

Ed ecco: perché allora la Bandabardò è stata importante per molti, prima ancora che per la musica italiana? Perché nei loro brani e nei concerti c’era l’illusione di avere per sempre 18 anni, quindi di sbronzarsi, scopare, pogare e soprattutto sognare un mondo giusto, sì, ma con l’ingenuità dell’età. Finiva così: la gente arrivava ai live da liceale, in una tappa obbligata perché quei testi romantici e idealisti e grezzi erano ciò che voleva sentirsi dire, e poi non se ne andava più, restando qualche passo indietro alla calca dei nuovi, per sempre sedotta da quell’immaginario. E per tanti, quindi, il personaggio fiabesco di Erriquez era scudo dal mondo dei grandi, mentre spiegava che stava tutto lì, nella trivialità – per chi aveva gusti più sofisticati, s’intende – di una Se mi rilasso, collasso, nella certezza che ci vogliono 20 bottiglie di vino e nient’altro per star bene. E se si cade amen, “cadere in due è una conquista”. E il lavoro? Oggi no, “non mi vesto, resto nudo e manifesto”. Senza la disillusione né il broncio degli impegnati standard, ma con la fotta tipica di un corteo studentesco.

Perché – caso rarissimo – la politica era lo stile di vita assurdo che incarnavano. Loro, che ce l’avevano fatta a diventare i pazzi giramondo che in molti ambiscono a raggiungere prima di scontrarsi col lavoro d’ufficio, erano un modello, persino degli amici per voglia di concedersi al pubblico. E allora? E allora in un concerto della Bandabardò venivano a galla affetto e complicità degni di una grande famiglia, quella che puntualmente si trovava sotto il palco per scappare per due ore dalla realtà. Condividendo – più o meno consapevolmente – un grande sogno. E ai fan, adesso, tocca la sfida di sopravvivere alla scomparsa del suo cantore. E tramandarne lo spirito.

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