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Una biodiversità da pronto soccorso: la storia della nascita degli Extraliscio

La racconta Mirco Mariani in un estratto del libro 'Extraliscio - Una storia punk ai confini della balera' che uscirà domani. Un saldatore di mondi, un clarinettista con un suono che ti parla, il re del liscio: ecco com'è nato il Buena Vista Social Club della Romagna

Extraliscio: da sinistra, Mauro Ferrara, Mirco Mariani, Moreno il Biondo

Foto: Manuel Palmieri

Che cos’hanno in comune un musicista che ama Arto Lindsay e va in tour con Vinicio Capossela, un clarinettista della vecchia scuola e il re del liscio anni ’60? In questo estratto dal libro Extraliscio – Una storia punk ai confini della balera che uscirà il 21 ottobre per La nave di Teseo, Mirco Mariani racconta com’è nato il Buena Vista Social Club della Romagna e com’è stato il primo tremendo, meraviglioso concerto del gruppo. “Extraliscio non è un progetto musicale, è un’esperienza di vita”, scrive Mariani in un altro passo del volume in cui ogni membro del gruppo racconta la storia dal suo punto di vista. “E, come tutte le vere esperienze di vita, è un’esperienza improbabile. Perché solo ciò che è improbabile, e quindi imprevisto, è capace di cambiarti davvero. Gli Extraliscio sono un agguato della vita alla musica”. Ecco le origini di questo agguato.

Il comune di Anghiari, in provincia di Arezzo, mi chiese di strutturare un concerto con le dieci canzoni della mia vita e a me, senza pensarci, venne da metterci dentro Romagna mia e Ciao mare, interpretate solo con voce e chitarra punk scordata. Be’, insomma, se il sangue suonasse, quello della Romagna suonerebbe liscio. Nel 2015, sempre a Caterpillar, intervistato da Paolo Maggioni, parlai bene del liscio senza vergogna, spuntava dalla mia terra come un ciuffetto di rucola. Maggioni mi prese da parte e mi disse che solo io ero abbastanza squinternato da creare un Buena Vista Social Club del liscio.

Mi scrisse Riccarda Casadei, figlia di Secondo, lo Strauss del liscio, autore dell’inno nazionale romagnolo, Romagna mia. Mi diede appuntamento nella sede della sua casa discografica, la Casadei Sonora a Savignano sul Rubicone, con una grande chiave di violino in rilievo tra le mattonelle da stabilimento balneare sopra la porta. Dentro, stanzoni con distese di abiti da palco degli anni sessanta, quando in giro per l’Italia c’erano seicento orchestre che suonavano le musiche di suo padre, gigantografie dei Casadei in concerto in piazza a Forlì, librerie di spartiti e partiture stampate ovunque. Era un tempio e lei una gran sacerdotessa col caschetto biondo. Ma meno biondo di quello di Moreno Conficconi detto Moreno il Biondo, tutto tinto con una gamma di sfumature che vanno dal tortora al beige, colori che non esistono neanche più sulla Terra. Clarinettista con un suono che ti parla e capo dell’Orchestra Grande Evento. Io l’avevo visto solo nelle tv locali, dove trasmettevano il liscio in orario post-prandiale. Teneva sulle gambe un manifesto arrotolato di un enorme concerto sinfonico che aveva appena organizzato, con archi e tutto il resto. Anche lui forse si muoveva ai confini della balera.

Riccarda dice: “Per dare un futuro al liscio dobbiamo portarlo ai giovani.”
Io dico: “Dobbiamo sconclusionarlo.”
Moreno dice: “È questione di termometro della sala.”
Io: “Avete presente il Mellotron?”
E lui: “Il liscio non è un genere.”
Io: “E l’Optigan?”
Lui: “Il liscio è un’attitudine.”
Io: “La Celesta?”
Insomma, parlavamo due lingue diverse. Capivo di essermi infilato in un ginepraio. Andai via bello confuso, ma certo di una cosa: l’idea nuova, loro se l’aspettavano da me.

Moreno mi pressava, io cercavo di defilarmi. Quando mi chiamava Riccarda io dicevo: “Sì, guarda, sto lavorando su un paio di pezzi ma devo ancora arrangiarli.” Mica vero, non sapevo come fare. È un bel bordello innovare partendo da valzer, polke e mazurke. Poi mi capitò di risentire la mia versione di Ciao mare al teatro di Anghiari. Mi resi conto che il testo di quella canzone era da finimondo, cristallino, ben ambientato nell’immaginario giusto: “Il vento cancella dalla sabbia i ricordi / ma dal cuore no / il vento non può.” Questa frase mi ha svoltato, non c’era solo tutta la Romagna, lì dentro, c’era anche tutta la mia vita. Valorizzai le parole rallentando la musica ballerina, calmando le acque per fare affiorare l’anima.

Riccarda mi aveva lasciato dei cd di suo babbo, adesso andai a riprenderli con un orecchio diverso. Trasformai in rumba il valzer di Riviera romagnola: ora dentro ci sentivo anche il Messico desolato, la spiaggia si allungava con passi da deserto, spuntavano cactus nella pineta. Questo poteva essere il primo pezzo di qualcosa di nuovo. Ma serviva una voce che riportasse in Romagna quel viaggio latinoamericano. Mi serviva la voce di Mauro Ferrara: dagli anni sessanta, il re delle balere.

Gli avevo già parlato qualche mese prima, per un progetto di Saluti da Saturno, ma lui non aveva capito cosa gli dicessi. Lui sta a Lugo, io a Bologna, così mi aveva dato appuntamento sull’A14, in un autogrill vicino a Faenza. Mi presentai con l’Espace sette posti: smontarono mia moglie, una figlia, l’altra, un cane, un gatto, e io. Mauro scese dal suo monovolume con un chiodo nero da Fonzie, ma dritti lui non aveva i pollici, aveva i capelli, una spazzola nera di catrame. Stava mangiando una rustichella e, vedendoci, bloccò un morso a metà. Mi guardava come se avessi due teste. Io gli parlai della chitarra scordata a dodici corde di Arto Lindsay, dell’avanguardia newyorchese, gli dissi che volevo la sua voce anacronistica per un pezzo. Lui rispondeva a monosillabi: sì, no. E i no erano molto più numerosi dei sì. Già quel pomeriggio mi aveva poi richiamato: il suo capo orchestra, Moreno il Biondo, gli aveva confermato quello che lui aveva sospettato: che lo prendessi per il culo.

Ma adesso ero pronto per lui. Adesso avevo capito. Moreno e lui non erano musicisti qualunque, erano pieni di poesia. Se riuscivo a infilarlo su un palco, se gli avessi dato l’attacco di Romagna mia e Romagna e Sangiovese (dargli l’attacco è fondamentale, altrimenti Mauro non c’è verso che inizi a cantare), quello sarebbe andato dritto anche se di fianco avesse avuto un ufo.

Lavorai su altre canzoni. Il passatore è un capolavoro del liscio. Ho pensato a che cosa avrebbe fatto De André se avesse dovuto arrangiarla, con un Mellotron a disposizione. Il tre quarti originale divenne un quattro quarti da ballata, più coerente con la triste storia di Stefano Pelloni, “in tutta la Romagna chiamato il Passatore / odiato dai signori, amato dalle folle / dei cuori femminili incontrastato re”. Tolsi ritmo e batteria a Mama luntena, di nuovo per valorizzare il testo: ero scappato tutta la vita dalle parole e ora mi accorgevo che le uniche capaci di parlarmi erano quelle che avevo sempre ascoltato con sufficienza.

Sicché Mauro, Moreno e io finimmo per suonare insieme. Riccarda doveva festeggiare un anniversario di non so bene cosa. Chiamai il migliore sassofonista sulla piazza, che guarda caso viene dal liscio, Fiorenzo Tassinari, e il violinista storico dei Casadei, Vincenzo D’Asmara Sillato. Ci piazzammo sul palco del teatro di Savignano. La platea non era piena di esseri umani, ma di alberi genealogici: figli, genitori, nonni, bisnonni. Noi altri sembravamo lì insieme per caso, una biodiversità da pronto soccorso, e ci guardavamo l’un l’altro con una diffidenza da festa in maschera, quando cerchi di capire chi è quel licantropo, quell’astronauta, quel Batman. Io mi infilai degli occhiali scuri da saldatore, al primo pezzo fissai la chitarra distorta a 10. Per me, ogni riferimento a generi musicali realmente esistiti era puramente causale. Le prime file, di casadeisti ortodossi, erano confuse, Moreno saltellava e se magari qualcuno crede che fosse per allegria io gli dico no, era per scaricare il terrore di buttare via in pochi minuti una rispettabilità da balera guadagnata in decenni di veglioni. Ma chi stava in fondo o di lato, i periferici, cominciava a muovere le teste a tempo, anche quelli della mia generazione ripescavano nella memoria pezzi di canzoni lasciate a prender polvere nella loro cameretta di fianco al sussidiario.

Cominciavano a cantare. Prima sottovoce, poi un po’ più forte. Mauro entrò nella sua tunnel vision: è come una lavastoviglie: una volta che la fai partire, il lavaggio, il risciacquo e l’asciugatura vanno avanti in modalità prestabilita. Una folata di vento da qualche finestra, forse un’alitata di Moreno in iperventilazione, voltò pagina nello spartito di Ferrara. Secondo la scaletta era il momento del Tango delle capinere, e allora noi attaccammo con quello, ma sul suo foglio Mauro lesse il titolo Violino tzigano: anche se le sue orecchie gli trasmettevano indizi contrastanti, la sua bocca andò avanti tutto il pezzo con un altro testo e un’altra melodia, e noi con un altro accompagnamento, una gara a chi era più autistico. Ma io ghignavo risate da saldatore di mondi, con tutto il mio passato e il mio futuro nelle dita, perché riuscivo finalmente a leggere il nome sul campanello di quella che era sempre stata la mia casa: Extraliscio.

Tratto dal libro Extraliscio – Una storia punk ai confini della balera in libreria da domani © La nave di Teseo

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